Le tensioni da Est sull’Europa preoccupano Washington. La Russia ha ammassato migliaia di truppe e la de-escalation sembra difficile. Ma questo disequilibrio costante può cristallizzare una situazione in cui nessuna delle due parti ha interesse ad andare fino in fondo. Tutto a scapito del popolo ucraino

Il generale Valery Gerasimov, comandante delle Forze armate russe, e il parigrado Mark Milley, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, hanno discusso “questioni attuali di sicurezza internazionale”, in una conversazione telefonica martedì 23 novembre. Il Cremlino, che ha comunicato per primo il contatto tra leader militari, ha fatto sapere che si tratta della “continuazione” di una prassi attivata per ridurre rischi di incidenti. Una sottolineatura per dire che tutto è normale, e minimizzare i dispiegamenti di truppe verso l’Ucraina com’è fossero routine.

Un funzionario senior dell’amministrazione Biden dice invece a Voice of America che gli Stati Uniti sono seriamente preoccupati di quello che sta succedendo al confine tra Russia e Ucraina — dove Mosca sta di nuovo ammassando truppe. La preoccupazione — che esce dal media governativo americano anche come messaggio ai russi — è ancora più forte a Kiev, dove si teme che le varie manovre militari russe susseguitesi nel 2021 possano essere state una scusa. Un metodo, secondo gli ucraini, per portare via via truppe e mezzi verso il confine; preparativi non semplicemente per riaccendere il conflitto mai fermato nel Donbas, ma proprio per un’invasione.

Anacronistico descrivere certe circostanze in questi anni, ma d’altronde nemmeno l’invasione ibrida e la successiva annessione della Crimea nel 2014 erano un’evoluzione prevista da pianificatori e analisti. Il dipartimento di Stato le definisce “attività militari non usuali”, dichiara che l’attenzione è alta perché si sta creando un problema per l’Ucraina e per l’Europa. Per Foggy Bottom si stanno ripetendo le condizioni di sette anni fa: Mosca potrebbe usare un pretesto, una (anche falsa) provocazione e poi passare all’azione: “Non conosciamo le intenzioni di Vladimir Putin, non sappiamo cosa pianifica il Cremlino. Conosciamo la storia e quella non è rassicurante”, ha detto il portavoce del dipartimento di Stato.

Washington e gli alleati europei stanno condividendo intelligence in maniera costante. L’attività ha valore tattico (militare), ma anche strategico: è la difesa dell’ordine basato sulle regole su cui si fonda la visione del mondo delle Democrazie. Perché quello in corso è anche un braccio di ferro psicologico all’interno del confronto tra modelli: da un lato le democrazie liberali guidate dagli Stati Uniti di Joe Biden, dall’altro il simbolo delle democrature, dei nuovi autoritarismi: Putin. Chiamare in causa l’Europa è l’elemento strategico: mostrare davanti a Mosca un blocco compatto in difesa del diritto che in questo caso prende le vesti dell’Ucraina. Per Putin stressare la situazione serve a creare narrazione opposta, essenzialmente sul fin dove questa difesa dei valori occidentali possa concretizzarsi oppure restare solo sul piano retorico (la risposta è la chiave di quel confronto tra modelli).

Chi fa più sul serio? In mezzo Kiev, quasi schiacciata. Il capo dell’Intelligence ucraina è convinto che entro la fine di gennaio prossimo la “Russia attaccherà” il Donbas (serve una precisazione: gli ucraini parlano dei separatisti orientali come di “russi”, non “filo-russi” come vengono definiti dagli occidentali, perché l’assistenza è costante diretta e la semplificazione efficace). Secondo quanto arrivato ai media di quelle informazioni di intelligence condivise dagli americani, ci sarebbero circa 92mila soldati russi attorno all’Ucraina — numeri simili a quelli visti ad aprile. Un centinaio di gruppi tattici d’attacco che potrebbero penetrare da ogni angolo del confine orientale, dalla Crimea alla Bielorussia. Il tutto supportato dalla marina nel Mar Nero e dalle batterie Iskander-M (missili tattici a potenzialità nucleare) posizionate nel territorio meridionale bielorusso. In uno scenario del genere, a poco serviranno le due motovedette americane donate a Kiev e arrivate in Ucraina martedì.

I briefing militari – spiega la CNN — sono stati molto approfonditi in termini di livello di allarme e sulle sue specificità. Il timore è che, a differenza di quanto visto in primavera, la de-escalation sia meno facile da raggiungere; non basterà una telefonata tra Gerasimov e Milley e il rischio è che non ne basti nemmeno una tra leader. C’è in piedi un’operazione di pressione psicologica non indifferente. Ma altrettanta psicologia è mossa, per mezzo di Kiev, dagli Usa. Nei giorni scorsi nella capitale ucraina c’era il capo del Pentagono, che ha rassicurato il governo locale su come gli Stati Uniti lo considerino un partner. Ossia, i flussi di armamenti continueranno — e saranno lasciati continuare quelli che per esempio arrivano dalla Turchia, i droni. Però per ora non si parla di alleato.

L’ingresso ucraino nella Nato è rimandato. Washington sa che potrebbe alterare troppo i deboli disequilibri regionali, Mosca potrebbe subire il colpo (e reagire in modo incontrollato?). Far restare il dossier pending (come il Donbas) permette agli Usa di destabilizzare Mosca con uno stillicidio costante. La questione con l’Ucraina è collegata anche a questo avvicinamento alla Nato che dura dal 2008, spiega Politico. Queste tensioni militari al confine ucraino si sommano alla crisi sulle forniture del gas e quella dei migranti al confine tra Polonia e Bielorussia: un quadro velenoso da Est per l’Ue, dove la Russia sfoga una sostanziale impossibilità di azione — come potrebbe sostenere non tanto il costo di una guerra, ma quello della ricostruzione e gestione del Donbas sotto il peso di nuove potenziali sanzioni?

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