Restituire priorità all’alleanza con Roma – nell’auspicio francese che la leadership di Mario Draghi possa continuare – è essenziale per scongiurare il ritorno alla rigida disciplina fiscale e disinnescare tentativi di ripristinare lo “status quo” di Maastricht da parte dei cosiddetti “frugali”. Il commento di Giovanni Castellaneta, già ambasciatore dell’Italia a Washington DC

Il trattato del Quirinale, firmato venerdì a Roma tra Mario Draghi ed Emmanuel Macron, rappresenta davvero l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra Italia e Francia? Vertici bilaterali tra i due Paesi si svolgono già con cadenza annuale e contatti stretti al più alto livello sono abituali tra paesi amici ed alleati.

L’accordo appena concluso tuttavia, voluto fortemente dal presidente Sergio Mattarella, è un importante salto di qualità nelle relazioni con i “cugini” transalpini: non solo a livello puramente formale (è un trattato internazionale – e non una mera dichiarazione congiunta – che richiederà la ratifica del Parlamento), ma anche per quanto riguarda il contenuto.

Si tratta infatti di un accordo molto positivo sotto diversi aspetti. Innanzitutto, consente di rafforzare la cooperazione bilaterale in molti settori industriali strategici, dalla difesa alle telecomunicazioni (anche se va escluso ogni riferimento specifico alla vicenda Tim di questi giorni), caratterizzati dall’utilizzo delle tecnologie più avanzate (come i semiconduttori) dove c’è una domanda sempre più elevata.

In linea di principio, si tratta di una convergenza molto importante, in un momento in cui l’Unione Europea si sta ponendo obiettivi molto ambiziosi in ambito di politica industriale, ad esempio con l’obiettivo di raddoppiare la propria quota (sul totale mondiale) della produzione di chip da qui al 2030, dall’attuale 10% al 20%. Inoltre, è stato deciso che Italia e Francia manterranno uno stretto coordinamento sulle decisioni fondamentali in tema di politica economica: questo avverrà attraverso un meccanismo ben definito ed innovativo, dato che un ministro per parte parteciperà – una volta ogni tre mesi – alle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’altro Paese.

È chiaramente l’Europa la cornice di riferimento all’interno della quale si iscrive il Trattato del Quirinale. Da più parti si è parlato di “sovranismo” italo-francese: in realtà, l’accordo bilaterale dovrebbe essere accolto da tutti i filo-europeisti con soddisfazione e ottimismo.

In un momento in cui la leadership tedesca è tutta da ricostruire (la coalizione a “semaforo” guidata da Olaf Scholz andrà attesa alla prova dei fatti, sia per la tenuta di una maggioranza inedita ed eterogenea, sia per la capacità del nuovo cancelliere di esercitare il proprio carisma), la Francia ha bisogno di fare sponda con l’Italia, che alla pari di Berlino è il principale tra i Paesi fondatori dell’Ue.

Rafforzare il nucleo europeista è fondamentale per Parigi, e per Macron in particolare: a livello interno anzitutto – dato che in primavera il Presidente è atteso da un difficile test elettorale – e anche a livello continentale, poiché nel 2022 andranno riscritte le regole fiscali alla base del Patto di Stabilità.

Restituire priorità all’alleanza con Roma – nell’auspicio francese che la leadership di Mario Draghi possa continuare – è essenziale per scongiurare il ritorno alla rigida disciplina fiscale e disinnescare tentativi di ripristinare lo “status quo” di Maastricht da parte dei cosiddetti “frugali”.

Inoltre, il consolidamento di un asse Roma-Parigi è importante anche in ottica di politica estera e di difesa europea e va nella direzione di risolvere vecchie “ruggini” che avevano prodotto tensioni rispetto ad alcuni dossier, soprattutto in Nordafrica con riferimento alla Libia dove le visioni contrapposte tra i due Paesi erano espressione della competizione per l’utilizzo delle risorse energetiche di quel paese.

Consultazioni bilaterali più strette, secondo quanto previsto dal Trattato, dovrebbero auspicabilmente impedire il ripetersi di situazioni come questa, consentendo anzi di coordinare al meglio la politica estera italiana e francese. Soprattutto nell’ambito di organismi e fora internazionali: dalle Nazioni Unite, dove la presenza di Parigi nel Consiglio di Sicurezza potrebbe consentire all’Italia di portare avanti in maniera più efficace i propri interessi, passando per il G20 e il G7 ma anche per l’Organizzazione Mondiale del Commercio e finanche la Nato ove i due paesi hanno diversità di vedute circa il suo futuro.

Ma anche nei confronti di regioni e attori internazionali specifici: rafforzando ad esempio le relazioni transatlantiche, che con Biden stanno vivendo una fase di promettente ripresa, e favorendo una migliore convergenza a livello europeo sulla posizione da adottare nei confronti di Russia e Cina. E inoltre, rimanendo più vicini a casa nostra, migliorando il coordinamento in regioni dove Italia e Francia possono far valere il proprio “vantaggio di posizionamento”, rispettivamente nei Balcani Occidentali e nel Maghreb, allo scopo di rafforzare la cooperazione in ogni ambito nel Mediterraneo allargato.

Insomma, molto bene questo Trattato che riporta in condizioni di parità i due paesi : soprattutto per l’Italia, che grazie al prestigio di Draghi e alla fase di “ricostruzione politica” in atto in Germania può godere di un ritrovato standing internazionale.

Ma anche per la Francia e per Macron, che in questa delicata fase ha bisogno di preparare il terreno, anche a livello europeo, per facilitare la propria rielezione. La congiuntura favorevole per il nostro Paese potrebbe dunque continuare, sempre che le forze politiche continuino a “fare quadrato” intorno all’attuale Governo.

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