Il Presidente, figura di galantuomo senza se e senza ma, scongiuri ogni appello dell’ultimo minuto e resista ad ogni pressione, magari inserendo un definitivo passaggio in tal senso nel suo discorso televisivo di fine anno. Il commento di Roberto Arditti

È del tutto comprensibile lo stato di notevole fibrillazione in cui è piombato il sistema politico ed istituzionale della nazione in vista dell’elezione del Capo dello Stato.

Per la prima volta infatti questo appuntamento, ovviamente rilevante già di per sé, tocca ad un Parlamento spaesato, frammentato ed incupito da vari fattori (prossima riduzione degli eletti, brutale cambiamento della distribuzione del consenso rispetto a cinque anni fa, appannamento di molte figure di riferimento) cui spetta peraltro il compito di sostenere un governo fortissimo nella sua leadership ma del tutto innaturale (e per molti versi ingestibile) nella sua maggioranza.

Ecco dunque farsi avanti una situazione inedita, che non trova precedente in nessuna delle elezioni alle nostre spalle (Ciampi, Napolitano 1 e 2, Mattarella): il voto per il nuovo inquilino del Quirinale è un “nuovo inizio”, capace cioè di influire sull’esistenza stessa del governo, sulla maggioranza che lo sostiene, sugli eventuali accordi di modifica della legge elettorale e, quindi, su come i partiti andranno alle prossime elezioni.

Poiché questa è la situazione molti sostengono che sarebbe opportuno far decantare le cose, spingendo più in là la decisione vera e trovando un modo per convincere il Presidente in carica ad accettare un nuovo mandato, magari in virtù (anche) di un patto non scritto sulla durata (così fu per Napolitano).

Ciò consentirebbe di eleggere il Capo dello Stato nel nuovo Parlamento, dando così ulteriore sostanza all’esito delle elezioni.

Ebbene la mia opinione è molto semplice: questa opzione non mi convince perché la considero del tutto inadeguata alla complessità dei tempi in cui viviamo con una pandemia ancora da gestire, una ripresa economica appena avviata, un Pnrr tutto da attuare e una realtà sociale piena di storture da correggere.

Apprezzo quindi l’atteggiamento di Sergio Mattarella e condivido alla lettera i suoi frequenti richiami contro ogni ipotesi di secondo mandato.

Dico anzi di più: il Presidente, figura di galantuomo senza se e senza ma, scongiuri ogni appello dell’ultimo minuto e resista ad ogni pressione, magari inserendo un definitivo passaggio in tal senso nel suo discorso televisivo di fine anno.

La ragione di questo mio convincimento è essenzialmente una: lo “stress test” del voto per il Quirinale si deve svolgere in questa legislatura perché serve a misurare adesso (e non dopo le elezioni) il grado di solidità dei nostri leader politici, la loro capacità di agire nell’interesse della nazione, la loro perspicacia nel leggere la realtà italiana e quella internazionale (da Bruxelles a Washington).

Siamo infatti in una situazione di pauroso vuoto politico, che mi limito a sintetizzare in quattro elementi.

Primo: mai nella storia della Repubblica abbiamo avuto tre governi consecutivi sostenuti da maggioranze totalmente diverse tra loro e composte da partiti che in campagna elettorale si sono dichiarati alternativi. Abbiamo cioè realizzato il capolavoro di dimostrare ripetutamente che in campagna elettorale si mente sapendo di mentire (oppure non sapendolo, il che è peggio).

Secondo: mai nella storia della Repubblica abbiamo avuto una intera legislatura con governi guidati da personalità estranee alla vita politica sino al giorno dell’ingresso a Palazzo Chigi. È quindi micidiale l’evidenza di un bisogno di aiuto dall’esterno per un sistema incapace di trovare una figura credibile “dentro”.

Terzo: nei ruoli chiave del governo in carica (premier, ministro dell’Economia, delle Infrastrutture, della Transizione Ecologia e di quella Digitale) per l’attuazione del Pnrr vi sono figure tecniche. Questo certifica la grave carenza di classe dirigente che i partiti sono in grado di esprimere.

Quarto: sull’unico tema di totale pertinenza del Parlamento da un anno a questa parte (il ddl Zan) la sola cosa che i partiti sono stati capaci di decidere e è stata di non fare alcuna legge, mettendo nero su bianco in questo modo che le assemblee vanno avanti solo se condotte per mano dal governo.

Se le cose stanno così (e, onestamente, stanno così) occorre mettere tutti davanti alle proprie responsabilità.

Vuole la destra sostenere la candidatura di Silvio Berlusconi cercando i 50 voti che mancano per avere la maggioranza alla quarta votazione? Lo faccia a testa alta e si misuri con il voto.

Sono Pd, M5S e Leu capaci di formare un fronte unico e trovare un candidato comune su cui provare ad aggregare consensi? Tirino fuori un nome e ci provino.

C’è consapevolezza che serve un accordo più vasto, magari ritagliato sulla maggioranza di governo? Vedremo se Salvini, Berlusconi, Renzi, Letta e Conte avranno i nervi saldi per arrivare a questa conclusione.

C’è anche un certo Mario Draghi nella partita.

Forse potrebbe dare una mano.

Anche perché una soluzione pasticciata finirebbe per avere una prima vittima illustre: il governo in carica.

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