Sono volti quasi tutti di giovani, accompagnati da una loro frase sulla loro esperienza di vita le fotografie esposte alla chiesa di Sant’Andrea al Quirinale per la mostra del Centro Astalli sui rifugiati che assiste. Un evento che celebra i quarant’anni della Fondazione. La lettera di papa Francesco e le parole del presidente padre Camillo Ripamonti

Nel quarantesimo anniversario della sua fondazione, il Centro Astalli – sezione italiana del Servizio dei Gesuiti ai Rifugiati – ha inaugurato una mostra fotografica che ritrae alcuni dei rifugiati che assiste.

Sono volti quasi tutti di giovani, accompagnati da una loro frase sulla loro esperienza di vita. Le fotografie sono esposte della chiesa di Sant’Andrea al Quirinale.

All’inaugurazione della mostra, che rimarrà a Sant’Andrea fino alla fine di questo mese, è stato letto un messaggio di papa Francesco, indirizzato ad alcuni rifugiati che il papa ha incontrato, Duclair, Nathaly, Haider, come a tuti gli altri e ai volontari del Centro Astalli: “Molti di voi – scrive Francesco – sono dovuti scappare da condizioni di vita assimilabili a quelle della schiavitù dove alla base c’è una concezione della persona umana deprivata della propria dignità e trattata come un oggetto. Conoscete quanto può essere terribile e spregevole la guerra, sapete cosa significhi vivere senza libertà e diritti, assistete inermi mentre la vostra terra inaridisce, la vostra acqua si inquina e non avete altra possibilità se non quella di mettervi in cammino verso un luogo sicuro in cui realizzare sogni, aspirazioni, in cui mettere a frutto talenti e capacità.

Purtroppo il mettersi in cammino non ha costituito in molti casi una vera liberazione, troppo spesso vi scontrate con un deserto di umanità, con un’indifferenza che si è fatta globale e che inaridisce le relazioni tra gli uomini. La storia dei questi ultimi decenni ha dato segni di ritorno al passato: i conflitti si riaccendono in diverse parti del mondo, nazionalismi e  populismi si riaffacciano a diverse latitudini, la costruzione di muri e il ritorno dei migranti in luoghi non sicuri appaiono come l’unica soluzione di cui i governi siano capaci per gestire la mobilità umana. In questi quarant’anni e in questo deserto, tuttavia ci sono stati tanti segni di speranza che ci permettono di poter sognare di camminare insieme come un popolo nuovo ‘verso un noi sempre più grande’.

Voi, innanzi tutto, cari rifugiati, siete segno e volto di questa speranza. C’è in voi l’anelito a una vita piena e felice che vi sostiene nell’affrontare con coraggio circostanze concrete e difficoltà che a molti possono sembrare insormontabili”.

Quindi Francesco cita l’enciclica Fratelli tutti: “ La storia del buon samaritano si ripete… Gesù non presenta vie alternative… Egli ha fiducia nella parte migliore dello spirito umano, con la parabola lo incoraggia affinché aderisca all’amore, recuperi il sofferente e costituisca una società degna di questo nome”. E aggiunge: “Questo ci fa guardare con fiducia al futuro sognando di poter vivere insieme come popolo libero perché solidale, che sa scoprire la dimensione comunitaria della libertà, come popolo unito, non uniforme, variegato nella ricchezza delle differenti culture. Ora è giunto anche per noi il tempo di vivere nella terra promessa, terra della solidarietà che ci pone gli uni al servizio degli altri, è il tempo di una casa comune fatta di popoli fratelli”.

Chi ha dovuto fare i conti con i tremendi accadimenti di questi giorni è il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, per il quale “in questi giorni, sul confine tra Bielorussia e Polonia si sta consumando l’ennesimo braccio di ferro sulla pelle dei migranti. Solo l’ultimo in ordine di tempo, per questo processo di esternalizzazione delle frontiere che ha come conseguenza l’ennesimo ricatto per l’Unione da parte di Paesi confinanti. E il diritto d’asilo nato per tutelare la dignità umana sembra diventato un problema e non una delle conquiste più alte del nostro vivere civile. Anche gli arrivi via mare, funestati da continue morti, diventano insostenibili per i Paesi del sud dell’Europa se manca una solidarietà tra gli stati dell’unione. Eppure questo non può legittimare lasciare le persone senza soccorso o riconsegnarle alla Libia, approdo non sicuro. È tempo di un cambio di passo dell’Unione. Così come si è stati capaci di far fonte alla pandemia, insieme dobliamo avere il coraggio di ripetere questa unità d’intenti per un fenomeno, quello delle migrazioni forzate, che non cesserà, perché il mondo è malato e ferito dall’ingiustizia”.

Ripamonti non ha nascosto una preoccupazione che forse è anche qualcosa di più per il fatto che a Roma, come in altre città italiane, centinaia di rifugiati vivono per strada, in rifugi o in occupazioni, queste ultime, in non poche occasioni, sgomberate con alternative fragili e spesso non durature. Di qui è arrivata un’espressione molto importante: i volontari, i rifugiati, gli operatori, molti cittadini e cittadine partecipi e solidali sono una “comunità di vita riconciliata”. Significativi anche i saluti del cardinale vicario di Roma, De Donatis, e del titolare del Dicastero Vaticano per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, cardinale Michael Czerny: “Non ci sono ricette teoriche, ha detto, ci sono tanti accordi e patti ma che rischiano di rimanere lettera morta se non vengono tradotti in politiche attive. Occorre progettare e camminare insieme. Per farlo, però, dobbiamo avvicinarci veramente ai rifugiati, conoscere la loro vita e acquisire il loro sguardo sulla vita. Solo così possiamo vedere il mondo dal loro punto di vista. Ora ci aspetta una sfida per il futuro, quella di una cultura dell’incontro che apra a comunità sempre più incisive e solidali”.

Condividi tramite