Alla fine dello scorso anno la net international investment position dell’Italia ammontava a 39,9 miliardi, pari al 2,4 per cento del Pil. Solo 9 Paesi sui 27 europei possono vantare una posizione patrimoniale netta sull’estero. Secondo le stime della Bce, l’Italia occuperebbe il quarto posto, nell’Eurozona, subito dopo Germania, Olanda e Belgio

Gli ultimi dati di Banca d’Italia indicano che, nel secondo trimestre dell’anno, l’Italia vantava crediti netti nei confronti dell’estero pari a 89,582 miliardi: frutto della differenza tra un lordo di 3.200 miliardi di crediti e 3.111 di debiti. Somma quindi ragguardevole che, con ogni probabilità a fine anno supererà il 5 per cento del Pil. Alla fine dello scorso anno, infatti, il credito netto ammontava a 39,9 miliardi, pari al 2,4 per cento del Pil. Nello spazio dei successivi sei mesi esso è più che raddoppiato. Sorprende che a questa dinamica non si faccia il benché minimo cenno nel dibattito relativo alla situazione italiana. Sottovalutando, in tal modo, i punti di forza del nostro sistema economico: a loro volta destinati, in qualche modo, a correggere la persistente idea di un’Italia, che continua ad essere “il grande malato d’Europa” (copyright dell’Economist di qualche tempo fa).

Andando più in profondità nell’analisi, si scopre che quel miglioramento è stato continuo e costante, consentendo al Paese di recuperare i ritardi di una falsa partenza ed un successivo discendere verso l’inferno. Agli inizi del 2002, mentre l’euro mandava in soffitta il vecchio conio, il debito netto era pari al 4,6 per cento del Pil. Per poi raggiungere nel terzo trimestre del 2007 il 24,2 e lì stazionare per diversi anni, fino a raggiungere il 25,2 per cento nel primo trimestre del 2014: il punto più basso, ma anche la base di una successiva ripartenza. Che in pochi anni, considerando solo il 2020, ha messo a segno un miglioramento pari al 110 per cento.

Grazie a quest’ottima performance oggi l’Italia si trova in buona compagnia: a fianco di molti Paesi “frugali” che non lesinano critiche, tutt’altro che giustificate, nei confronti del Bel Paese. Sono solo 9 Paesi sui 27 europei che possono vantare una posizione patrimoniale netta sull’estero: la Germania, l’Olanda, la Danimarca, il Lussemburgo, il Belgio, Malta, la Svezia, l’Austria e, appunto, l’Italia. La posizione dell’Italia, data la lunga rincorsa presa negli anni più recenti, è ancora modesta in rapporto al Pil. Ma in valore assoluto quelle somme sono di tutto rispetto. Secondo le stime della Bce, l’Italia occuperebbe il quarto posto, nell’Eurozona, subito dopo Germania, Olanda e Belgio.

Ancora più rassicuranti, stando almeno alle previsioni, le prospettive per l’immediato futuro. Secondo i dati forniti dalla Commissione europea, nel suo ultimo “forecast”, la crescita del saldo positivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti italiani (il piatto forte della “posizione patrimoniale netta con l’estero”) sarebbe pari, in media al 3 per cento, contro l’8,8 dell’Olanda ed il 6,8 della Germania. L’Italia si collocherebbe così al terzo posto, superando il Belgio e l’Austria. Per maturare, nel 2023, una posizione creditrice verso l’estero, pari al 12 per cento del Pil: niente male per un Paese guardato, fino a qualche tempo fa, con il susseguo che si deve ai parvenu.

Ma perché questo dato è così importante, al punto da oscurare gli aspetti più preoccupanti della situazione finanziaria italiana? Quale l’andamento del deficit di bilancio o del debito pubblico, da tempo ai massimi storici? La spiegazione sta nel diverso modo di funzionare delle regole di mercato al tempo dell’euro. La sua nascita, come si ricorderà, altro non fu che la conseguenza dell’affermarsi del “mercato unico europeo”. Non aveva senso avere le diverse monete, quando la maggior parte degli scambi (circa il 60 per cento, secondo gli ultimi dati della Commissione europea) avvenivano all’interno di un unico spazio.

L’avvenuta sostituzione dell’euro alle singole monete nazionali, tuttavia, non è stata senza conseguenze. Sul piano finanziario l’effetto immediato fu quello di ridurre il carico d’interessi destinati a gravare sui bilanci pubblici. La “copertura” europea dei singoli debiti nazionali, anche se non garantiti da un unico organismo sovranazionale, comportò una forte caduta dei relativi tassi. Nel 2001 la spesa per interessi, in Italia, era pari al 6,3 per cento del Pil. Cinque anni dopo, nel 2006, al 4,7. Sebbene debito e deficit fossero rimasti più o meno gli stessi.

Le conseguenze maggiori, tuttavia, si manifestarono sull’andamento del ciclo. La moneta unica, infatti, neutralizzava uno degli strumenti più importanti del controllo congiunturale: la possibilità di variare il tasso di cambio in presenza di un’avversa o di un’eccezionale stagione. La moneta si svalutava quando la domanda interna (consumi più investimenti) eccedeva le possibilità dell’offerta, mentre si rivalutava nel caso contrario. Segno evidente che il singolo Paese tendeva a vivere al di sopra o al di sotto delle proprie possibilità. Il termometro di questo cambiamento era dato ovviamente, dal saldo della bilancia dei pagamenti, nelle sue varia accezioni: saldo commerciale, conto corrente, conto finanziario, conto in conto capitale.

Ogni qual volta che la bilancia dei pagamenti andava in rosso, il valore del cambio subiva un contraccolpo. Dovuto alla necessità di acquistare sul mercato più dollari (la moneta universale di scambio) rispetto ai ricavi: i primi derivanti dalle maggiori importazioni, i secondi dalle minori esportazioni. In questo caso la domanda di “valuta pregiata”, come si diceva una volta, eccedeva l’offerta è di conseguenza la moneta nazionale si svalutava rispetto all’equivalente universale. Ossia: era necessario sborsare una maggiore quantità di lire per acquistare la stessa quantità di dollari.

Con la nascita dell’euro, nell’intercambio europeo, tutte queste complicazioni sono venute meno. Gli scambi nel mercato unico sono ora regolati con la stessa identica moneta. Non serve pertanto alcun arbitraggio, come avveniva in passato. Sennonché l’avvento della nuova era nulla ha potuto rispetto ai sottostanti “rapporti di produzione”, per usare una locuzione del lessico marxiano. Se la domanda interna supera le capacità dell’offerta, il conto corrente della bilancia dei pagamenti, continua ad andare in rosso. Ma questo squilibrio, in precedenza immediatamente riscontrabile nell’andamento del cambio, non è più visibile. Attenzione non è visibile, ma continua ad esistere.

Non si vede perché i rapporti sono regolati con modalità diverse. Attraverso relazioni di debito e credito, gestite direttamente dal mercato finanziario, intermediando i fondi tra i Paesi creditori e quelli debitori. I Paesi in deficit, in altre parole, sono continuamente finanziati, grazie ai canali del mercato finanziario, attingendo dalle risorse accumulate dai Paesi in surplus. Questi ultimi, a loro volta, prestano le relative somme, ad un tasso d’interesse che dipende da due elementi: la liquidità esistente sul mercato ed il rischio di insolvenza del debitore. Gli spread sui vari titoli, non necessariamente pubblici, ne quantificano il profilo.  A differenza del passato, questi nuovi automatismi, se non attentamente vigilati, rischiano di occultare la realtà delle cose. È come spendere con la carta di credito. All’inizio non ci si fa caso, ma poi, a fine mese, l’estratto conto ci riporta con i piedi per terra.

È stata questa disattenzione a portarci nel 2011 alla crisi dei debiti sovrani. Quando alcuni Paesi, come la Grecia, l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo o Cipro si sono trovati di fronte ad un debito estero che superava il 100 per cento del proprio Pil. Ora, per tornare all’Italia è indubbiamente vero che le sue condizioni di finanza pubblica destano una qualche preoccupazione. Ma è anche vero che quei “fondamentali”, a differenza della maggior parte dei Paesi europei, sono più che positivi. Il che ha fatto dire, al presidente Mario Draghi che questo è il momento di spendere e non di dare. Certo: spendere in fretta e bene. Ma anche prepararsi a sostenere il confronto, in sede europea, affinché nel modificare le regole del Patto di stabilità e crescita, si esca dalla logica angusta del piglio ragionieristico e dalla “misure convenzionali”, per misurarsi con i problemi reali delle singole economie dei Paesi membri. Al cui sviluppo solo legate le sorti stesse dell’Europa.

 

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