Il dialogo Biden-Xi rappresenta un primo passo in attesa che si determinino nuovi equilibri strategici. Ma a medio-lungo periodo potrebbe sorgere fra Usa e la Cina un nuovo equilibrio del terrore. L’analisi del generale Carlo Jean

Nel loro recente incontro virtuale, Joe Biden e Xi Jinping hanno deciso di discutere bilateralmente le modalità con cui garantire la stabilità nucleare fra i due Paesi, riducendo i rischi di una guerra accidentale o per errore. Essa è sempre possibile nelle aree di confronto fra le forze dei due Paesi, come a Taiwan o nel Mare Cinese Meridionale. Un’escalation potrebbe essere ingovernabile. Sia Washington sia Pechino vogliono evitare un conflitto, pur continuando la loro competizione per la supremazia mondiale e la vittoria del loro modello di capitalismo.

Un accordo che diminuisca il rischio di conflitto nucleare, almeno di uno non deliberato, è nell’interesse di entrambi. Gli Stati Uniti vogliono mantenere lo status quo nell’Indo-Pacifico. Inoltre, stanno riorganizzando il loro sistema di alleanze nella regione (Quad, Aukus, eccetera), mentre i Paesi loro amici (come Giappone e Taiwan) stanno raddoppiando i loro bilanci militari. Infine, Biden intende ridurre il ruolo delle armi nucleari nella strategia globale americana, sostituendo il first use con il sole purpose, formula ambigua che dovrebbe precisare le circostanze nelle quali il presidente è autorizzato a usare le armi nucleari, anche in caso di aggressione solo convenzionale. La “dissuasione estesa” dovrebbe essere garantita. Di certo, però, sarà indebolita rispetto all’attuale strategia.

Anche per la Cina, il “dialogo” presenta vari vantaggi. Xi Jinping è persuaso che gli Stati Uniti siano in inarrestabile declino. Quindi che il tempo giochi a suo favore. Poi, sa che un intervento militare statunitense, a difesa di Taiwan nel Mare Cinese Meridionale, non può avvenire senza una copertura nucleare, data la loro difficoltà di conseguire la superiorità aeronavale. Infine, verosimilmente, spera che i dubbi sollevati dalla sole posture sull’impegno americano nell’Indo-Pacifico, indeboliscano il sistema di alleanze di Washington, facilitando l’espansione dell’influenza cinese.

L’intesa raggiunta fra i due leader non riguarda l’inizio di veri e propri negoziati sul controllo degli arsenali nucleari, cioè sulla loro limitazione o riduzione. Entrambi hanno in corso enormi programmi di ammodernamento, su cui non intendono permettere interferenze esterne. Poi, dall’intesa sino-americana è, almeno per ora, esclusa la Russia, terza grande potenza nucleare. La sua partecipazione sarebbe indispensabile per la stabilità strategica globale. Infine, le testate nucleari della Cina sono un quindicesimo di quelle americane (e anche di quelle russe). Tale squilibrio ha sinora reso impossibile un’intesa sulle regole con cui diminuire il rischio della competizione strategica. Xi aveva dichiarato che avrebbe partecipato a negoziati sul nucleare solo dopo che Washington e Mosca avessero ridotto a livello cinese i loro arsenali.

L’intesa fra Biden e Xi sembra sbloccare una situazione che si stava deteriorando, aumentando i rischi di conflitto. Ma quali ne sono le prospettive, potenzialità e limiti? Quale potrà essere l’accordo? Quali impatti reali potrà avere? Molti hanno espresso scetticismo e formulato interrogativi al riguardo.

Nel controllo degli armamenti, sia nucleari che convenzionali, vanno distinte due categorie di misure: le strutturali e le operative. Le prime riguardano la limitazione o la riduzione del numero dei vari tipi di armamento o la loro eliminazione, come nei vari trattati Salt e Start fra Washington e Mosca. Le seconde sono le “misure di fiducia”, come il “telefono rosso” fra la Casa Bianca e il Cremlino, messo in opera dopo la “crisi dei missili” di Cuba, o quelle più stringenti “di sicurezza e di fiducia”, relative alla notifica delle esercitazioni, a visite periodiche, allo schieramento delle forze, eccetera.

Il dialogo sulla stabilità strategica, concordato fra Biden e Xi, riguarda le “misure operative”, non quelle strutturali. Le seconde presuppongono una profonda intesa, come quella fra gli Stati Uniti e l’Unione europea nella Guerra fredda. In ogni caso, il controllo degli armamenti può diminuire il rischio di un conflitto accidentale o per errore, ma non il ricorso deliberato alla forza. Sottopone la competizione strategica a regole, che vengono rispettate solo finché sono considerate vantaggiose da tutte le parti. Il “dialogo” potrà condurre allo scambio di informazioni, a notifiche di esercitazioni e di modifiche tecnologiche e a un miglioramento delle comunicazioni fra Washington e Pechino. Al limite, potrà includere intese che vietino attacchi cyber contro i sistemi di allarme, comando e controllo delle forze nucleari. Non si può pretendere molto di più, dato il clima di sfiducia e di sospetto esistente fra gli Stati Uniti e la Cina. Non verranno modificati né i programmi in corso, né le strategie, sia dichiaratorie sia reali. Poi, si vedrà.

Sono in corso consistenti programmi di ammodernamento degli arsenali nucleari di entrambe le superpotenze. Negli Stati Uniti (ma anche in Russia che l’ha già quasi completato), riguardano la qualità delle forze nucleari, dalle testate, ai vettori e ai sistemi di allerta, comando e controllo. Il numero delle testate strategiche è quello fissato dal New Start, in scadenza nel 2026, cioè 1.550. Poco meno di altre 2.500 testate restano operative, molte in grado di colpire la Cina, specie dopo il ritiro statunitense nel 2019 dal Trattato Ibm firmato con l’Unione sovietica nel 1987.

In Cina l’ammodernamento riguarda anche il numero delle testate e dei vettori. Esso è destinato a quadruplicare per il 2030. La Cina possiede oggi 300-350 testate, di cui meno di 150 in grado di colpire il territorio statunitense: 98 su Icbm e 48 sui 4 sommergibili lanciamissili Jin–Tipo 094. A tali vettori andrebbero aggiunti i 70 Irbm e i 174 Mrbm, con capacità duali, convenzionali e nucleari, pilastri della strategia cinese A2/AD (Anti Access/Area Denial). Essi sono in grado di colpire le basi statunitensi del Pacifico occidentale e anche le portaerei in navigazione fino, rispettivamente, a 4.000 e a 1.500 chilometri. Entro il 2030, la Cina dovrebbe disporre di 1.000 testate. I suoi Icbm dovrebbero acquisire la capacità di launch on warning, passando dal combustibile liquido a quello solido. Potrebbero comprendere un certo numero di bombe plananti dallo spazio (Fobs). I sommergibili lanciamissili dovrebbero divenire dieci. La “triade nucleare” sarebbe completata dai bombardieri stealth H-6N.

La Cina potrebbe modificare la sua strategia nucleare, basata dal 1964 (scoppio della prima bomba nucleare cinese) sui principi del deterrente nucleare minimo e del no first use (affermazione che non farà per prima ricorso al nucleare). Taluni esprimono dubbi sulla capacità di sopravvivenza del deterrente cinese a un attacco di sorpresa, cioè a un first strike: gli Stati Uniti potrebbero sperare di distruggere la totalità, o quasi, dei sistemi strategici cinesi e di abbattere i superstiti con le difese antimissili dell’Alaska e della California.

Anche se non muterà per ragioni “diplomatiche” il suo no first use, Pechino potrà fare maggiore affidamento sulle sue capacità di dissuasione. Potrebbe aumentare la probabilità di aggressione nelle sue periferie, perché giudicherà improbabile un intervento statunitense. L’apertura di Xi al dialogo sul nucleare segnerebbe il ritorno alla “paziente attesa”, propria della tradizione strategica cinese. Sarebbe cioè una “mossa del cavallo” da parte cinese. Anziché consolidare la stabilità, il “dialogo” potrebbe quindi aumentare i rischi di conflitto regionale e di escalation anche al nucleare.

Anche se limitato alle sole “misure di fiducia”, il “dialogo” presenta numerose difficoltà, non solo per le differenti condizioni geopolitiche degli Stati Uniti e della Cina, ma anche per gli sviluppi tecnologici degli ultimi decenni: le difese antimissili sono divenute più efficaci; le armi offensive spaziali e cibernetiche possono colpire i sistemi di allertamento, comando e controllo, divenuti, a loro volta, più vulnerabili, per l’ampio ricorso all’automazione e alla digitalizzazione; un first strike, cioè un attacco di sorpresa per distruggere le forze nucleari nemiche (da non confondere con il first use) può essere effettuato anche con le nuove armi convenzionali iper-veloci e con attacchi cibernetici. Per evitare di veder “decapitata” la propria capacità di second strike, cioè di rappresaglia anti-risorse/anti-città, sono aumentate la propensione a attacchi preventivi e la tendenza a mantenere le proprie forze nucleari nelle pericolose condizioni di massima allerta, pronte al launch on warning. 

Comunque, il dialogo, per quanto le sue prospettive restino limitate, rappresenta un primo passo in attesa che si determinino nuovi equilibri strategici. A medio-lungo periodo potrebbe sorgere fra gli Stati Uniti e la Cina un equilibrio del terrore, come quello esistente durante la Guerra fredda con l’Unione sovietica. Quindi, una strategia analoga alla Mutual assured destruction, basata sulla vulnerabilità reciproca. Le armi nucleari non sarebbero più le “tigri di carta”, di cui parlava Mao Zedong, ma i mezzi fondamentali della “pace calda” fra gli Stati Uniti e la Cina.

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