La scomparsa della tennista cinese ha suscitato interesse anche nell’Organizzazione delle Nazioni Unite e nel governo degli Stati Uniti. Sebbene però l’insabbiamento dei personaggi sgraditi non cancelli i dubbi sulla repressione, la tattica ha qualche effetto. L’analisi di Foreign Policy e qualche appunto e progetto (poco libero) in più…

Dall’origine del Covid-19 alle presunte violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, i preparati dei Giochi olimpici inverni a Pechino nel 2022 fanno i conti con tante, tante difficoltà. L’ultima, e più eclatante, almeno a livello di esposizione mediatica internazionale, è la denuncia per aggressione sessuale della tennista cinese Peng Shuai e la successiva scomparsa pubblica.

A differenza di altri casi di attivisti, giornalisti, imprenditori e attori cinesi (qui la lista in un articolo di Formiche.net), quello della sportiva, tre volte campionessa olimpica, ha suscitato molto più clamore nel mondo. Non solo per gli appelli dei colleghi tennisti, da Novak Djokovic e Serena Williams, ma per l’attenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e il governo degli Stati Uniti.

In un tentativo di placare gli animi, le autorità cinesi hanno diffuso alcuni video in cui Peng rassicura tutti e dice di stare bene e volere restare da sola. Anche in una videoconferenza con il presidente del Comitato Olimpico Internazionale (Coi), Thomas Bach, sostiene di essere in salvo.

I dubbi però restano. In seguito alla videochiamata, il Wall Street Journal scavò i legami dell’ex alto funzionario cinese accusato da Peng, Zhang Gaoli, con l’organizzazione del prossimo inverno Olimpiadi. “Zhang Gaoli, ex vicepremier e membro in pensione del Comitato permanente del Politburo al governo del Partito Comunista, […] era considerato un tecnocrate potente e abile, e aveva il compito di gestire alcune delle massime priorità di Pechino, tra cui la gestione dell’offerta della Cina per i Giochi del 2022”.

Sarebbe stato lui il responsabile di “‘guidare, sostenere e supervisionare l’offerta del 2022’, secondo i documenti del Cio”. Per questo avrebbe avuto contatti diretti con il Bach, che esce adesso conversando con Peng.

Perciò, la vicenda dunque si infittisce, sotto gli occhi del mondo. L’autorevole pubblicazione Foreign Policy considera che in questo caso i tentativi della propaganda cinese non sono riusciti nell’obiettivo di ripulire l’immagine di Pechino. In un editoriale intitolato “Peng Shuai e il goffo sforzo di propaganda del Pcc” si legge che l’insabbiamento della scomparsa della tennista sta aumentando la pressione per il boicottaggio dei Giochi olimpici invernali da parte degli Stati Uniti, e anche dal Regno Unito (qui l’articolo di Formiche.net).

Prima, il ministero degli Esteri cinesi aveva optato per dire che non era a conoscenza della situazione, ma poi ha cambiato idea e ha preferito denunciare la politicizzazione della vicenda. “Il primo e più goffo sforzo è stata una presunta lettera di Peng al capo della Wta, pubblicata tramite l’account Twitter del canale televisivo di stato cinese Cgtn – scrive Foreign Policy -. Ciò è stato seguito da una serie sempre più inquietante di immagini e video pubblicati sull’account Twitter di Hu Xijin, l’editore del Global Times, un tabloid nazionalista di proprietà del partito. Uno di questi ha mostrato la 35enne Peng, che Hu ha anche definito una ‘ragazza’ con un ‘sorriso solare’, in posa con peluche”.

La strategia cinese non è nuova. È già stata messa in atto contro i dissidenti politici, che sono costretti, ad esempio, a scrivere lettere ai familiari affermando di stare bene e di essere grati al partito. “Anche l’emittente Cgtn ha un record di trasmissioni di confessioni forzate”, sottolinea Foreign Policy.

Sull’impatto mediatico del caso Peng, la rivista americana ipotizza che si tratta per la celebrità della tennista, rispetto ad altri giornalisti o intellettuali uiguri vittime di repressione da parte di Pechino: “Peng non era particolarmente famoso in Occidente, a meno che tu non fossi fan del doppio di tennis, ma i suoi contemporanei che hanno parlato, tra cui Serena Williams e Naomi Osaka, lo sono. E a causa delle imminenti Olimpiadi, le proteste della Wta hanno assunto un peso in più a cui Pechino ha ritenuto di dover rispondere, scatenando l’ondata di goffa propaganda”. In più, Peng non è un volto della dissidenza politica, ma piuttosto una presunta vittima di violenza sessuale.

Mareike Ohlberg, senior follow del German Marshall Fund, ha scritto su Twitter che il tweet di Cgtn su Peng è “un buon esempio della fusione di incompetenza e arroganza autoritaria nella messaggistica ufficiale cinese. Se l’obiettivo è convincere, è chiaramente un fallimento”. Ma, c’è qualcosa in più in gioco. “Messaggi come questi – ha aggiunto – sono intesi come una dimostrazione di potere: ‘Ti stiamo dicendo che sta bene, e chi sei tu per dire il contrario?’ Il messaggio non ha lo scopo di convincere le persone ma di intimidire e dimostrare il potere dello Stato. Questa dimostrazione di potere, per la maggior parte, funziona meglio in Cina che a livello internazionale perché la minaccia di conseguenze è molto più alta per le persone in Cina che per le persone al di fuori della Cina”.

Sulla soppressione (o tentativo di soppressione) del movimento Me Too in Cina, Ohlberg ha spiegato all’emittente Cnn che Pechino sta usando “l’apparato autoritario per detenere, imprigionare, minacciare e mettere a tacere le femministe cinesi e i loro sostenitori. E ha mobilitato la sua macchina di propaganda per ritrarre il femminismo come un tirapiedi dell’influenza occidentale progettato per minare la Cina”. Ma ora questa tattica potrebbe rivelarsi controproducente, poiché il movimento Me Too è “transnazionale, ha legami con l’estero, e quindi non puoi limitarlo a un singolo Paese, e non puoi semplicemente far tacere le persone in Cina. Ed è per questo che è così importante che le persone continuino a parlare di queste cose a livello internazionale. Perché se risiedi in Cina, lo Stato ha molte opzioni per farti tacere. La comunità internazionale ha una certa responsabilità nel mostrare solidarietà”.

In caso di mancata efficacia di questa strategia di propaganda – o forse anche per integrarla -, le autorità cinesi hanno pronto un altro piano, molto più rigido: un progetto di legge, proposto già dal 26 ottobre, secondo quanto riferisce il sito statale Global Times, con cui si spera di regolare i social per creare un “ambiente positivo e salutare”, vigilando, cancellando e castigando i contenuti che “promuovono valori distorti e artisti corrotti”.

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