La docente di Diritto pubblico comparato sul voto per il Colle: “Se fosse eletto Mario Draghi dovrebbe svolgere il suo ruolo secondo i parametri della forma di governo delineata dalla nostra Costituzione. È escluso che, come pure è stato paventato, in via di fatto il Presidente della Repubblica possa dirigere la politica del governo”

I ben informati avanzano già l’ipotesi di Marcello Pera. Altre voci di corridoio vorrebbero l’infaticabile Giuliano Amato. Oltre ovviamente alla folta cordata dei “draghiani”. La cosa certa è che Sergio Mattarella, in scadenza di mandato, chiuderà per l’ultima volta le porte del Quirinale per non farci più ritorno. Dunque chi sperava in una proroga non dorme sonni tranquilli. Ora, cosa accadrà? Se è vero che la politica è l’arte del possibile, è anche vero che giuridicamente il nostro ordinamento, sull’elezione del Capo dello Stato, pone diversi paletti. Di questo e altro abbiamo parlato con Carla Bassu, docente di Diritto pubblico comparato all’università di Sassari.

Il presidente uscente Sergio Mattarella ha fugato ogni dubbio sull’ipotesi di un secondo mandato al Quirinale. Ora, dal punto di vista giuridico e costituzionale, che tipo di scenario si profila? 

Dal punto di vista formale la situazione è chiara: il mandato di Sergio Mattarella è in scadenza, il Parlamento in seduta comune integrato dai rappresentanti regionali dovrà votare il prossimo (o la prossima) Presidente della Repubblica con un incarico di sette anni. La nostra Costituzione non vieta esplicitamente la possibilità di rielezione del Capo dello Stato ma senz’altro non prevede mandati a termine e l’arco di tempo settennale non è casuale bensì calibrato in funzione della durata degli organi titolari del potere legislativo, esecutivo e di indirizzo politico perché il disallineamento temporale dell’elezione, insieme con il periodo esteso dell’incarico valorizzano e rafforzano il ruolo di garanzia che il PdR è tenuto a conservare nell’ottica di una forma di governo parlamentare come la nostra.

Quali potrebbero essere, per arrivare alla maggioranza, le possibili intese che si concretizzeranno? 

Ci troviamo in una situazione anomala, con un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare non legata da affinità politiche bensì dall’esigenza di traghettare il Paese fuori dalla pandemia e garantire l’attuazione del piano di ripresa europeo. L’ideale, per garantire continuità e stabilità, sarebbe una scelta condivisa e sostenuta dall’attuale maggioranza trasversale. Nei fatti, tutte le intese capaci di aggregare voti sufficienti attorno a un candidato o candidata sono utili e possibili. Al momento gli scenari sono aperti e non sarebbe la prima volta che una elezione presidenziale riserva sorprese…

Da più parti, si agita lo spauracchio dei franchi tiratori. Storicamente, sull’elezione del Presidente della Repubblica, è un fenomeno ricorrente?

Il voto segreto è sempre una variabile imprevedibile, basti pensare a quanto accaduto pochi giorni fa con il ddl Zan. Tradizionalmente nelle elezioni presidenziali italiane i franchi tiratori hanno giocato un ruolo di primo piano, impedendo l’ascesa al Colle di personaggi del calibro di Amintore Fanfani, Arnaldo Forlani o Giovanni Leone che fu bloccato nel 1964 salvo essere poi eletto nel 1971. Di recente rispettivamente 224 e 101 cecchini nascosti hanno chiuso i portoni del Quirinale a Franco Marini e Romano Prodi. Nessuno, nemmeno il candidato più autorevole e popolare può ritenersi immune.

Se Mario Draghi dovesse salire al Colle, che tipo di contesto di andrebbe a creare?

Se fosse eletto, Mario Draghi dovrebbe svolgere il suo ruolo secondo i parametri della forma di governo delineata dalla nostra Costituzione: un capo dello Stato che è arbitro, non giocatore ed entra in campo solo in caso di crisi. A Costituzione invariata è escluso che, come pure è stato paventato, in via di fatto il Presidente della Repubblica possa dirigere la politica del governo.

Numericamente parlando, in tema di grandi elettori, è verosimile che la differenza la faccia il gruppo misto? 

Sia alla Camera che al Senato il gruppo misto è composto da grandi numeri e questa è un’anomalia tutta italiana dovuta al fenomeno del transfughismo che da noi assume dimensioni patologiche. Tipicamente il gruppo misto diventa cruciale in circostanze di instabilità o di votazioni controverse o particolarmente delicate, come è il caso delle elezioni presidenziali.

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