Quota 100 e Reddito di cittadinanza sono più o meno entrambi archiviati e, come le ultime amministrative hanno potuto dimostrare, il dividendo politico è stato più che negativo, sia per la Lega, sia per il M5S, nonostante i due ex alleati si fossero intestati due delle riforme più populiste degli ultimi anni

La manovra tratteggiata da Mario Draghi sembra archiviare definitivamente l’esperienza di Quota 100 – anche se con qualche attesa delusa, per chi avrebbe voluto un ritorno alla riforma Fornero tout court – così come sembra intravvedersi un ridimensionamento della modalità di erogazione del reddito di cittadinanza (anche se, pure in questo caso c’era chi avrebbe sperato una maggiore risolutezza nel prendere le distanze dal pasticcio con il quale ci si era prefissi di abolire la povertà e di creare più posti di lavoro).

Le due bandiere politiche issate dal governo gialloverde (Conte 1, prima della conversione dei grillini e del loro nuovo “capo” al Pd) sono più o meno entrambe ammainate. Il dividendo politico è stato più che negativo, sia per la Lega, sia per il M5S. Il test elettorale amministrativo consumatosi in ottobre, come sempre accade in simili circostanze, potrebbe non essere valutabile in termini di politica nazionale, ma i risultati di Lega e M5S sono stati più che deludenti. Nonostante i due ex alleati si fossero intestati due delle norme più populiste degli ultimi anni. Gli italiani hanno mostrato di non “ripagare” le attese dei loro rappresentanti. O per lo meno si potrebbe dire che i politici di questa stagione non sanno fare i conti tra promesse, interventi, redistribuzione di utilità e vantaggio elettorale.

Società liquida, elettorato volatile; tutto vero, ma la capacità di progettualità politica si è mostrata vicina allo zero. C’è una prima lezione da imparare? Forse. Oggi più che mai il consenso non sembra premiare chi si propone di offrire un patto di scambio: redistribuisco risorse e mi aspetto che tu mi voti.

L’infedeltà dell’elettorato è almeno pari a quella dei propri rappresentanti. Se Lega e M5S possono trasformarsi da acerrimi nemici – prima del voto del 2018 – a partner di governo e poi di nuovo ritrovarsi a lanciarsi accuse e intemerate, che cosa ci si deve aspettare da chi li ha votati? Più o meno la stessa instabilità. E una gratitudine politica non dovuta.

La Lega probabilmente ha fatto un errore specifico: ha immaginato con Quota 100 di rappresentare un disagio che si è rivelato di gran lunga inferiore a quello sbandierato. Le adesioni all’uscita anticipata dal lavoro sono state molto al di sotto delle attese. Il M5S invece ha intuito la pervasività (e il vasto gradimento) della prestazione assistenziale del reddito di cittadinanza. Ma i beneficiati non hanno “restituito” nulla (o molto poco) in termini di consenso.

L’aforisma di Churchill – “Il politico diventa statista quando inizia a pensare alle prossime generazioni, invece che alle prossimi elezioni” – sembra più adatto all’approccio dei votanti che dei votati. I primi si limitano a godere delle opportunità apparecchiate dalla miopia del politico di turno. I secondi precipitano nel buco nero del presente, gravato dai “like”, che si dimostrano cattivi segnali per il medio lungo periodo.

E qui sta forse una seconda lezione che si può imparare: la compulsività dei social media rende anche i politici – prima ancora che si esercitino a diventare statisti – meno acuti nel pensare alle “prossime elezioni”. Confondere i follower con gli elettori è un peccato grave, almeno quanto quello che scambia i sondaggi per i risultati delle urne. L’infedeltà dell’elettore – nella risposta ai sondaggi così come nell’urna – ha acquisito il cinismo spregiudicato, deprivato di ogni contenuto di valore, appreso dalla lezione dei politici di turno.

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