Prosegue con Matteo Salvini la serie di ritratti politologici di Luigi Tivelli, editorialista e scrittore. Già pubblicati i profili di Giorgia Meloni, Giuseppe Conte ed Enrico Letta

Matteo Salvini è uno dei pochi esponenti politici con cui non ho mai avuto qualche forma di frequentazione diretta ma che da tempo seguo e studio un po’ da lontano. Ho avuto invece un’assidua frequentazione e una forma di quasi amicizia con Umberto Bossi, prima nata informalmente all’inizio degli anni 90 e poi consolidatasi soprattutto tra il 95 e 96 durante il Governo Dini.

In quel Governo essendo capo dello staff per i rapporti con il Parlamento e avendo un filo ravvicinato con il Presidente Dini, il mio grande amico e impareggiabile maestro Guglielmi Negri, che aveva la delega per i rapporti con il Parlamento, mi aveva affidato la conduzione dei rapporti con la Lega, che era essenziale per il mantenimento e la prosecuzione per la maggioranza del Governo. Ogni decina di giorni avevo un lungo incontro, a volte anche più di un’ora e mezza con Umberto Bossi, nel suo piccolo studio al gruppo parlamentare della Lega, nel corso del quale mi ubriacava un po’ con lattine di coca cola (io ne bevevo due o tre lui magari quattro o cinque) che estraeva dal suo piccolo frigorifero in quel piccolo studio.

A quel tempo Umberto godeva di ispirazione e suggestione da parte del grande costituzionalista e ideologo della Lega Gianfranco Miglio, padre anche della campagna per il federalismo, e amava intrecciare con me grandi discussioni politologiche. Ero colpito dalla sua “nasometeria” e del suo fiuto politico quasi animalesco, anche se la base politologica era ovviamente un po’ improvvisata e semidilettantesca, a differenza delle forti capacità politiche.

Quei colloqui erano fondamentali, accompagnati da incontri invece nel mio studio o in quello di Guglielmo Negri con Roberto Maroni, per tenere la Lega allacciata al Governo e devo ammettere che dal partito, perfino quando si ritirò dal Parlamento del Nord dalle parti di Mantova, non venne mai meno il sostegno al Governo. Bossi era espressione di pulsioni che in quella fase erano diffuse nel Nord del Paese e padre e figlio nel contempo di una qualche forma di flusso ideale che si diffondeva dal Nord a Roma.

Matteo Salvini ha sostanzialmente tagliato i fili che lo collegavano a Bossi, pur essendo stato fin dalla giovane età un consigliere comunale della Lega a Milano e giornalista di Radio Padania. L’emersione della sua leadership è stata molto veloce, sospinta da un’esigenza di forte rinnovamento del Carroccio. Non credo che questa sia la fase migliore per Matteo Salvini. Egli, per un verso soffre la competizione con Giorgia Meloni ai fini di stabilire qual è il primo partito del centro destra.

Per altro verso è stato coraggioso nel decidere il sostegno della Lega al Governo Draghi ma non si è mai radicato veramente in questa posizione, e la sua leadership continua a caratterizzarsi come guida di un partito di governo e di lotta nel contempo. Non credo però che gli abbiano fatto molto bene i troppi andirivieni rispetto alle adesioni alle politiche dell’esecutivo. Tra filo-vax e strizzamento dell’occhio ai no-vax, ancora di più gli oscillamenti sul green pass, si sono in qualche forma riprodotti gli andirivieni della Lega rispetto al senso dell’adesione all’Unione Europea negli scorsi anni.

Salvini allora lasciava volentieri che vari esponenti del suo partito, tra cui i cosiddetti economisti Borghi e Bagnai e altri, avessero posizioni sostanzialmente antieuro. Allo stesso modo, ha lasciato che nei mesi e nelle settimane scorse più o meno gli stessi soggetti avessero posizioni quasi no vax e contro il green pass. Ma Salvini ha a che fare anche con un solido e radicato partito di governo, guidato da Giancarlo Giorgetti, che già era stato un pupillo di Bossi (e che a differenza di Salvini non aveva mai rotto il filo con il Senatur) e dai governatori delle regioni del Nord, a cominciare da Luca Zaia, che sembra voler sostenere e promuovere la sua immagine visto che ha appena pubblicato un libro con il suo volto che occupa tutta la copertina.

Il gioco di continue punzecchiature, polemiche e repliche tra Matteo Salvini ed Enrico Letta non sembra giovare certo agli equilibri di governo, e poi mi sembra che Salvini non abbia sostanzialmente un’agenda. Egli ha legato la posizione della Lega a iniziative come “quota 100” sulle pensioni, a suo tempo concordata con i 5Stelle e che non mi sembrano molto benefiche, né per la finanza pubblica né per una politica sociale equilibrata. A differenza della Meloni e di Fratelli d’Italia, che ancora fatico a capire quale tipo insediamento sociale abbiano, la Lega ha un suo radicato insediamento sociale, specie al Nord, come espressione dei medi e piccoli imprenditori, delle Partite Iva, di una parte significativa degli operai.

Così come la Lega, a differenza di Fratelli d’Italia, può avvalersi di una classe dirigente, composta, oltre che da certi uomini di governo come Giorgetti e i suddetti governatori, anche di una classe parlamentare che è una delle meno peggiori, visto che i suoi membri diventano tali nella maggior parte dei casi dopo aver condotto esperienze nelle amministrazioni locali o in altre posizioni manageriali.

Anche questa è una differenza forte fra il partito di Salvini e quello della Meloni. Mi pare però che Salvini abbia fin qui sostanzialmente fallito nella diffusione verso il Centro-Sud, pur giusta e necessaria per la Lega. Quel simulacro di classe dirigente che la Lega di Salvini ha accumulato al Centro Sud, è fatto di strani ex sindacalisti di qualche sindacato minore, qualche ex nostalgico fascista, qualche figlio dell’etica dell’assistenzialismo e della lottizzazione democristiana, come ad esempio avviene in Sicilia.

Per cui sin qui il progetto di fare della Lega un partito nazionale è avvenuto sulla carta. Ma mentre la Lega gode di una buona o dignitosa classe dirigente al Nord, ha una classe dirigente affastellata, limitata e in qualche caso un po’ pericolosa altrove. Il progetto più serio che aveva tentato di condurre in porto e che non si capisce bene che fine abbia fatto era quello di una sorta di federazione o fusione con Forza Italia, anche al fine di garantirsi la primazia del centrodestra rispetto alla Meloni e a Fratelli d’Italia, ma mi sembra che non abbia proseguito a condurre con la necessaria tenacia questo progetto, che sarebbe fondamentale per acquisire una classe dirigente anche al Centro-Sud e garantire vitalità al suo partito.

Sarebbe poi il caso che finalmente Salvini si dotasse di una vera agenda, di un programma politico in pochi punti precisi e ad essa si legasse, smettendo quell’oscillazione tra governo e opposizione che, se ha potuto funzionare in altri tempi, oggi davanti a un elettorato che cerca forze politiche serie equilibrate e competenti, non giova di certo.

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