La forza del nostro Paese è nella solidarietà, non solo come orizzonte etico generale, ma come attenzione quotidiana nel promuovere gli attori dell’attivismo civico (volontari e non), motivarli e formarli continuamente, sostenerli con apposite e sufficienti risorse. La riflessione sul Terzo settore e la situazione attuale di Rocco D’Ambrosio, presbitero della diocesi di Bari, ordinario di Filosofia Politica nella facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma

L’emergenza da Covid-19 rappresenta una crisi epocale: “La peggiore recessione globale dalla Seconda guerra mondiale”, secondo la World Bank. Una crisi innanzitutto sanitaria, ma con contraccolpi impressionanti, sull’economia, l’occupazione e la società tutta; tanto da farci dire con Harari che le decisioni, che si prendono oggi (si pensi al Pnrr) nel pubblico come nel privato, “potrebbero cambiare le nostre vite per gli anni avvenire”.

La situazione della società civile, precedente alla pandemia, presentava dei nodi problematici che hanno influito sul periodo pandemico. In particolare il rapporto con le istituzioni pubbliche, che in alcune fasi (specie durante i governi di centro destra) ha raggiunto livelli conflittuali molto alti. In generale condivido quanto affermato da Moro e Vannini: “Attualmente il potere dei partiti è più legato al controllo delle risorse dello Stato e alla gestione delle istituzioni pubbliche, dal livello nazionale a quello locale, piuttosto che alla loro presenza attiva nelle dinamiche della società civile e ad un forte legame di fiducia con i cittadini”. Da questa sintetica analisi si deduce come il nodo della conflittualità sia essenzialmente da ricercare in questi tre fattori: erogazione delle risorse alla società civile; competizione di alcuni politici con i soggetti della società civile; mancanza di politiche pubbliche chiare nella gestione di risorse finanziarie e associative.

I dati sull’intero fenomeno, per il periodo pandemico, scarseggiano; l’Istat ha monitorato solo alcuni comportamenti civici generali. Essi, ovviamente, sono da distinguere dalle attività e dalla presenza in termini di servizi e sostegno “sussidiario” che spesso forniscono le organizzazioni civiche. Una tendenza, presente quasi sempre nel nostro Paese, è un impegno che sorge e si rafforza, a livello civico, proprio a causa della sfiducia che si ripone nelle istituzioni o nelle amministrazioni pubbliche. In altri termini – come sappiamo bene – un conto sono i sentimenti e i comportamenti più o meno civici di tipo individuale, altro sono i fenomeni organizzati di partecipazione alla vita collettiva e alle problematiche pubbliche.

Infatti la mobilitazione di forze, risorse, tempo dedicate al supporto diretto, al sostegno sociale e psicologico, alla organizzazione di reti di informazione di vicinato, di iniziative di advocacy e di rappresentanza di diritti violati o non considerati, di aiuto alle famiglie e ai singoli è stato intensissimo, sia nel mondo religioso che laico. Tuttavia a questo enorme sforzo delle organizzazioni di volontariato non sempre è corrisposto un particolare intervento delle istituzioni pubbliche. La Caritas Italiana ha lamentato spesso “la criticità dell’assenza di indicazioni istituzionali, tant’è che le strutture si sono organizzate in una sorta di “fai da te” che ha prodotto una protezione efficace degli ospiti ma ha sensibilmente ridotto la capacità d’accoglienza. La richiesta di un confronto e delle indicazioni nazionali ha fatto si che si attivasse un Tavolo istituzionale presso il ministero della Salute e fossero emanate delle prime “Indicazioni ad interim certamente da aggiornare ed integrare”.

Si comprende bene come i cittadini tutti, in specie le persone più fragili, affrontano certamente momenti di incertezza e difficoltà. Diverse organizzazioni del Terzo Settore sono direttamente impegnate sul fronte del Covid-19; molti altri sono impegnati a sostenere le loro comunità; tutte queste associazioni, gruppi di volontariato, cooperative e imprese sociali sono comunque a vario titolo colpite dai provvedimenti. Inoltre si sta avvertendo una sorta di ritorno dello Stato centrale e delle Autonomie locali, dopo un periodo di arretramento. Tuttavia lo Stato sta reagendo con ritardo e in modo spesso incerto (si pensi al travagliato percorso del Codice del Terzo Settore, al suo iter di attuazione non ancora concluso oppure alla mancata conferma di sostegni finanziari al settore), e la grande e diffusa azione di difesa e solidarietà sociale che è comunque in atto risulta sostenuta, al di là dell’ambito strettamente sanitario, soprattutto da una miriade di organizzazioni (spesso informali e di piccole dimensioni, cosi da sfuggire ai censimenti ufficiali) che stanno offrendo alle comunità la possibilità di continuare a godere – pur coi limiti imposti dal distanziamento – dei servizi sociali essenziali.

La crisi pandemica, inoltre, ha sollecitato e, per alcuni aspetti, messo in crisi il nostro sistema sanitario e di servizi alle persone. Nella ripresa in atto è indispensabile riflettere sul modello di welfare più opportuno, efficace ed efficiente per il nostro Paese, iniziando dal ripensare il rapporto Stato centrale – autonomie locali, regionali e comunali, spesso causa di diversi disservizi.

Da ultimo, ma non per ultimo – last but not least – le istituzioni statali spesso sono sotto il controllo di un “pilota automatico”, che è il mercato e che, molto spesso, detta legge con la sua logica utilitaristica. Non tutte le scelte sono ispirate dall’intento di promuovere e rafforzare la “solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2), di cui parla la Costituzione. Eppure la forza del nostro Paese è nella solidarietà, non solo come orizzonte etico generale, ma come attenzione quotidiana nel promuovere gli attori dell’attivismo civico (volontari e non), motivarli e formarli continuamente, sostenerli con apposite e sufficienti risorse.

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