Oltre al ministro Franco, ci sono Colao (già ad di Vodafone) e Giorgetti (che ha lavorato sul golden power anche nel governo Conte I). Il sottosegretario Garofoli è tra i massimi esperti di poteri speciali, mentre Giavazzi sarà gli occhi e le orecchie del premier

“Si è ritenuto che a seguire i diversi aspetti della vicenda sia un gruppo di lavoro composto dagli esponenti di governo titolari delle competenze istituzionali principalmente coinvolte, oltre che dalle amministrazioni e da esperti”. Con queste parole contenute nel comunicato diffuso domenica sera dopo la riunione del consiglio di amministrazione di Tim che ha avuto al centro l’offerta del fondo statunitense Kkr, il ministero dell’Economia ha confermato le indiscrezioni pubblicate sull’edizione del Corriere della Sera in edicola la mattina stessa.

Prima di lanciare l’offerta, però, il fondo vuole “svolgere una due diligence confirmatoria di durata stimata in quattro settimane”. La manifestazione di interesse è vincolata a ciò e anche “al gradimento da parte dei soggetti istituzionali rilevanti”, ovvero al parere del governo che ha sulla società la possibilità di esercitare il golden power.

In questa possibile operazione di mercato, l’esecutivo è intenzionato a mantiene la sua neutralità con due capisaldi: gli investimenti per le infrastrutture e la tutela del lavoro.

Queste sono le linee guida dell’attività del super comitato che dovrebbe essere composto da tre ministri – Daniele Franco dell’Economia, Giancarlo Giorgetti dello Sviluppo economico e Vittorio Colao dell’Innovazione tecnologica e la transizione digitale – da Franco Gabrielli, Autorità delegata, da Roberto Garofoli, sottosegretario a Palazzo Chigi, da Francesco Giavazzi, consulente economico del presidente del Consiglio Mario Draghi, e da Giuseppe Chinè, capo di gabinetto del ministero dell’Economia.

Dunque, ricapitolando.

Il Tesoro schiera due pezzi da novanta: il ministro, un tecnico spesso definito un fedelissimo del presidente del Consiglio, e il suo capo di gabinetto, consigliere di Stato, autore di diverse pubblicazioni in materie privatistiche e contrattuale.

Oltre a Franco, c’è un altro tecnico, Colao, dalla grande esperienza nel settore delle telecomunicazioni: una ventennale carriera in Vodafone (fino a diventare amministratore delegato dal 2008 al 2018) spezzata da due anni come amministratore delegato di Rcs MediaGroup (2004-2006).

C’è l’economista Giavazzi, che l’Espresso definiva ad agosto “l’unico vicepremier di Draghi”: “si conoscono da sempre e il presidente si fida ciecamente del suo amico. L’ha portato a Palazzo Chigi col ruolo di ‘senior advisor’, ma l’economista della Bocconi è sui dossier più importanti: dalla riforma del Fisco la stesura del Pnrr, dalle nomine di Stato all’operazione UniCredit col Monte dei Paschi”, scriveva il settimanale.

C’è anche Gabrielli, ex prefetto, capo della Polizia e direttore dell’Aisi, a dimostrare quanto la partita sia di rilevanza strategica per il Paese: si pensa a controllate di Tim come Sparkle, uno dei primi operatori di servizi al mondo, e Telsy, azienda specializzata nella cybersecurity.

Infine, ci sono il ministro Giorgetti e il sottosegretario Garofoli. Il primo si era già occupato di telecomunicazioni, in particolare di 5G, ai tempi del governo Conte I da sottosegretario a Palazzo Chigi. Ora, al ministero dello Sviluppo economico, è evidentemente al centro della partita. Il secondo, che ha preso il testimone di Giorgetti da Riccardo Fraccaro, sottosegretario durante il governo Conte II, è consigliere di Stato ed è ritenuto uno dei massimi esperti di poteri speciali: come raccontato nei mesi scorsi da Formiche.net, secondo lui lo Stato è ormai “stratega” perché ha il potere di entrare non solo nell’azionariato e nella regolamentazione ma anche nella gestione e nei contratti delle aziende considerate strategiche. Per questo, ha più volte sostenuto, il gruppo di coordinamento che affianca la presidenza del Consiglio dovrebbe dotarsi di una struttura autonoma e stabile ad alta competenza tecnica.

Come ha evidenziato Il Messaggero, toccherà a loro affrontare i nodi collegati ai dossier Tim, con l’impatto che questo potrebbe avere sull’attivazione del golden power. “E soprattutto indicare la via di uscita che potrebbe essere la blindatura di Sparkle e della rete Tim, in modo da mettere in sicurezza la rete nazionale e i dati che vi viaggiano e lasciare alla società telefonica i servizi commerciali e quelli alla clientela”. L’altra ipotesi citata dal quotidiano “è quella di aumentare la presenza pubblica in Tim, facendo lievitare la quota di Cassa depositi e prestiti (attualmente è al 9,81%) nel gruppo tlc”.

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