Intervista al presidente del Copasir. Per uscire dalla vicenda Tim-Kkr il golden power non basta, serve una politica industriale strategica. Bene il Trattato del Quirinale, ma ci aspettavamo un’informazione preventiva dal governo. Cina, Russia, Sahel e Libia, ecco i nuovi fronti della minaccia alla sicurezza nazionale

Il golden power è lo strumento, non il fine. Adolfo Urso, presidente del Copasir e senatore di Fratelli d’Italia, dice la sua sulla vicenda Tim-Kkr. Per tutelare Tim, su cui incombe l’Opa del fondo americano Kkr, e i suoi asset più delicati, serve mettere in campo “una politica industriale strategica”. Dallo shopping cinese alla politica energetica, il presidente del comitato di controllo dell’intelligence dà un giudizio positivo alla strategia di sicurezza del governo ma accende anche i riflettori su nuovi fronti all’attenzione del comitato. 

Presidente Urso, l’offerta del fondo americano Kkr per Tim pone una rilevante questione strategica. Come si può tutelare la sovranità della rete? Era questo uno degli argomenti all’ordine del giorno nella audizione di Giorgetti, poi rimandata dal ministro?

L’audizione del ministro è stata riprogrammata martedì prossimo, avremo diversi dossier da esaminare che interessano la Sicurezza nazionale: dall’industria della Difesa, dall’Energia allo Spazio, temi su cui abbiano attivato specifiche indagini conoscitive, al sistema delle Tlc di cui il Comitato si occupò nella prima relazione in Parlamento in questa legislatura. In quel testo, il comitato sottolineò appunto l’esigenza di garantire la sicurezza nazionale sulla rete. L’interlocuzione con il governo è comunque molto intensa, continuativa: in cinque mesi abbiamo già avuto nove audizioni di ministri del Cisr e tre con l’autorità delegata.

Avete però lamentato che ciò non è avvenuto per il Trattato Italia Francia? Avevate chiesto che il governo riferisse al Copasir prima della firma.

Così avvenne in casi simili, per esempio sul memorandum sulla Via della Seta. In quella occasione il confronto fu preventivo, anche con il presidente del Consiglio.

Nel merito: mentre continua la transizione di potere in Germania, è un bene rafforzare l’asse fra Italia e Francia su temi come sicurezza e Difesa?

Le decisioni in merito spettano al governo e poi al Parlamento. Il comitato sovrintende ai temi della sicurezza nazionale. Come le dicevo, noi abbiamo in corso una indagine conoscitiva proprio sulla evoluzione della Difesa europea e quindi sul ruolo che può assolvere in questo contesto la nostra industria della Difesa. Ieri abbiamo avuto l’audizione dell’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo. Oggi abbiamo l’audizione di Arera sull’altra indagine conoscitiva attivata dal Comitato in merito alla sicurezza energetica nella fase di transizione ecologica, così come l’altra settimana abbiamo avuto la audizione dell’Agenzia spaziale italiana. Le tre indagini conoscitive su cui stiamo lavorando riguardano espressamente temi del Trattato, così notano gli osservatori esterni: Spazio, Energia, industria della Difesa. Forse una interlocuzione preventiva sarebbe stata utile nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato.

A suo parere sul caso Tim ci sono gli estremi per intervenire con il golden power?

Il golden power è uno strumento di difesa. Utile, talvolta efficace ma non sempre sufficiente. Credo che in questo caso sia soprattutto necessaria una politica industriale strategica che per sua natura si dispieghi nel tempo con piena consapevolezza e convergenza su obiettivi e modalità di intervento.

Che ruolo immagina per Cdp e come valuta l’ipotesi di un ritorno allo Stato?

“Il ruolo dello Stato è necessario sulla frontiera tecnologica”, ha detto recentemente il presidente del Consiglio in Parlamento. Tanto più lo è quanto riguarda la Sicurezza Nazionale e in questo settore le due cose coincidono: frontiera tecnologica e sicurezza nazionale. Ormai la definizione di “Stato stratega” è di uso comune, poi le modalità con cui declinarla dipendono da tanti fattori, dal perimetro delle regole europee alle disponibilità di risorse al ruolo del mercato.

Un altro fronte che vede entrambi i Paesi in prima linea è la Libia. A dicembre si avvierà una faticosa e incerta transizione democratica. La Francia di Macron resta un competitor o può diventare un alleato per gli interessi italiani?

Mercoledì si è dimesso il rappresentante della Nazioni Unite in Libia, evidentemente vi sono problemi sul percorso delle elezioni già programmate, la collaborazione tra Italia e Francia è assolutamente necessaria. La Libia è il luogo dove si misura ogni cosa, la collaborazione tra i nostri Paesi, così come l’ambizione della Unione di realizzare una Difesa europea, la cosiddetta autonomia strategica, se non si esplica in Libia e nel “Mediterraneo allargato” dove altrimenti?

Il Sahel è una polveriera. All’Italia conviene restare con una presenza a fianco dei francesi anche in ottica di intervenire sul flusso migratorio?

Il Sahel è l’area di maggiore espansione del terrorismo islamico, dopo la caduta di Kabul, terra di conquista dello jihadismo. Ma altrettanta attenzione va posta a quanto sta accadendo in Etiopia e quindi di conseguenza in Corno d’Africa, Regione strategica per l’Italia e l’Europa. Addis Abeba è sede delle organizzazioni africane e le forze armate etiopi sono state sinora l’asse portante di molte missioni di pace e stabilizzazione in Africa. È in atto una guerra civile etnica che rischia di diventare anche religiosa, una polveriera, dobbiamo evitare che esploda, con gravissime ripercussioni anche e non solo sui flussi migratori.

A proposito, il Copasir ha appena discusso di un nuovo metodo di contrasto al terrorismo. Ci può spiegare di cosa si tratta?

Abbiamo presentato una Relazione al Parlamento su come meglio contrastare il crescente fenomeno della radicalizzazione islamica, nuova frontiera del terrorismo, come dimostrano gli ultimi episodi in Europa e anche recenti arresti in Italia. Tra l’altro abbiamo evidenziato la necessità di considerare reato la detenzione di materiale jihadista propedeutico ad attività terroristiche, in analogia con quanto previsto con la detenzione di materiale pedopornografico. Ciò consentirebbe di anticipare la prevenzione consentendo la immediata espulsione di soggetti pericolosi.

Il tema della sicurezza energetica a cui state lavorando è tornato di attualità di recente con il braccio di ferro fra Europa e Russia per le forniture di gas e la crisi al confine orientale. L’Italia farebbe bene a diversificare le forniture energetiche?

La nostra ottica è sempre quella della sicurezza nazionale, che riguarda in tal caso sia la fornitura e quindi la diversificazione di fonti e di aree di approvvigionamento ma anche i costi e quindi la sostenibilità per il sistema, elementi che devono essere garantiti anche nella fase della transizione ecologica, decisive saranno le scelte europee sulla tassonomia della tecnologia green. Anche in questo caso ci esprimeremo con una Relazione al Parlamento a conclusione della indagine.

Chiudiamo con un altro dossier importante per la sicurezza: i rapporti con la Cina. Con Draghi a Palazzo Chigi la politica estera italiana è tornata sui giusti binari?

Beh, è cronaca di questi giorni, per esempio nell’uso della golden power, più tempestivo e incisivo. Su questo argomento mi sono già espresso in molte sedi apprezzando la maggiore attenzione del governo alle tematiche da noi sollevate. Quel che conta però è il lavoro svolto dal Comitato anche nelle precedenti presidenze, a dimostrazione di una continuità e condivisione di giudizio, basti rilevare quanto affermato nella relazione sulla sicurezza cibernetica e quindi sul 5G durante la presidenza Guerini, ma anche in quella sugli assetti finanziari e assicurativi del Paese, durante la presidenza Volpi, in cui si evidenziava la presenza di capitale e aziende cinesi in asset strategici. Il Copasir in questa legislatura ha svolto il compito che gli è stato affidato: notiamo che vi è maggiore attenzione alle tematiche sollevate.

Condividi tramite