Un anno senza Maradona è come se non fosse trascorso. Lui è ancora nei vicoli di Napoli e nello Stadio “Diego Armando Maradona” e non sbiadisce il suo ricordo. Il tempo che verrà inevitabilmente farà crescere il mito dell’uomo che esaltò il football inventando storie bellissime sulle quali la polvere del tempo, per rispetto, non si depositerà mai, per quanto la memoria umana sia labile

Dal 25 novembre dello scorso anno smisi di leggere e guardare tutto ciò che concerneva Diego Armando Maradona. Non tanto per la tristezza che mi procurava la sua assurda e piuttosto misteriosa fine, ma perché in poche ore il cordoglio universale si consumò in una farsa domestica che diede il colpo finale al “mito” già logorato dalle note vicende private.

Il mondo piangeva la scomparsa di Maradona e i cani latravano attorno al suo corpo rigido, sezionavano la sua vita senza rispetto, si accanivano nel decifrare vicende giudiziarie impastate con i dolori ultimi e la malattia fatale. Gli si rendeva omaggio da questa parte dell’Atlantico, specialmente a Napoli dove l’amore per questo suo figlio “illegittimo” non è mai venuto meno, neppure nei giorni bui della fuga precipitosa alla ricerca di un po’ di pace.

Ho avuto la sensazione, in quest’ultimo anno, che dovunque il Pibe de oro si trovi, non potrà che restare disgustato dalla danza macabra che si è accesa intorno alle presunte responsabilità della sua morte e dalla irriverente disputa attorno alla sua eredità. Medici e infermiere, mogli, compagne, figli e figlie, amici interessati ed ingenui membri della corte faraonica del Fenomeno, avvocati e periti, autisti di ambulanze e personale domestico assortito, una tribù insomma, si sono rinfacciati accuse allucinanti e ognuno ha sputato massicce dosi di fango contro l’uno o l’altro degli aventi titoli presunti per disputarsi qualcosa di lui: la sua memoria vive tuttavia nel folclore affettuoso partenopeo, sulle bandiere allo stadio che gli stato intitolato e sulle magliette che la sua antica squadra spesso riproduce. Il suo cuore è lontano dal suo corpo. Giace in qualche istituto di anatomia patologica perché interessati studiosi vogliono capire come e perché pesasse cinque chili, causa dell’insufficienza cardiaca, e non tre come quelli di tutti gli esseri della sua età.

Le dispute, di qualsiasi genere, sul più grande calciatore di tutti i tempi, mi mettono di cattivo umore. E faccio finta nelle librerie di non vedere i volumi usciti in occasione del primo anniversario della sua morte. Solo il ricordo di un abbraccio che scambiai con lui negli spogliatoi dell’Olimpico mi rallegra un poco, oltre a quella “mano di Dio” che consacrò la grandezza metacalcistica di Maradona, mentre lo stadio Azteca di Città del Messico impazziva. Era il 1986.

Non doveva finire così, ma era probabile che era l’unico modo in cui potesse andare a finire. Tutta la tumultuosa vita di Maradona, del resto, è stata segnata da contrapposizioni feroci tra clan che si disputavano i suoi favori, da manager o presunti tali che a sua insaputa vendevano la sua immagine, ne gestivano frequentazioni e ne attizzavano le inimicizie. Ci si stupisce ora, dopo una morte che continua a rinfocolare indiscutibili lati oscuri, se sia stato inevitabile che Maradona abbia subito l’onta della espropriazione della sua stessa morte per ragioni che nulla hanno a che fare con la sua volontà?

Saremmo a nostra volta ingenui se ci meravigliassimo di un epilogo tanto sconcertante: sopra i fiori e le casacche esibite del campione si sono affastellate per un anno (e non è finita) le carte bollate, le accuse infamanti, le ipotesi più o meno credibili sulla sua fine solitaria e sull’ imperizia di chi avrebbe dovuto vigilare su di lui invece di lasciarlo solo, come si disse. Non ci sorprende nulla della vicenda extra-calcistica di Maradona. Segnato da un destino bizzarro e perfino crudele, si sarà rassegnato anche lui a vedersi nuovamente, e chissà per quanto, al centro di una tragica pièce affollata di attori che si lanciano accuse veementi dopo aver pianto un solo giorno il fragile uomo la cui avventura terrena si è conclusa – se è vero quel che si è detto e si dice – nello squallore più assoluto di una dimora per ricchi, lontana dalla povera e malmessa Villa Fiorito, provincia di Lanus, dove nacque e, come sessant’anni fa, ancora non vi arriva l’acqua e le fogne sono indegne delle peggiori favelas sudamericane, un posto dimenticato dal quale l’uomo leggendario se ne andò via, il più lontano possibile, a celebrare i suoi trionfi.

Là, in un barrio esclusivo, denominato Tigre, l’ombra del corpo di Maradona si aggira, un anno dopo, come un leggero fantasma, per le stanze vuote, il giardino fiorito, le case abitate da anziani signori che vi trascorrono la primavera argentina. E la sua ombra chiama il medico curante e l’avvocato amico, coloro che che avrebbero dovuto vegliare sulla sua incolumità e misurargli i battiti cardiaci, gli affetti svaniti, probabilmente nascosti lontano, a centinaia di chilometri da quel posto per vecchi milionari, nella rutilante Buenos Aires spaventata dal Covid eppure effervescente. Ma non risponde nessuno. È più che probabile che siano state rimosse una bottiglia di whiskey e le tante scatole di psicofarmaci nell’ultima disadorna dimora di Maradona che restava a letto, in uno stato precomatoso, da quando, dopo una caduta in casa, a pochi giorni dalle frettolose dimissioni dall’ospedale dove era stato operato al cervello, era precipitato in una sorta di deliquio, e nella sua solitudine moriva un poco alla volta senza che nessuno se ne accorgesse.

Lui, il più grande, il più amato, il più osannato, il più brillante interprete della poesia del fútbol, un eroe del “realismo magico”, figura borgesiana per eccellenza, poteva finire solo, disperato e stanco come un un povero cane di Villa Fiorito?

Non era scritto, neppure lo si ipotizzava quando i dèmoni della cocaina lo possedevano, che la sua morte sarebbe stata quella di un protagonista di un romanzo russo dell’Ottocento: Dostoevskij avrebbe potuto rappresentarlo, ma gli scrittori di cose calcistiche sudamericane, come Osvaldo Soriano o Eduardo Galeano, mai avrebbero immaginato un finale così triste, così “argentino”, per l’uomo che aveva esaltato le platee di tutto il mondo. E noi che abbiamo pianto vedendo scorrere sui teleschermi le immagini di Dieguito centinaia di volte dopo l’annuncio del decesso, ed oggi non vogliamo più vederle, affrontiamo sconcertati questa commedia tragica, ricordandolo un anno dopo, un anno senza di lui, animata da personaggi che hanno esibito il dolore e la felicità dell’uomo che ha vissuto molte vite, prevedendole, probabilmente, esclusa una: quella segnata dal disamore e dall’indifferenza.

L’infermiera che stazionava davanti alla stanza di Maradona da lui licenziata, ma “costretta” a restare dai familiari per controllare l’assunzione dei farmaci del paziente, ha dichiarato in merito alla caduta in casa, come riportò il Corriere della Sera: “Ha battuto la testa sulla destra, il lato opposto a dov’era stato operato. Non un colpo forte. Però è rimasto tre giorni così, da solo. Rintanato. Non guardava nemmeno la tv. Nessuno che lo visitasse, l’aiutasse, gli facesse una risonanza magnetica. Nessuno che avvertisse la clinica Olivos. Lui non era in grado di decidere, ma sarebbe potuto andare nell’ospedale più lussuoso del mondo. Non fosse rimasto in quel luogo, inadatto, probabilmente non sarebbe morto”. Un’accusa terribile, agghiacciante.

Dopo le  folle oceaniche che lo hanno pianto, Maradona “celebra” comunque, in qualche modo, ogni volta che se ne presenta l’occasione, l’estremo suo funerale non in un tempio consacrato, lontano dalle bandiere delle sue squadre, nell’indifferenza di chi una anno fa lo osannava in tutte le piazze dove la sua storia si era dispiegata, negli stadi vuoti d’Europa e d’America, ma tra le illazioni, le bugie, le mezze verità che senza pietà lo seppelliscono una seconda volta, mentre non ci si cura più del controverso esame tossicologico (anche questo ci mancava) che tenne in apprensione per settimane platee di tifosi e curiosi attendendo brandelli di verità.

Mi ricorda la sua vicenda altri calciatori, sudamericani perlopiù, che hanno avuto un destino analogo, dopo i trionfi dei giorni gloriosi. Due in particolare: l’uruguaiano José Luis Andrade, conquistatore nel 1930 della Coppa Rimet e campione olimpionico tra i più acclamati, ed il brasiliano Mané Garrincha. Il primo, alcolizzato e povero, lo trovarono morto in un fetido vicolo di Montevideo aggrappato ad una scatola di scarpe contenente le sue medaglie: aveva amato ed era stato amato da Josephine Baker. Il secondo, se ne andò a quarantanove anni, campione del mondo, dopo aver dissipato se stesso, con la complicità di donne che lo divorarono e dell’alcool che lo consumò, in condizioni di indigenza e degrado, malato di cirrosi epatica e afflitto da un edema polmonare che fu il colpo di grazia infertogli da un destino crudele .

Distruttive passioni, diranno i moralisti. Ma ai geni e agli artisti non si applicano le categorie “borghesi”. Come a Maradona. Neppure la sua morte poteva essere silenziosa in un piccolo spazio. Sarebbe stato un controsenso; o meglio un non-senso per l’uomo che non ha vissuto neppure un attimo di vita normale.

Un anno senza Maradona è come se non fosse trascorso. Lui è ancora nei vicoli di Napoli e nello Stadio “Diego Armando Maradona”, il solo che io sappia che gli sia stato intitolato e non sbiadisce il suo ricordo. Il tempo che verrà inevitabilmente farà crescere il mito dell’uomo che esaltò il football inventando storie bellissime sulle quali la polvere del tempo, per rispetto, non si depositerà mai, per quanto la memoria umana sia labile.

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