Il governo avvia faticosamente il primo passo della promessa revisione del sistema impositivo lungo la direttiva tracciata nella legge delega presentata il mese scorso. Niente grandi disegni di riforma, ma solo ritocchi alla distribuzione delle aliquote dell’Irpef. È difficile d’altronde far quadrare le ambizioni dei partiti della coalizione di governo con la realtà dei conti pubblici in rosso. L’analisi di Salvatore Zecchini, economista Ocse

Con il decreto fiscale in via di approvazione il governo avvia faticosamente il primo passo della promessa revisione del sistema impositivo lungo la direttiva tracciata nella legge delega presentata il mese scorso. Niente grandi disegni di riforma, ma solo ritocchi alla distribuzione delle aliquote dell’Irpef e alle detrazioni per cercare di accontentare tutti. È difficile far quadrare le ambizioni dei partiti della coalizione di governo con la realtà dei conti pubblici in rosso, che già nell’indirizzo programmatico dell’ultima Nota di Aggiornamento del Def indicano un deficit del 9,6% del Pil.

Anche se la crescita del reddito per l’intero anno sorpasserà la stima del Nadef, il deficit si discosterà poco al di sotto del traguardo indicato dal governo. Considerato che ancora non si conoscono tutti i termini della revisione delle aliquote dell’Irpef e delle detrazioni d’imposta, si possono attualmente fare soltanto valutazioni approssimative su come si distribuirà il carico fiscale e contributivo tra i redditi delle persone fisiche e tra le imprese. Più chiare, invece, le debolezze di questo approccio alla riforma in vista dello sviluppo dell’economia.

L’effetto più visibile è l’inerpicarsi della curva discontinua delle aliquote dell’Irpef, che sono ridotte a quattro, rispettivamente in percentuale 23, 25, 35 e 43, e sono abbassate al 25% e 35% nelle due fasce di reddito comprese tra 15.000 ed 50.000, fasce con un limite ridotto al margine superiore rispetto al precedente di 55.000. Si innalza, invece, lo scalino nel passaggio ai redditi superiori a 50.000, a cui si applica l’aliquota massima del 43%.

Si produce pertanto, un effetto di maggiore progressività dell’imposta a beneficio dei percettori dei redditi intermedi e con un aggravio per quelli considerati alti. Per mitigare questo aggravio e beneficiare maggiormente i redditi medio-bassi si modificano anche le detrazioni col risultato che lo sgravio maggiore andrebbe ai redditi tra 40.000 ed 45.000 euro che vedrebbero ridursi il prelievo fiscale, secondo alcune stime, fino a un massimo del 7,5% per il lavoro dipendente, o circa 700 euro l’anno.

Per i percettori di reddito da lavoro dipendente più elevato (da 90.000 in su) si arriverebbe a uno sgravio insignificante stimato in 270 euro l’anno. Resta da chiarire come questa revisione delle detrazioni compensi l’abolizione del bonus del governo Renzi, ampliato dai governi successivi, e come si affianchi all’assegno unico per i carichi familiari nell’accrescere i redditi dei lavoratori. Si accentua, quindi, la progressività della tassazione sul reddito personale con interventi meno trasparenti e potenzialmente meno stabili nel tempo.

Minore trasparenza perché si usa lo strumento delle detrazioni che non permettono all’osservatore di ottenere la stessa chiarezza di una ben evidente scala di aliquote nominali, in quanto per conoscere l’aliquota effettiva di prelievo bisogna calcolare l’effetto di detrazioni che in genere sono concesse con criteri selettivi. Maggiore incertezza perché è più agevole per un governo variare le detrazioni in caso di bisogno di maggior gettito, senza suscitare l’attenzione del grande pubblico che si genera con una modifica delle aliquote. Queste, infatti, si applicano erga omnes e non così selettivamente come avviene con le detrazioni.

L’imposta sul reddito personale è solo una delle componenti (14%) del cuneo fiscale e contributivo (46,5%) che si frappone tra costo del lavoro per l’impresa e retribuzione netta per il lavoratore. L’altra componente, che è maggioritaria (25%,) è costituita dai contributi a carico dell’impresa e non è oggetto di alcun alleggerimento. Un sollievo fiscale è dato soltanto alle imprese e ai professionisti che operano su base individuale sotto forma di esenzione dalla imposta regionale Irap.

Ne discende che il mondo delle imprese che fa da traino alla crescita per uscire dalla crisi e che è stato finora il motore dell’ottima performance delle esportazioni sui mercati esteri non riceve alcun beneficio da questo primo assaggio di riforma. Sul piano dello stimolo alla competitività di costo, in particolare, non vi è alcun contributo, mentre si manca l’occasione di rendere più selettiva la detassazione orientandola a premiare il lavoratore sulla base della sua performance e dei guadagni di produttività a cui contribuisce nel quadro aziendale. Se l’esigenza precipua per accelerare la crescita consiste nello stimolare la produttività, queste misure non vi rispondono perché sono rivolte soltanto a lasciare più potere di acquisto nelle tasche dei lavoratori dal reddito medio o basso.

Lo stimolo alla domanda che ne consegue arriva, peraltro, in una fase economica in cui si assiste a una ripresa generalizzata degli investimenti privati e pubblici e dei consumi delle famiglie, ripresa che si scontra con strozzature dal lato delle forniture di materiali ed energia, e carenze di competenze lavorative per affrontare la sfida della duplice transizione tecnologica ed ecologica. Il risultato è un’impennata dell’inflazione che erode stipendi e salari, e tende a suscitare prima o dopo ondate di rivendicazioni retributive, indipendentemente dall’andamento di competitività e produttività. La relativa modestia dello sgravio fiscale, tuttavia, attenua l’impatto complessivo che avrebbe sull’equilibrio macroeconomico.

Non sarebbe, invece, trascurabile l’effetto che si determina, anche come segnale d’indirizzo di policy, sulla partecipazione delle diverse fasce di contribuenti alla formazione del gettito fiscale. Nel 2019, secondo l’esame delle dichiarazioni ai fini dell’Irpef condotto dal Centro Itinerari Previdenziali, i contribuenti che hanno partecipato al gettito sono stati 31,2 milioni su 59,8 residenti (52,2%). Di questi, una esigua minoranza (4,63%) che dichiara redditi da 55.000 in su fornisce il 37,2% delle entrate generate dall’Irpef, a fronte di una maggioranza del 95,4% che fornisce il 62,78%.

La sproporzione tra le due quote di contribuenti e le rispettive quote di gettito – effetto della progressività dell’imposta — è destinata a dilatarsi col duplice abbassamento dell’aliquota di imposta e del limite dello scaglione di reddito che scende a 50 mila euro. L’effetto si produce in un contesto in cui i contribuenti con redditi fino a €29.000 rappresentano il 78,8% e versano solo il 28,35% del gettito. Si direbbe che più di tre quarti degli italiani sono dei poveracci. Quanto è credibile questa fotografia che i dati dell’Irpef ci prospettano, o quanto è distorta dall’evasione ed elusione fiscale? Ovviamente, la ripartizione del carico delle entrate tra scaglioni di reddito cambia con l’inclusione delle altre imposte, quali quelle indirette e i contributi, ma anche su queste componenti insiste il fenomeno dell’evasione.

L’impatto di questa riforma è, tuttavia, attenuato dalla modestia delle somme liberate dal fisco, considerato che lo sgravio massimo per un lavoratore è stimato in 58,33 euro al mese. Si tratta pur sempre di una riduzione d’imposta dal costo complessivo di 8 miliardi che grava su un bilancio pubblico già in deficit. Il messaggio che si può trarre è, quindi, che se si vuole abbassare in misura consistente e durevole la pressione fiscale e contributiva non vi è molto spazio dal lato delle entrate di bilancio, se non nel recupero dell’area di evasione ed elusione, ma è altrettanto importante, se non di più, porre un freno alla spesa corrente.

Questa, nel programma di Governo, avanza quest’anno del 4,4% per scendere con continuità in rapporto al Pil nel prossimo triennio. L’incertezza, nondimeno, grava su queste proiezioni nell’attuale fase di forte rialzo dei prezzi e di una pandemia ancora non domata, che rallenta le attività economiche e continua ad assorbire ingenti risorse. Sullo sfondo campeggia anche il macigno del debito pubblico in un periodo in cui l’attuale politica monetaria accomandante appare sempre meno in linea con gli sviluppi dell’inflazione e quindi destinata a subire mutamenti di rotta. Il capo del governo ostenta sicurezza sul fronte del debito con le sue distinzioni tra quello buono che ritiene accettabile e quello cattivo, che va compresso.

La realtà ci presenta, invece, difficoltà di tradurre in realtà i progetti d’investimento pubblico che sono la contropartita del debito buono e quindi possibili ritardi nell’elevare il potenziale di crescita e competitività del Paese, che è considerato dal Governo come la leva principale per sgonfiare la sproporzione esistente tra debito pubblico e prodotto interno. Guardando alla delega fiscale, questa riforma è un piccolo passo che vuole rispondere principalmente all’obiettivo di una maggiore progressività, spostando il carico dai redditi medi a quelli superiori, mentre avanza poco verso la semplificazione e ancor meno nel cammino per raggiungere gli altri obiettivi.

La stessa modalità di ottenere maggiore progressività solo mediante ritocchi all’Irpef e alle detrazioni mostra una stretta visione unilaterale, perché ignora quella progressività che si ottiene dal lato delle altre imposte e della spesa per servizi pubblici. Sanità, istruzione, trasporti pubblici, tariffe calmierate delle utilities, alloggi sociali sono vantaggi per i meno abbienti, finanziati in gran parte da prelievi sui redditi medio-alti. Trascurabili, invece, le ricadute di queste modifiche come stimolo a produttività, competitività e crescita. Per questi obiettivi cruciali, forse saranno i prossimi passi di riforma a dirci se si intende ricorrere solo agli incentivi mirati già concessi, che sono spese fiscali, o se si vuole progredire verso un assetto più equilibrato e generalizzato della tassazione delle imprese.

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