Lo United States Geological Survey (Usgs), la massima autorità americana in tema di risorse energetiche e minerarie, ha aggiornato la lista dei materiali critici per l’economia a stelle e strisce. Cambia la metodologia, ma non il risultato nel complesso. In prospettiva, peserà anche l’impatto delle politiche ambientali e industriali dell’amministrazione Biden…

“Gli Stati Uniti rimangono fortemente dipendenti dalle importazioni di certe risorse minerarie che sono vitali per gli interessi di sicurezza nazionale ed economica della Nazione. Questa dipendenza ha il potenziale di creare vulnerabilità strategiche che possono concretizzarsi da azioni straniere avverse, pandemie, disastri naturali o altri eventi che possano impattare la fornitura dei minerali critici”.

È questo il riassunto dell’ultimo rapporto presentato dallo United States Geological Survey su commissione del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti. Il documento rappresenta l’analisi dei maggiori esperti statunitensi sul tema dopo l’ultima lista pubblicata nel 2018 su spinta dell’amministrazione Trump. L’executive order 13818 firmato dall’ex presidente nel dicembre 2017 aveva inoltre portato alla pubblicazione di un denso rapporto del Dipartimento del Commercio, intitolato “A Federal Strategy To Ensure Secure and Reliable Supplies of Critical Mineral” chiamato a guidare la strategia americana per l’approvvigionamento dei materiali più critici.

Rispetto alla lista del 2018, lo Usgs ha proposto di estendere la lista, con due new entry: nickel e zinco. Quattro minerali – elio, potassio, renio e stronzio – sono stati esclusi. Gli Usa sono il principale produttore ed esportatore netto di elio, mentre la dipendenza dalle importazioni degli altri tre elementi è stata ritenuta trascurabile per via di un basso rischio sull’interruzione delle forniture.

Si è dunque passati dai precedenti 35 a 50. Il numero complessivo è aumentato considerevolmente anche per via del fatto che due famiglie di metalli – i 5 platinoidi (PGM) e 7 terre rare (REE) – sono state scorporate, trattando singolarmente alcuni elementi per una maggiore rappresentatività e accortezza nelle stime su produzione, consumo, importazioni ed esportazioni.

Proprio per l’evoluzione imprevedibile di alcuni indicatori, e su indicazione dell’Energy Act of 2020, ogni tre anni il Dipartimento degli Interni (che supervisiona le attività scientifiche dell’Usgs) è chiamato a rivedere ed aggiornare la lista, migliorando la metodologia utilizzata per identificare i potenziali materiali critici e accogliendo eventuali suggerimenti dalle agenzie federali. Gli Stati Uniti sono stati, tra le altre cose, i pionieri degli studi sulla “criticità” dei materiali in seguito alla pubblicazione di un influente rapporto del 2008 redatto dall’Accademia delle Scienze americana.

Secondo la definizione corrente dell’Energy Act, sono definiti “minerali critici” quei materiali “essenziali per la sicurezza economica e nazionale”, la cui supply chain è “vulnerabile a interruzioni” di varia natura, e che esercitano “una funzione essenziale nella manifattura” di applicazioni per la base industriale americana.
Dopo due anni di lavoro in collaborazione con il Critical Mineral Subcommittee del National Science and Technology Council (NSTC) – a cui hanno partecipato funzionari del Pentagono e di altri dipartimenti federali chiave (Stato, Energia e Homeland Security) – lo Usgs ha quindi rilasciato il suo rapporto con la revisione della metodologia.

L’inclusione di nickel e zinco riflette solo in parte la forte dipendenza degli Usa dalle importazioni. Sempre secondo le stime dell’Usgs, gli Stati Uniti importano nickel raffinato in forma pura quasi per metà del loro consumo interno. I principali paesi fornitori lo scorso anno sono stati il Canada (42%), la Norvegia (10%) e la Finlandia (9%). Si tratta chiaramente di partner definiti come “amichevoli” – Usa e Canada sono fortemente integrati nelle rispettive catene di approvvigionamento, come analizzato in precedenza su Formiche.net – ma persistono comunque dei rischi sistemici lungo la filiera.

Nel caso specifico di nickel e zinco, sono due i motivi principali: l’introduzione del concetto di “single point of failure (SPOF)” – ovvero il fatto che alcune risorse sono prodotte soltanto da un singolo operatore economico lungo la rispettiva supply chain. Come riporta Reuters, negli Usa c’è soltanto una miniera di nickel in Michigan attualmente in attività e un produttore di solfato di nickel, ma come sottoprodotto di altri metalli (il che rende l’estrazione dei secondo un driver cruciale per l’offerta del primo). Nel caso dello zinco, la produzione upstream negli Usa è fuori pericolo, salvo per le fasi di raffinazione che, secondo lo Usgs, sono cresciute a livello globale soprattutto con “l’aumento delle capacità della Cina”.

L’inclusione del nickel nella lista dei materiali critici ha però un driver ancor più importante, e si tratta del suo accresciuto utilizzo nella fabbricazione delle batterie per i veicoli elettrici. Il nickel, insieme al cobalto, al litio e alle terre rare, è ritenuto dall’International Energy Agency (IEA) un elemento cruciale per le tecnologie verdi. Nel caso delle batterie, secondo le stime più recenti il nickel potrebbe essere sempre più utilizzato nelle diverse composizioni chimiche di catodi e anodi. Dunque, la combinazione di una limitata produzione domestica – segnalata peraltro nella revisione delle supply chain critiche della Casa Bianca dello scorso maggio come un punto di vulnerabilità per l’intera industria automotive – oltre alla prevista crescita della domanda dai produttori di batterie, rappresenta per lo Usgs un “caso convincente per l’inclusione” del nickel nella lista.

E questo lo sarà a maggior ragione se i piani dell’amministrazione Biden proseguiranno nel solco della competizione globale per i veicoli elettrici, con i 7,5 miliardi previsti dal piano infrastrutturale per rilanciare la produzione domestica. Permangono dubbi leciti, come notato su queste colonne, per l’eccessiva concentrazione della produzione su più stadi delle filiere dei materiali critici – in particolare vis-a-vis con la Repubblica Popolare cinese -, il che non può che accrescere il supply risk. La lista si allunga, e diventerà sempre più complesso tenere conto della crescente “complessità delle catene di fornitura globali” dal momento che è difficile sviluppare indicatori che possano catturare ogni potenziale elemento che possa impattare le filiere nel medio-lungo periodo.

Restano, inoltre, ad altissimo rischio di interruzione, secondo le stime Usgs, anche gallio (essenziale per la fabbricazione di semiconduttori), cobalto, niobio e ovviamente alcune terre rare, tra cui neodimio, praseodimio e disprosio utilizzati per la fabbricazione dei magneti permanenti, altro asset chiave per la transizione energetica.
Ciò nonostante, la capacità di migliorare ed espandere la metodologia resterà in futuro un utilissimo know-how per “anticipare e mitigare i rischi per l’economia e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, ha concluso lo Usgs.

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