I Paesi del Golfo faticano nel proiettarsi all’interno dello scontro globale tra Stati Uniti e Cina, spiega l’analista dell’Ecfr, che solleva altri due elementi: il rapporto con Israele e l’arrivo della rinuncia all’accordo sugli F-35 dopo l’acquisto di 80 jet Rafale dalla Francia

Da una parte l’investimento strategico per l’acquisto di 50 jet da combattimento di ultima generazione F-35, prodotti dalla Lockheed Martin, dall’altra la possibilità di avere le mani libere completamente su altri settori economici, commerciali, finanziari, tecnologici (che in generale potrebbero rientrare comunque nella sfera strategica): Abu Dhabi sembra aver scelto la seconda.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato agli Stati Uniti l’intenzione di sospendere i colloqui su un accordo da 23 miliardi di dollari che avrebbe portato il regno dell’erede Mohammed bin Zayed tra la catena di alleati primari di Washington e tra i Paesi con in mano la tecnologia militare più avanzata sul mercato. In mezzo, la possibilità di continuare ad accedere a tecnologie di valore simile, sebbene in campi non militari, come quelle che per le telecomunicazioni offre la cinese Huawei.

Da diverso tempo gli americani stanno inviando segnali chiari agli emiratini riguardo a quella che interpretano come esposizione alla Cina su materie delicatissime come la rete Tlc, da cui passano comunicazioni anche riservate che Pechino potrebbe spiare usando collegamenti che l’intelligence statunitense ha individuato tra le sue aziende (come Huawei) e i servizi segreti e la difesa cinese – collegamenti che Huawei e altre società hanno sempre negato.

Vicende non nuove. Poco dopo aver aperto il più grande centro per test Covid-19 fuori dalla Cina, nel giugno 2020 gli Emirati avevano offerto all’ambasciata degli Stati Uniti centinaia di test per controllare il proprio personale. Ma “l’offerta è stata cortesemente rifiutata”, raccontava un funzionario statunitense al Financial Times. La ragione era il coinvolgimento di aziende e tecnologie cinesi, che aveva sollevato una “bandiera rossa” e preoccupazioni per la privacy dei pazienti. Quel rifiuto era stata una delle varie occasioni in cui erano state messo a nudo le tensioni persistenti tra Abu Dhabi e Washington sulla relazione sempre più profonda degli Emirati e la Cina.

Davanti alle indiscrezioni di stampa uscite per primo sul Wall Street Journal e poi a cascata corroborate da altre fonti su tutti i principali media internazionali, la Casa Bianca ha diffuso un comunicato: “L’amministrazione Biden-Harris rimane impegnata nelle vendite proposte di aerei F-35, MQ-9B e munizioni, anche se continuiamo le consultazioni per garantire che abbiamo una comprensione chiara e reciproca degli obblighi e delle azioni degli Emirati prima, durante e dopo la consegna. Siamo fiduciosi che possiamo lavorare su qualsiasi questione in sospeso, e attendiamo con ansia il dialogo militare congiunto Usa-Emirati alla fine di questa settimana”.

Da Washington c’è ancora speranza (quanto meno formale) che l’affare possa andare avanti, e d’altronde gli Emirati continuano a sostenere che “gli Stati Uniti rimangono il fornitore preferiti per i prodotti militari”e “le discussioni per l’F-35 potrebbero essere riaperte in futuro”. Lo scontro globale tra Usa e Cina passa chiaramente anche dal Golfo Persico, regione del mondo cruciale per gli equilibri energetici mossi finora, attualmente in profonda revisione legata alla transizione energetica e alla creazione di nuove forze di (in)stabilità, ma comunque ricchissima.

Washington sta approcciando tutte le monarchie del Golfo in relazione ai cambiamenti geopolitici e al cambiamento degli equilibri in corso in una maniera che Cinzia Bianco, esperta della regione dell’Ecfr, ritiene in parte “pericolosa”. Perché? “Fondamentalmente – risponde Bianco a Formiche.net – gli americani stanno andando ad Abu Dhabi come a Riad a dire che non possono essere superate linee rosse con Russia e Cina, e queste linee rosse riguardano questioni di difesa e sicurezza: il punto è che non stanno offrendo grandi alternative, stanno dando per scontato che le monarchie del Golfo debbano comportarsi come sussidiari degli Stati Uniti, mentre questi diminuiscono il loro ruolo nella sicurezza regionale”.

Per l’analista del think tank paneuropeo “si crea una dinamica pericolosa per cui viene chiesto di scegliere Washington rispetto a Mosca e Pechino senza giustificazioni reali al momento: e sempre più spesso vediamo che i decisori del Golfo non accettano di ragionare su queste logiche”.

La decisione volontaria emiratina di far saltare il deal sugli F-35, diversa dall’espulsione dal programma subita dalla Turchia dopo l’acquisto dei sistemi di difesa aerea russi S-400, è stata resa pubblica dopo la visita del primo ministro israeliano: coincidenze o significati? “Quello che mi sembra esca sia il messaggio che il processo di normalizzazione non era solo legato a questa importante intesa militare, che avrebbe permesso ad Abu Dhabi un salto di qualità. Questa è una narrativa molto circolata negli ultimi due anni, ma dietro agli Accordo di Abramo c’è di più: tant’è che Abu Dhabi pare intenzionato a rinunciare agli F-35”.

Un elemento che non può sfuggire è che la sospensione dei dialoghi sulla commessa arriva pochi giorni dopo che gli Emirati e la Francia hanno comunicato l’acquisto da parte del regno del Golfo di 80 jet Rafale della Dassault Aviation: e ora viene da chiedersi quanto questo possa essere rappresentativo e se ci sia una correlazione? “È una delle domande, a cui però in questo momento è difficile trovare risposta. Certo, molto di quello che sta succedendo potrebbe essere letto nell’ottica di Aukus (l’accordo tra Usa, Regno Unito e Australia per la vendita di tecnologia nucleare per sottomarini, che ha soffiato a Parigi una commessa di sommergibili destinata a Canberra. ndr). Sappiamo che la Francia è rimasta molto scottata e che i francesi hanno da tempo relazioni profonde con Abu Dhabi”.

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