All’indomani del caso Uganda, Xi Jinping annuncia la riduzione a 40 miliardi dei finanziamenti ai Paesi africani, promettendo anche un miliardo di vaccini. Ma sottobanco il Dragone è pronto a mettere sotto controllo i pagamenti nel Continente, via yuan digitale

Con una mano dà, con l’altra prende. Il rapporto della Cina con l’Africa è sempre più ambiguo. Fino ad oggi, come raccontato a più riprese da Formiche.net, Pechino e le sue banche hanno concesso fior di finanziamenti-trappola ai governi del Continente. Prestiti per la realizzazione di opere e infrastrutture ben presto rivelatisi veri e propri imbuti capaci di inghiottire pezzi di economia locale (il caso dell’Uganda, l’ultimo in ordine temporale, è emblematico).

RITIRATA D’AFRICA

Ora però qualcosa potrebbe cambiare, non è chiaro se per effetto della risonanza che ha avuto a livello globale l’acquisizione molto simile a uno scippo, smentito da Pechino, dell’unico aeroporto internazionale ugandese a causa di un prestito non rimborsato. Nei giorni scorsi il presidente Xi Jinping ha annunciato al Forum della cooperazione Cina-Africa uno stanziamento di circa 40 miliardi di dollari in favore dei Paesi africani, ovviamente sotto forma di finanziamenti. E qui sta la notizia, perché l’importo rappresenta la prima riduzione di fondi per l’Africa degli ultimi 12 anni e inferiore del 33% rispetto ai 60 miliardi erogati in occasione dell’ultimo Forum, nel 2018.

Dal 2006 ad oggi la Cina aveva costantemente raddoppiato a cadenza triennale le risorse, tra linee di credito alle istituzioni finanziarie locali, investimenti di aziende cinesi, finanziamenti commerciali e diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale (una componente delle riserve ufficiali gestite dalle banche centrali dei Paesi membri del Fondo Monetario Internazionale).

VACCINI A BUON MERCATO

C’è di più. Oltre a promettere un rallentamento dei flussi verso l’Africa, riducendo in questo modo le probabilità di prestiti-capestro, il leader cinese si è impegnato a donare un miliardo di dosi di vaccino contro il Covid all’area più in difficoltà con la campagna di immunizzazione: secondo Our World in Data, infatti, solo il 7% della popolazione africana ha completato il ciclo vacccinale, con percentuali ancor più basse in paesi come la Nigeria (2,9%), il Kenya (4,8%), la Tanzania (0,9%) e il Burundi (0,0025%).

“Dobbiamo mettere le persone e le loro vite al primo posto, essere guidati dalla scienza, sostenere la rinuncia ai diritti di proprietà intellettuale sui vaccini Covid-19 ( i brevetti, ndr), e garantire veramente l’accessibilità e la convenienza dei vaccini in Africa per colmare il divario di immunizzazione”, ha detto Xi.

LA MOSSA DEL DRAGONE

Se esce da una porta, il Dragone è però pronto a rientrare dalla finestra, con la temutissima moneta digitale, lo e-yuan, ormai quasi del tutto a regime in Cina e accettata dalle principali piattaforme di pagamento. Uno strumento concepito da Pechino per aumentare il controllo, già asfissiante, sulle transazioni. Nel mirino ora ci sarebbe proprio l’Africa, come ha scritto il think-tank inglese Lowy Institute. “All’inizio di quest’anno, Huawei ha introdotto nel mercato africano il Mate 40, uno smartphone con un portafoglio di e-yuan preinstallato che utilizza la rete Dcep, il più grande progetto al mondo di valuta digitale, allestito dalla banca centrale cinese. E sembra proprio che l’obiettivo possa essere l’Africa”. Insomma, mani cinesi sulle transazioni africane.

E c’è da crederci. In termini di radicamento, le aziende cinesi dalla metà degli anni 2000 hanno acquisito quasi il 50% del mercato della telefonia mobile in Africa e il 70% nei livelli di rete mobile. Circa la metà di tutti gli smartphone venduti in Africa nel 2020 erano di fabbricazione cinese, il 40% dei quali da Transsion, con sede a Shenzhen.

Gli investitori cinesi si sono anche fatti strada in modo significativo nello spazio del denaro mobile in Africa attraverso piattaforme come AliPay di Ant e investendo in start-up di pagamenti digitali guidate dall’Africa. I telefoni africani operano in gran parte su infrastrutture costruite in Cina gestite da aziende cinesi (come Huawei, Zte e China Telecom) e costruite con prestiti forniti dal governo cinese.

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