70 anni fa il martirio, in odium fidei, ad opera del regime di Nicolae Ceauşescu, del vescovo Anton Durcovici, ora beato. Un ricordo di Eusebio Ciccotti

Bucarest. È la seconda cella, entrando sulla destra. Piccola, buia e umida. Nel dicembre del 1951 vi moriva di stenti e percosse, buttato sul pavimento, ridotto a un cencio umano, un bell’uomo. Alto, biondo, dagli occhi azzurri come il cielo di Moldavia in primavera. Signorile, colto, deciso e sorridente, dotato del dono dell’ascolto. Era il vescovo di Jaşi, Anton Durcovici. Aveva 62 anni.

Ci troviamo nella famigerata prigione di Sighetu Marmaţiei, a nord della Romania, costruita nel 1897 per i detenuti di reati comuni e, dal 1946, trasformata dal regime nella prigione dei “non comunisti”, un non-luogo da eguagliare in disumanità e mostruosità i lager nazisti.

Chissà come sarà stato felice di studiare a Roma, tra il 1906 e il 1911, prima come studente al Pontificio Collegio Urbano, poi all’Angelicum e, infine, per il dottorato, alla Pontificia Gregoriana, il giovane chierico Anton. Lo immaginiamo con la sua lunga talare mentre visita le belle chiese e basiliche di Roma, attraversando vicoli, piazze e piazzette, col passo veloce, schivando carrozze e omnibus. Nel dicembre del 1906 forse si sarà incontrato, nelle biblioteche pontificie, con il giovane impiegato di banca James Joyce.

Chissà quali fotogrammi gli saranno passati nella mente mentre agonizzava sul pavimento di quella lurida e gelida cella. Forse i suoi pomeriggi nelle biblioteche delle università pontificie, mentre i raggi pomeridiani delle ottobrate romane, per esempio, entrando dalle finestre di Piazza della Pilotta, accarezzavano i libri della ricca biblioteca in mogano della Gregoriana. Oppure, quell’assolato 24 settembre del 1910, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, quando alzava l’eucarestia e il calice per la prima volta, con a lato il cardinale Pietro Respighi, intento ad osservarlo con stima e rispetto.

Durcovici che parla romeno, ungherese e tedesco, impara anche l’italiano e il francese, a Roma perfeziona il greco (studiato al liceo, a Bucarest) e il latino. È talmente intelligente e talentato nel consigliare i giovani che, ventiduenne, è nominato prefetto agli studi al Collegio Urbano.

Lascia Roma nel 1911 passando per Loreto a salutare la SS. Vergine cui affida il suo rientro in patria. È prete prima a Bucarest e poi a Tulcea, sul delta del Danubio. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, avendo i natali in una città austriaca (Bad Deutsch-Altenburg) ed essendo il Regno di Romania alleatosi (1916) con la Triplice Intesa, viene imprigionato. Dopo la guerra torna a insegnare nelle scuole e a guidare una parrocchia. Dal 1924 è nominato rettore del seminario di Bucarest. Negli anni Trenta tiene conferenze, scrive articoli e saggi di teologia tomistica guardando alla fenomenologia cristiana di Max Scheler.

A partire dal 1946-47 quasi tutte le istituzioni ortodosse, protestanti e cattoliche dei Paesi dell’Est vengono silenziate dai regimi comunisti. La Chiesa più colpita è quella cattolica, i cui ministri, dal cardinale al semplice diacono, sono considerati servi e spie di una potenza occidentale (il Vaticano, sic!). Il clero ridotto allo stato laicale: tutti in fabbrica o nei campi di rieducazione. I sacramenti vietati, poiché ritenuti pagliacciate medioevali, così come la confessione metodo clerico-borghese per controllare i cittadini. Conventi, chiese, santuari e cattedrali, sono chiusi e trasformati in granai o fabbriche, se va bene in musei o auditorium. Se sei pericoloso da turbare la “fede” nelle magnifiche sorti e progressive del comunismo, in prigione.

Pur in piena cancellazione di “duemila anni di fanatismo cristiano” (Ceauşescu), nell’ottobre del 1947, il presbitero Anton Durcovici può ancora celebrare messa. Pio XII lo nomina vescovo di Iaşi. Egli sa parlare ai contadini, ai laureati, ai giovani, agli studenti. Le sue omelie, serene, pacate, senza risentimento per alcuno, irritano la polizia segreta che lo ascolta in chiesa. Va silenziato. Come il cardinale ungherese József Mindszenty (incarcerato nel 1948), come il primate polacco, il cardinal Stefan Wiszyńskj (imprigionato nel 1953).

Il 26 giugno 1949 il vescovo Durcovici è atteso nella cittadina di Popeşti per le cresime. Da circa cinquanta bambini e ragazzi, con le rispettive famiglie. Qualcuno gli sconsiglia di recarvisi perché da giorni la Securitate lo sta pedinando. Decide comunque di adempiere al suo dovere, accompagnato da don Raphael. Per arrivare nel centro di Popeşti, dall’ultima fermata del treno, vi sono due chilometri a piedi. Due lugubri Tatraplan nere (modello 1948) si avvicinano minacciose, scendono degli uomini. Don Raphael cerca di frapporsi tra i poliziotti e sua Eccellenza, ma questi viene colpito alla testa con una verga di ferro e trascinato in auto. Don Raphael, malmenato, è anch’egli condotto via, scomodo testimone. Il vescovo Durcovici sarà inghiottito dal buio della prigione di Seghed. Nessuno lo rivedrà.

Arriva l’inverno. Ormai privo di forze, da giorni senza cibo e acqua, giace sul ghiacciato pavimento, accanto agli escrementi volutamente non rimossi. Nel corridoio centrale del blocco un altro detenuto, un prete, addetto alle pulizie del solo passaggio usato dalle guardie, sta lavorando. Saputo dai compagni reclusi che nella “cella della morte” vi è il vescovo Anton si avvicina alla porta e a bassa voce si presenta: “Ego sum Friedrich”. Dall’interno una flebile risposta: “Morior fame et siti”. La voce aggiunge “da mihi absolutionem”. Friedrich amministra il sacramento. Dopo tre ore, il vescovo Anton spira sul suo Calvario di lurida pietra. È il 10 dicembre, festa della Madonna di Loreto. Il 17 maggio 2014, a Iaşi, il cardinale Angelo Amato presiede, in rappresentanza del Pontefice, alla beatificazione di Anton Durcovici, martirizzato in odium fidei.

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