“Miracolo” politico in casa dei Républicains. La più credibile antagonista del presidente uscente è la presidente dell’ Île-de-France. I sondaggi la danno al 20%, sei punti in meno di Macron e quattro più della Le Pen. Il suo programma? “Ripristinare l’orgoglio francese” e “rimettere la Francia in ordine”. L’analisi di Gennaro Malgieri

Non sarà Marine Le Pen, non sarà Eric Zemmour, tantomeno Jean-Luc Melénchon e la sua variopinta compagnia gauchista ad insidiare, fino a sfinirlo elettoralmente, Emmanuel Macron. La più credibile antagonista del presidente uscente è Valérie Pécresse, improbabile tra i presidenziabili fino a qualche settimana fa. Poi, il “miracolo” politico si è manifestato all’improvviso in casa dei Républicains, i post-gollisti di Sarkozy, Fillon, Juppé – non più presentabili – dove l’ex-ministro, sorprendendo perfino i suoi stessi sostenitori, ha sbaragliato i candidati più accreditati alla vigilia delle primarie, e si è imposta all’opinione pubblica con la forza delle idee della destra radicale e la prospettiva di una presidenza “tranquilla”, capace di ristabilire equilibri dissolti durante il mandato di Macron ed attenta alle istanze della classe media.

I sondaggi, a pochi giorni dalla ufficializzazione della candidatura, la danno al 20%, sei punti in meno di Macron e quattro più della Le Pen, mentre Zemmour, al momento quotato al 14%, cerca di guadagnare consensi nonostante l’opera di demonizzazione messa in campo dagli avversari, a cominciare dagli stessi centristi e moderati che potrebbero avvalersi dei suoi voti al secondo turno.

Zemmour che fino alla discesa in campo della Pécresse era la novità assoluta della campagna elettorale, arranca riaspetto alle aspettative poiché non ha saputo o voluto elaborare una strategia convincente, sovrapponendosi a quella della Le Pen. Due galli in un pollaio finiscono per beccarsi ed il loro compressivo 30 % può animare le sterili illusioni di una destra sulla quale incombe la maledizione di non sapere ragionare in termini unitari. Continua a dividersi accanitamente quando da sola potrebbe vincere l’intera posta, magari con l’aiuto della fazione meno centrista dei repubblicani, rappresentata da Xavier Bernard, per esempio, che fino a poco fa veniva ritenuto il più credibile antagonista di Macron.

La Pécresse, dopo una brillante ascesa politica, sembrava essersi fermata nel giugno 2019, infatti, ha lasciato Les Républicains, in seguito all’insuccesso ottenuto dalla lista LR-LesCentristes alle elezioni europee e prima dello svolgimento di un’elezione per la presidenza del partito per la quale era considerata una possibile candidata. Per giustificare la sua decisione, fece presente l’impossibilità di formare un’organizzazione politica allargata, affermando che “il partito è bloccato dall’interno, nella sua organizzazione e nelle sue idee”. Molti lasciarono il partito. Nel 2021, comunque, è stata rieletta presidente della regione dell’Île-de-France. A metà ottobre ha ripreso la tessera del partito repubblicano e il 4 dicembre 2021 è stata eletta dal Congresso repubblicano candidata del partito alla presidenza nelle elezioni del 2022 dopo aver vinto al secondo turno contro Eric Ciotti con quasi il 61% dei voti beneficiando del sostegno di tutti gli altri candidati (Xavier Bernard, Michel Barnier, Philippe Juvin). Il suo programma si condensa in due frasi: “Ripristinare l’orgoglio francese” e “rimettere la Francia in ordine”. Insomma, fa il controcanto a Zemmour il quale è possibile che continui a guadagnare consensi (quindici giorni fa era dato al 10%, ma dopo il suo primo comizio alle porte di Parigi, funestato da una rabbiosa e violenta contestazione è sensibilmente salito nei sondaggi), ma certo non basteranno per aprirgli le porte del ballottaggio.

Stesso discorso, al momento,  vale per la Le Pen, il cui Rassemblement è sempre più confuso e diviso. Potrà arrivare a superare il 20% nei prossimi cinque mesi, ma oltre è difficile che vada. Le sue parole d’ordine sono usurate, logorate dalla ripetitività; ha annacquato il suo programma e Zemmour si è appropriato delle tematiche identitarie alle quali la destra tradizionale è sempre stata molto sensibile, al punto che perfino gli eredi dell’Action française lo sostengono come se fosse uscito dalle loro file, mentre non poca diffidenza hanno maturato per la bionda signora ripudiata politicamente dalla sua stessa famiglia, a cominciare dal padre Jean-Marie e finendo all’intraprendente e colta nipote Marion.

Molti dei temi di Zemmour, dalla sicurezza ai pericoli dell’islamizzazione, sono stati fatti propri dalla Pécresse la quale, sfidando l’apparato moderato del suo partito, va incontro a quei ceti che non ne possono più delle baruffe a destra e a sinistra, mentre delusi dall’amletico Macron si preparano a voltargli le spalle.

È presto per fare i conti e, dunque, per ipotizzare un finale a sorpresa. Quel che si può dire è che la partita è a quattro, considerando la Le Pen e Zemmour come possibili supporter involontari della Pécresse al secondo turno. La ragionevolezza indicherebbe questo esito, ma in Francia tutti sembrano odiarsi e le famiglie politiche si azzerano con una facilità sconcertante. Questa volta potrebbe andare diversamente. Tanto i sostenitori della Le Pen quanto quelli di Zemmour, sembra che stiano accarezzando l’idea, come sostiene Politico.eu di un’alleanza tra i due esponenti destra francese. Ma per ora la leader del  Rassemblement National  non vuole sentirne parlare, tuttavia la concreta possibilità di  essere esclusa da un ballottaggio che riteneva inattaccabile,  potrebbe mitigare le sue pretese. Sarebbe stupido farsi la guerra a destra: i due rivali si annullerebbero a vicenda, con la scontata vittoria del duo Macron-Pécresse. Con la possibilità, tutt’altro che remota, che il loro elettorato voterebbe la presidente dell’ Île-de-France, consapevole che i temi agitati soprattutto da Zemmour sono molto sentiti dall’opinione pubblica e facilmente potrebbe accaparrarseli.

Resta una domanda: dove getterà il suo amo Emmanuel Macron? Il 26% forse basta per arrivare al ballottaggio, ma per vincere ci vuole molto di più. Non crediamo che gli spiccioli di consensi della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, sostenuta dai socialisti, o le cifrette dei superstiti dell’estrema sinistra, capeggiati da un Melénchon che attualmente è accredito dell’8%, possano essere utili al presidente uscente per riuscire nell’impresa qualora dovesse intercettarli.

All’Eliseo si guarda a destra, paradossalmente. Sperando che i due alfieri del cambiamento accentuino il loro antagonismo avvantaggiando Macron. Ma la nuova dama di Francia che vuole incarnare ancora lo spirito di De Gaulle farà di tutto per scompigliare i piani di chi già si sentiva in competizione per correre l’ultimo miglio verso l’Eliseo. Valérie Pécresse potrebbe essere la sorpresa che nessuno ipotizzava. La Francia gollista forse ha trovato chi è capace di rappresentarla.

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