Il nuovo libro di padre Antonio Spadaro, Fiamma nella notte (Edizioni Ares), scandaglia sette parole per aiutarci a immaginare il futuro. Un viaggio letterario (e anche teologico) quello firmato dal direttore de La Civiltà Cattolica, che attraversa culture, come quella americana e quella cinese, e che aiuta il lettore a capire dove siamo e cosa significa

“Fiamma nella notte” è il nuovo libro di padre Antonio Spadaro (edizioni Ares, euro 14), che scandaglia sette parole per aiutarci a immaginare il futuro in un momento in cui siamo presi enormemente dal presente. Mi ha coinvolto perché vivo sempre di più il presente come casa del tempo, quella da cui vogliamo o dobbiamo uscire e a cui tutti però vogliamo o dobbiamo tornare. Così ho percepito il lockdown come un tempo che chiude nel presente, mentre è urgente immaginare il futuro. Sono entrato con queste idee  nella lettura del libro che si sofferma appunto su sette parole, importanti: viaggio, frontiera, ring, germoglio, cose, Logos e pandemia. Sono parole che vivono sulla soglia.

Il libro è un viaggio letterario (e anche teologico) che attraversa culture, come quella americana e quella cinese ad esempio, che non tutti conosciamo così profondamente e attraverso i secoli. È quindi un libro che arricchisce il lettore e lo aiuta, venendo a sapere, a capire dove siamo, e cosa significhi. Di queste sette parole e di tutto ciò che il direttore de La Civiltà Cattolica ci dice al riguardo è impossibile e probabilmente sbagliato cercare di offrire una sintesi, perché l’autore le presenta come parole-conchiglia, “che lasciano ascoltare il mondo dal quale provengono e creano echi profondi”. Soffermarsi su queste parole dunque aiuta, con il fuoco del linguaggio poetico, a immaginare meglio il futuro scoprendo o ricordando tante cose che ignoriamo o abbiamo dimenticato. Così facendo diventerà più facile deciderci a passare dall’idea di abitare nella probabilità a quella di abitare nella possibilità: leggendo, ripercorrendo, e procedendo. Non c’è un succo di ogni parola da estrapolare. Così di queste sette parole ne presenterò una sola, “il Logos”, decisiva in un libro che parte dalla parola “viaggio”.

La nostra vita è un viaggio, si dice spesso. Davvero? I viaggi hanno meta, però. La meta del viaggio di Ulisse, esordisce Spadaro, era il ritorno. Viaggiava per ritornare… È così, e rappresenta un’idea di viaggio nota, importante, ma che ci sorprende. Ci appare più familiare quella del viaggio di Enea, che parte da una città in fiamme non per tornare, ma per dare inizio a una nuova storia, una nuova civiltà? In teoria direi di sì, ma i fatti mi inducono a dire che di questo tipo di viaggio ormai abbiamo paura, alcuni lo respingono addirittura.  Leggendo di Ulisse e di Enea e poi di Abramo, partito per dare inizio, arrivare, non per tornare, viene normale pensare a un ciclo diverso, che nel libro non compare: penso al viaggio di Maometto, che fugge come Enea, per dare inizio a un nuovo inizio; come Enea  fonda una città, Medina, ma poi torna come Ulisse: è partito per tornare anche lui? O non solo per questo? Il viaggio raccontato nel volume ovviamente non può prescindere da quello del popolo eletto, basato su una promessa che genera un senso di attesa che è quello del viaggio senza ritorno, un’uscita radicale in attesa di una meta.

Spadaro racconta splendidamente e ovviamente questo racconto si accavalla con la successiva parola, “frontiera”, molto importante per i gesuiti e non solo per loro. Capire la frontiera oggi  però sarebbe una priorità per tutti. E qui il discorso si farebbe interminabile per il grande affresco, tra i tanti, che l’autore fa di questa “frontiera”, che muta sempre. Da fuga adamitica, a confine tra civiltà e barbarie, identità soprattutto americana e rinascita individuale nella natura. L’autore, critico letterario e americanista, qui è a casa sua,  quanto meno in quella del suo primo amore. E ci fa apprendere che per lo storico Frederick Yackson Turner “è l’esistenza della frontiera ad aver reso davvero unica e irripetibile la storia americana”.

Poi il mito viene riletto, finalmente ne emerge la funzionalità al meccanismo di potere e dominio e ad una visione ideologica di tipo individualistico. Fin quando è emerso il grande Walt Whitman: “Entro me la latitudine s’amplia, la longitudine si allunga (salve, mondo!)”. Ovviamente l’America procede, con Emily Dickinson scopre la frontiera come ponte interiore, lei sente di doversi fare ponte e qui ci si avvicina al compimento del nostro piccolo prologo, perché Spadaro, dopo aver ricordato che la frontiera non è un luogo distante, ma scorre dentro la poetessa, esponendola al limite tra eternità e immortalità, ci proietta naturalmente verso Spoon River, che si basa su un espediente geniale: dedica un epitaffio a ciascun abitante del villaggio che narrando la sua storia narra la storia del villaggio stesso. E perché Spoon River ha avuto tale universale successo? Perché si gioca tutto nel senso dell’esistere e nel significato dell’agire morale in ordine a quel senso. Qui chi legge è chiamato a investire sulle pagine, sulle parole, perché in ballo c’è anche lui. Spadaro ci avverte che nel significato dell’agire morale in ordine al senso dell’esistere non c’è nulla di moralistico “perché la domanda sulle azioni è subordinata al senso della vita”. Ed è ovvio che per esprimere una cosa del genere si doveva riuscire a parlare dall’aldilà. Dunque Spoon River compie l’azione elementare e geniale di passare di campo, andare aldilà. Il racconto che segue tocca pagine note a tantissimi, di diverse generazioni. “Perché la domanda sulle azioni è subordinata al senso della vita”. È un punto ineludibile, anche se le risposte sono difformi. Per questo, come detto, scrivo di questo libro attraverso la presentazione che fa della parola Logos.

In un libro così denso e accurato ovviamente la letteratura su Gesù Cristo non può essere citata tutta, ma tutta viene accettata, fino a Rimbaud, l’incantevole maledetto, che vede in Gesù “l’eterno ladro di energie”. Citazione senza  commento, mentre molti grandi nomi che vedono in Cristo il redentore non hanno una citazione virgolettata, neanche il grande Pascal. Strano? Incantevole direi: per trovare volumi cattolici che citino Pascal non c’era da spettare il 2021, ma di Rimbaud non sono piene le parrocchie né le accademie pontificie. Eppure qualcosa di questo è importante, perché con Gesù e con Cristo molti combattono: va da sé, hanno difficoltà a ignorarlo. Val la pena capire? “È possibile comunque cercare di cogliere tutto il positivo che un’interpretazione contiene in sé o può evocare. Anche di fronte a palesi fraintendimenti storici o teologici, si può andare alla ricerca del portato positivo di motivazione, di ispirazione, e di espressione proprio del testo esaminato, senza mai cedere a irenismi o semplificazioni bonarie. È bene tener presente questo secondo criterio, che risulta importante per non cadere nel rischio illustrato da Heirich Fries a riguardo delle interpretazioni non ortodosse di Gesù, cioè quello di accontentarci di camminare per questo vasto terreno con la verga del rabdomante e registrare quando, dove e come la verga vibra o respinge perché troviamo luoghi nei quali ravvisiamo decurtazioni, unilateralità, malintesi…”

Il testo parla espressamente dell’accostarsi alla figura di Gesù per conformarsi ad essa, entrare in dialogo o scontrarsi con essa”. Questo corpo a corpo molto spesso è una necessità. “L’autore è innanzitutto e sempre un ascoltatore-spettatore coinvolto della vicenda di Gesù e da questo ascolto nasce e cresce il personaggio che nel testo diventa un continuo appello al narratore a prendere volto d’uomo, per agire e parlare. Insomma, il Cristo narrato è sempre in cerca del suo narratore, lo provoca, lo inquieta lo spinge all’opera, a entrare nello spazio di un mistero che ispira e ammette tutti, credenti e non credenti”. Ammette tutti? In certo senso lo spiega Borges: “non lo vedo/e insisterò a cercarlo fino al giorno/dei miei ultimi passi sulla terra”.

E allora? “Questo confronto – si legge poco dopo – che può essere appunto incontro o scontro, significa sempre che l’esperienza umana e letteraria di un autore esprime e rivela la propria umanità a confronto con quella di Cristo, la quale possiede di per sé un valore universale e divino. Ora – seguendo le riflessioni di Hegel riguardo alla pittura – in situazioni in cui questa divinità deve erompere dalla soggettività umana, ci si imbatte in un problema: la profondità del contenuto comincia a diventare troppo prepotente. È per questo che risultano più rappresentabili quelle situazioni della vita di Cristo in cui la divinità appare impedita, umiliata”.

Ecco allora che emerge come chi davvero sapeva porsi sulla soglia sia stato Pasolini: “Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica, non contraddicessero mai la vostra sensibilità di credenti. Perché altrimenti non raggiungerei il mio scopo di riproporre a tutti una vita che è modello – sia pure irraggiungibile – per tutti”. Pasolini ha espresso da genio dell’arte ciò che ha espresso con le migliori parole possibili Mario Pomilio: “Spetta a ciascuna generazione scrivere un suo Vangelo, cioè riprodurre in modo inedito il volto di Cristo, diffidando dagli atteggiamenti passivi, dalla fede facile, dall’accettato supinamente”. Così si capisce più facilmente perché questo volume si concluda fermandosi sulla parola “pandemia”, spiegata con Francesco. Perché Francesco “oppone ai paradigmi tecnocratici – che mettono al centro lo Stato o il mercato – quelli poetico sociali”. Per immaginare il futuro.

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