Un commento alla vita dello scrittore giapponese Yasushi Inoue, tra grandi difficoltà ed eterni successi: un esempio per gli studenti e i professionisti di oggi. L’intervento di Claudio Mattia Serafin

Yasushi Inoue (1907-1991) è ad avviso di chi scrive un mistero antropologico, nel senso che relativamente poco si sa della sua figura, di uomo e professionista in vita; molto si può cogliere invece del suo pensiero, operazione che comunque rischia di sciupare i lasciti letterari dell’autore.

In Italia egli sta conoscendo una nuova fortuna letteraria nella comunità dei suoi affezionati lettori, i quali specie negli ultimi anni possono cogliere, qua e là, le sporadiche e casuali pubblicazioni (Adelphi e Skira, principalmente) delle sue celebri opere brevi.

Interessante è la biografia di Yasushi Inoue: non a caso, egli stesso è stato biografo e romanziere storico, attento agli accadimenti e al metodo della cronaca, del resoconto, ispirato soprattutto a un misurato oggettivismo (filosofia che puntualmente si ripresenta dagli antichi ad Ayn Rand). Probabilmente, in Yasushi, è errato parlare di grande spiritualità giapponese, delicatamente velata da tale oggettività: sarebbe più corretto darla per scontata, essendo essa una caratteristica propria della cultura di questo autore, il quale ha abbracciato solo la parte più accettabile della modernizzazione occidentale. Non si potrà mai prendere una posizione precisa, o comunque lo scrivente non è in grado di farlo: alcune suggestioni registrano la presenza della tradizione nella mentalità dell’autore, mentre altri segnali potrebbero indicare la piena appartenenza della sua impostazione allo spirito del tempo (dato appunto dalla transizione del Giappone in una sua nuova e moderna era di costume). Ciò lo renderebbe simile, per formazione e ispirazione, ad alcuni suoi coetanei, quali il prematuramente scomparso Tatsuo Hori.

Il nostro Yasushi, infatti, è stato uno studente universitario, uno scrittore, un giornalista, per breve tempo un militare; è vissuto a lungo e ha avuto una famiglia.

Quel che è certo è che Yasushi Inoue (o Inoue Yasushi) è nato in Hokkaidō, nota isola situata nel nord del Giappone, primogenito di un ufficiale medico dell’esercito giapponese. Sin da piccolo, Yasushi si contraddistingue per un sano vitalismo: la sua inclinazione lo conduce a interessarsi di poesia e a praticare l’arte marziale del judo.

Nella tarda adolescenza, si accinge, probabilmente su ispirazione familiare e paterna, a entrare alla facoltà di medicina dell’Università Imperiale di Kyushu, tuttavia non riesce, dal momento che non supera i relativi test. È un evento che è presente e commentato in tutta la letteratura che lo riguarda, e romanticamente si riporta anche qui, dal momento che se la medicina e la scienza non lo hanno voluto, l’autore in commento è poi diventato un grande scienziato, ma della cronaca, della Storia, del giornalismo, probabilmente non trovando eguali tra le altre (grandi) voci della cultura e della letteratura giapponesi. La sua inclinazione e il suo metodo hanno infatti una precisa valenza metodologica che è quanto di più lontano dall’impulso artistico: sono presenti, come si vedrà, rigore, metodo nella scansione dei fatti, a volte addirittura una venatura arcigna nel commento degli episodi del mondo, in particolare nel racconto finale de La montagna Hira (edito da Bompiani), che molto spesso, ironicamente e non a caso, concerne l’atteggiamento dello scienziato nei confronti del comune mortale.

Cosa accade dopo è l’orientamento di Yasushi verso altre tipologie di studi, dal momento che studia filosofia e letteratura presso l’Università Imperiale di Kyoto, laureandosi con una tesi concernente l’opera di Paul Valéry, particolarmente caro anche al citato Tatsuo Hori. Non a caso, uno dei lavori più noti di Tatsuo, l’autobiografico Si alza il vento, riprende nel titolo il verso di Valéry “Si alza il vento, bisogna tentare di vivere” (Il cimitero marino, Interlinea, 2018). Si sposa nel 1935 e a seguire intraprende la carriera di giornalista. Tra il 1937 e il 1938, durante lo svolgimento della Seconda guerra sino-giapponese, presta per breve tempo servizio militare nella Cina del nord. Tornerà in patria a causa di un sopravvenuto disagio fisico, ma la sua permanenza in territorio cinese lo ispira quanto alle sue future opere storiche in materia. Solo nel 1947 intraprende la carriera di scrittore, con racconti brevi, e poi romanzi. Il resto è storia della letteratura (Il fucile da caccia, La lotta dei tori, Amore, ecc.): Yasushi è stato insignito di importanti premi, oltre che valutato come un classico da critica e lettori di tutto il mondo.

La presente trattazione è stata occasione preziosa per ragionare sulla sua figura, in luogo dell’opera, dal valore indiscusso.

Si parla, in ambienti di formazione, del buon professionista, dietro il quale si cela in realtà il buon cittadino. Donne e uomini dunque non trascurino figure di spicco come quella in commento: esponenti di un umanesimo tecnico, rigoroso, proprio di una società civile da ideare e custodire.

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