Continua il tamburellio sulla stampa estera: l’Italia ha bisogno di Mario Draghi, a Palazzo Chigi. Il trasloco al Colle spaventa analisti finanziari e viene visto come un salto nel buio. Ma anche il premier è umano e non può fare da solo miracoli, dice Foreign Policy

A sfogliare la rassegna stampa internazionale sull’ipotesi Draghi al Quirinale viene in mente una celebre frase di Giulio Andreotti sull’unificazione della Germania: “La amo così tanto che ne preferivo due”. Ma rigirata: i giornali esteri amano così tanto il premier che di Mario Draghi ne vogliono solo uno, a Palazzo Chigi. La missione non è ancora finita, scrive lo storico Adam Tooze su Foreign Policy con un editoriale dal titolo eloquente, “Mario Draghi non ha più il suo whatever it takes”. “Nella conferenza stampa di dicembre, ampiamente ritenuta come un via libera alla sua elezione per la presidenza (della Repubblica, ndr), Draghi ha annunciato di considerare la sua missione da presidente del Consiglio come compiuta”.

Le cose non stanno così, spiega la nota rivista americana, “non tutto è stato rose e fiori”. Plausi alla gestione della pandemia, ma sono i prossimi mesi a instillare i dubbi. “L’Italia ha un record terribile quando si parla di fondi da Bruxelles che non vengono allocati. E con Draghi i ministeri del turismo e della transizione ecologica, fondamentali per la strategia green dell’Ue, sono stati lenti nella predisposizione dei piani di spesa”.

Il cruccio sul dopo-Draghi rimbalza sulla stampa oltreoceano. “Qualunque governo arrivi per i prossimi anni dovrà seguire il copione di draghi per assicurare l’accesso ai fondi europei”, dice alla Cnbc Luca Pennarola, economista di Bnp Paribas. “C’è un leader e un senso di direzione”, nota sullo stesso giornale Gilles Moec, capo economista di Axa Investment Management, ma il Paese “è ancora in una posizione complicata”. Anche il Financial Times fiuta i rischi dell’operazione Draghi-Quirinale.

C’è prima da colmare un vuoto a Palazzo Chigi che può risucchiare i partiti e aprire lo scenario delle urne anticipate. “Nonostante i più grandi partiti italiani non siano entusiasti delle elezioni anticipate, un loro fallimento nell’accordarsi su un successore di Draghi potrebbe precipitare la situazione, e dimezzare i parlamentari”. E da Presidente della Repubblica l’attuale premier “non avrebbe i poteri formali sull’agenda di policy del prossimo governo”.

Insomma, per buona parte della stampa estera Draghi è semplicemente too good to go. È un tamburellìo che si fa insistente man mano che si avvicina la data del 24 gennaio, quando avrà inizio la partita nell’aula di Montecitorio. Dopotutto nelle redazioni straniere non è arrivata voce di un accordo fra partiti per scegliere un rimpiazzo di Draghi a Chigi, semplicemente perché di questo accordo non c’è traccia.

Affidarsi alle previsioni degli analisti internazionali lascia sempre il tempo che trova. E però è un fatto che un fronte quasi unanime, specie nel mondo della finanza, non vede di buon occhio un trasloco di SuperMario sul Colle più alto. Almeno non a queste condizioni. Forse è anche questo “Draghi or nothing” un segnale inequivocabile della fragilità del sistema politico italiano, appeso a un nome per non fare i conti con le proprie responsabilità, nota Tooze su Foreign Policy. “Draghi ha capacità politiche riconosciute, ma non è un politico. È un economista. E nonostante la sua reputazione come uomo dei miracoli, non ha più di altri una formula segreta per dare all’economia italiana una nuova linfa vitale nell’era della globalizzazione”.

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