Mentre l’ex premio Nobel ha difeso la linea dura promessa da Biden e Ftc contro le fusioni, per l’ex segretario al Tesoro di Clinton si tratta di un grave errore che rischia di far impennare ancor di più l’inflazione. Uno scontro che riflette le divisioni interne al partito e che avrà effetti sulle grandi operazioni come quella di Microsoft, e sulla riforma della concorrenza

“Guardate, sono un capitalista. Ma il capitalismo senza competizione non è capitalismo: è sfruttamento”. Alle parole del presidente Joe Biden, pronunciate nella conferenza stampa organizzata per il primo anniversario alla Casa Bianca, si può ben immaginare come avranno reagito i due economisti di fama mondiale, Larry Summers e Paul Krugman. Entrambi di fede democratica, con il secondo più a sinistra del primo, ma attualmente su posizioni totalmente differenti quando si parla di Antitrust e inflazione: due dei principali temi che oggi interessano la politica statunitense.

Tutto parte da un articolo di Krugman, premio Nobel nel 2008 e firma autorevole del New York Times. Proprio sul quotidiano, Krugman scrive come trovi “sconcertante” che tra i progressisti ci si dichiari contrari alla politica presidenziale in termini di fusioni tra aziende. Per l’economista – e così anche per il presidente Biden e quella della Federal Trade Commission, Lina Khan – la crescita dei monopoli ha contribuito in buona parte a far lievitare i prezzi e, dunque, rientra tra gli artefici dell’inflazione a cui i cittadini americani devono far fronte.

O meglio, precisa Krugman, “i monopoli non sono il motivo per cui l’inflazione è aumentata vertiginosamente nel 2021, perché c’era già molto potere monopolistico in America nel 2020”. Vero, verrebbe da aggiungere. Mentre l’anno scorso le fusioni e acquisizioni sono valse 1.100 miliardi di dollari, quest’anno la cifra è aumentata di oltre cinque volte arrivando a 5.800 miliardi di dollari. E allora quale sarebbe il fattore scatenante l’inflazione?

Per Krugman, i grandi ordini che le aziende stanno ricevendo – specialmente quelle che operano in settori chiave, come i microchip – fanno sì che queste possano aumentare a piacimento i prezzi. “Una scusa”, come la chiama l’economista e professore presso la City University of New York, che cita la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren, per spiegare le sue ragioni. Le società, infatti, starebbero “abusando del loro potere di monopolio così da provocare un contraccolpo in tempi normali”.

Anche se tutto ciò non è sufficiente a giustificare uno dei peggiori rialzi dei prezzi che gli Stati Uniti sono costretti ad affrontare, il fine dove Krugman vuole arrivare è quello di colpire quei democratici che hanno “un’ossessione per la purezza intellettuale. […] Sembra che molte persone che si considerano progressiste siano messe a disagio da tutto ciò che suona populista, anche quando un po’ di indignazione populista è del tutto giustificata dai fatti”.

Piuttosto, Krugman ricorda loro l’esempio dell’altro presidente democratico, John F. Kennedy, quando nel 1962 redarguì le aziende siderurgiche che, di comune accordo, avevano alzato i prezzi dell’acciaio di circa 6 dollari per tonnellata.

La risposta non si è fatta attendere ed è arrivata direttamente da Larry Summers, un tempo ministro del Tesoro di Bill Clinton e a capo del National Economic Council di Obama, non ha usato infatti giri di parole. “Paul Krugman lavora per creare disaccordo tra di noi sulla politica antitrust e il rapporto di questa con l’inflazione”, ha twittato sul suo profilo a cui è seguito un lungo thread. Per screditare quanto detto dal suo collega, Summers gli ricorda come quella di J.F.K. contro i produttori d’acciaio fu per molti storici “una vittoria di Pirro”.

Per l’ex ministro, “l’inflazione dipende principalmente dall’eccesso di domanda, e mi preoccupa quando un’amministrazione sostiene le teorie antitrust che puntano a proteggere i concorrenti (piuttosto che abbassare i prezzi per i consumatori)”. Rispondendo alle considerazioni di Krugman, dunque, Summers chiarisce bene la sua posizione – e quella di tanti altri democratici, senza contare la scontata opposizione repubblicana – sulla linea adottata dalla Federal Trade Commission, alleata di Joe Biden nella lotta ai monopoli.

A sconvolgerlo è stato proprio il discorso pronunciato qualche ora prima dal capo dell’Antitrust Lina Khan. Come si legge sul sito della FTC che riporta le parole della presidente, “le fusioni illegali possono infliggere seri danni, da prezzi più alti e salari più bassi a minori opportunità, innovazione ridotta e minore resilienza”.

“Questa indagine, avviata da FTC e DOJ (il Dipartimento di Giustizia, ndr), è progettata per garantire che le nostre linee guida sulle fusioni riflettano accuratamente le moderne realtà del mercato e ci preparino a far rispettare con forza la legge contro gli accordi illegali”, ha affermato Khan a cui ha fatto da eco il vice procuratore generale Jonathan Kanter: “Il nostro Paese dipende dalla concorrenza per guidare il progresso, l’innovazione e la prosperità. Dobbiamo capire perché così tanti settori hanno pochi concorrenti e pensare attentamente a come garantire che i nostri strumenti di applicazione delle fusioni siano adatti allo scopo nell’economia moderna”.

Considerazioni che si contrappongono alla visione di Summers, che al contrario considera le nuove linee guida come un perfetto trampolino di lancio per l’ulteriore crescita dei prezzi. Per lui, il punto nevralgico sta nella “totale incapacità di riconoscere che le fusioni possono aumentare l’efficienza”, invece di rappresentare un problema.

Il tutto arriva a pochissimi giorni dall’annuncio di Microsoft di voler acquistare Activision Blizzard per 68 miliardi di dollari, con ripercussioni notevoli sul mercato. Come dire: il mercato va in una direzione e le istituzioni stentano a stargli dietro per via delle divisioni che le caratterizzano. Anche quando parliamo della stessa parte politica.

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