Cosa fare con l’Iran? Per Biden lo scenario è complicato, ma si sta arrivando a un bivio in cui qualsiasi scelta avrà anche conseguenze negative. E intanto si incolpa Trump…

Nel giro di qualche settimana gli Stati Uniti decideranno sul futuro del Jcpoa —l’accordo sul congelamento del programma nucleare iraniano — ossia decideranno che fare del rapporto Washington-Teheran. Arrivati a un punto critico i colloqui sull’accordo del 2015 — messo in crisi dalla decisione dell’amministrazione Trump di abbandonarlo nel 2018 — la Casa Bianca potrebbe decidere tra fine gennaio e inizio febbraio se accettare le condizioni raggiunte a quel punto oppure interrompere del tutto i negoziati in corso. E questo significherebbe che gli Usa schiacceranno ulteriormente il pistone delle pressioni sull’Iran, hanno spiegato fonti statunitensi ad Axios.

Lo schema che la narrazione seguirà, secondo queste, sarà concentrato attorno all’incolpare pubblicamente Donald Trump — e la sua sventurata decisione di uscire dall’accordo — per la situazione. Questa comunicazione servirà ad allontanare potenziali accuse sul non aver raggiunto un obiettivo che Joe Biden si era fissato fin dalla campagna elettorale: ricomporre il Jcpoa e iniziare da qui una normalizzazione dei rapporti con l’Iran.

Il potenziale fallimento si lega a tre aspetti connessi. Primo, il rapporto di fiducia reciproca tra Washington e Teheran è naufragato in modo definitivo (per quanto fosse già labile) con l’uscita unilaterale trumpiana da un accordo che senza gli americani non può reggersi, con il riattivarsi delle sanzioni che schiacciano l’economia iraniana, con l’inasprirsi delle attività maligne delle milizie regionali collegate ai Pasdaran. Secondo, l’arrivo alla presidenza della Repubblica islamica di un conservatore come Ebrahim Raisi, il quale per necessità pragmatica vorrebbe un qualche genere di intesa ma per mantenere fede allo storytelling (che lo ha portato a prendere il governo dopo due mandato del pragmatico-riformista Hassan Rouhani) deve sostenere la linea dura.

Terzo, Biden non ha intenzione di correre e accettare compromessi troppo poco convenienti. Washington sa di essere in una posizione di forza totale, sia politico-diplomatica, sia economica. sia militare. Qui sta l’errore di percezione da parte dell’Iran, che crede di poter negoziare a sua volta da un punto di vantaggio — avendo raggiunto una capacità di arricchimento dell’uranio prossima ai livelli necessari per la Bomba — e sottovalutata che gli americani possano accettare (in accordo con altri, per esempio Israele) di valutare anche piani militari.

Entrambi gli scenari davanti a Biden, accordo o rottura, genereranno un contraccolpo politico sia interno che internazionale. I repubblicani lo attaccheranno qualsiasi cosa faccia (un accordo sarebbe considerato una concessione a uno stato paria, senza accordo si parlerebbe di incapacità), ma la Casa Bianca ha come obiettivo interno quello di tenere insieme i democratici accusando Trump di aver scatenato questa crisi e aver lasciato l’amministrazione Dem con solo cattive opzioni sul tavolo (in effetti un obiettivo secondario della mossa trumpiana). Questo servirà anche pensando alle elezioni di metà mandato.

Dal punto di vista internazionale un accordo potrebbe scontentare Israele e parte del Golfo (Riad), una rottura metterebbe in crisi la ricerca di stabilità nella regione che è considerata un obiettivo strategico per gli Usa (rischio che tuttavia esisterebbe lo stesso, poiché parti della Repubblica islamica potrebbero muoversi per sabotare l’intesa, vista come una sconfitta dalle componenti ideologicamente ostili all’Occidente; componenti che su quella ideologia hanno soprattutto basato interessi esistenziali).

Durante il briefing stampa di martedì 11 gennaio, il portavoce del dipartimento di Stato ha già deviato da una domanda sui colloqui sul Jcpoa che si tengono a Vienna, facendolo diventare un attacco all’amministrazione Trump. “Vale la pena spendere solo un momento su come siamo arrivati qui”, ha detto: “È stata una sciagura che a causa di una decisione sconsiderata o forse inconsiderata dell’amministrazione precedente, questa amministrazione sia entrata in carica senza questi rigorosi protocolli di verifica e monitoraggio che erano in atto”. L’amministrazione Trump ha promesso un accordo migliore “che non si è mai avvicinato” e invece “l’Iran ha potuto galoppare in avanti con la sua promessa nucleare”, ha aggiunto. Se l’ex presidente Trump non avesse “sconsideratamente tirato fuori l’accordo nucleare”, nessuna delle azioni che stiamo vedendo dall’Iran, comprese le “azioni aggressive che hanno intrapreso attraverso guerre per procura in tutto il mondo”, starebbe accadendo, ha detto invece la portavoce della Casa Bianca.

L’ottavo round di colloqui a Vienna continua ormai da quasi due settimane. I diplomatici statunitensi ed europei informati sui colloqui dicono ai media che ci sono stati modesti progressi, ma non tali da portare ottimismo su un accordo a portata di mano. Il clima è cambiato: fino a giugno veniva fatto sapere che l’intesa era vicina, ma in questo la vittoria di Raisi ha effettivamente complicato i (non) progressi.

I diplomatici europei — anche per smarcarsi da certe dinamiche e gravati da anni in cui hanno cercato di sostenere il peso del Jcpoa — dicono ai giornalisti che la maggior parte dei colloqui degli ultimi giorni si sono concentrati sulla richiesta iraniana che gli Stati Uniti forniscano garanzie che nessun futuro presidente si ritiri dall’accordo. Una promessa che l’amministrazione Biden ha detto di non poter fare, chiaramente. Gli iraniani sostengono anche che l’amministrazione Obama abbia continuato a scoraggiare le aziende a fare affari in Iran anche dopo aver eliminato le sanzioni e firmato il Jcpoa. Ora vogliono controlli sugli effettivi benefici, che però sono tecnicamente quasi impossibili.

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