L’odierno discorso del papa al corpo diplomatico non può essere letto come delle raccomandazioni all’Occidente, ma certamente le sue parole contengono preoccupazioni che ci riguardano direttamente. Tra queste, emerge il rinnovato appello a rivitalizzare un agonizzante multilateralismo e a liberarci dagli effetti nefasti della cancel culture

Papa Francesco non è mai stato, dal primo giorno del suo pontificato, un papa “occidentalista”, la sua è sempre stata una visione globale per una Chiesa globale. Così le priorità che ha indicato nel suo odierno discorso al corpo diplomatico non possono essere lette come delle raccomandazioni all’Occidente, ma certamente le sue parole contengono anche preoccupazioni che ci riguardano direttamente. Tra queste emerge il rinnovato appello a rivitalizzare un agonizzante multilateralismo e quindi a liberarci dagli effetti nefasti di quella cancel culture che può essere un prodotto della presuntuosa illusione della fine della storia.

Per essere colto appieno il senso del suo discorso va seguito dall’inizio, che non poteva non riguardare la pandemia, le nuove derive ideologiche e i vaccini: “Tante volte ci si lascia determinare dall’ideologia del momento, spesso costruita su notizie infondate o fatti scarsamente documentati. Ogni affermazione ideologica recide i legami della ragione umana con la realtà oggettiva delle cose. Proprio la pandemia ci impone, invece, una sorta di ‘cura di realtà’, che richiede di guardare in faccia al problema e di adottare i rimedi adatti per risolverlo. I vaccini non sono strumenti magici di guarigione, ma rappresentano certamente, in aggiunta alle cure che vanno sviluppate, la soluzione più ragionevole per la prevenzione della malattia”.

Qui c’è un primo riferimento globale che una declinazione chiaramente anche occidentale per quanto riguarda complotti e derive ideologiche, una deriva che conosciamo tutti. È seguita ovviamente la raccomandazione a guardare alla dimensione globale della pandemia: “Purtroppo occorre constatare con dolore che per vaste aree del mondo l’accesso universale all’assistenza sanitaria rimane ancora un miraggio. In un momento così grave per tutta l’umanità, ribadisco il mio appello affinché i Governi e gli enti privati interessati mostrino senso di responsabilità, elaborando una risposta coordinata a tutti i livelli (locale, nazionale, regionale, globale), mediante nuovi modelli di solidarietà e strumenti atti a rafforzare le capacità dei Paesi più bisognosi. In particolare, esorto gli Stati, che si stanno impegnando per stabilire uno strumento internazionale sulla preparazione e la risposta alle pandemie sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad adottare una politica di condivisione disinteressata, quale principio-chiave per garantire a tutti l’accesso a strumenti diagnostici, vaccini e farmaci. Parimenti, è auspicabile che istituzioni come l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale adeguino i propri strumenti giuridici, affinché le regole monopolistiche non costituiscano ulteriori ostacoli alla produzione e a un accesso organizzato e coerente alle cure a livello mondiale”. Difficile essere più chiari.

La parte successiva del suo discorso ha riguardato la questione, altrettanto globale, dei mutamenti climatici, per affrontare la quale il tempo comincia a scarseggiare,  e quindi dei profughi, in fuga da guerre e catastrofi naturali o ambientali: “Occorre vincere l’indifferenza e rigettare il pensiero che i migranti siano un problema di altri. L’esito di tale approccio lo si vede nella disumanizzazione stessa dei migranti concentrati in hotspot, dove finiscono per essere facile preda della criminalità e dei trafficanti di esseri umani, o per tentare disperati tentativi di fuga che a volte si concludono con la morte. Purtroppo, occorre anche rilevare che i migranti stessi sono spesso trasformati in arma di ricatto politico, in una sorta di ‘merce di contrattazione’ che priva le persone della dignità”.

Il papa si è soffermato sul carattere globale di questa crisi e quindi sui diversi teatri in cui si manifesta, ma in particolare deve percepire la gravità della sua dimensione europea, visto che ha specificato che ritiene “di fondamentale importanza che l’Unione Europea trovi la sua coesione interna nella gestione delle migrazioni, come l’ha saputa trovare per far fronte alle conseguenze della pandemia. Occorre, infatti, dare vita a un sistema coerente e comprensivo di gestione delle politiche migratorie e di asilo, in modo che siano condivise le responsabilità nel ricevere i migranti, rivedere le domande di asilo, ridistribuire e integrare quanti possono essere accolti. La capacità di negoziare e trovare soluzione condivise è uno dei punti di forza dell’Unione Europea e costituisce un valido modello per affrontare in prospettiva le sfide globali che ci attendono”.

Tutto questo non poteva non condurre al multilateralismo, il vero e gravissimo malato del nostro tempo, con istituzioni in crisi di fiducia e rappresentatività anche perché le loro deliberazioni non coinvolgono i popoli. E qui è arrivato il punto forse decisivo del suo discorso, quello contro la cancel culture: “Il deficit di efficacia di molte organizzazioni internazionali è anche dovuto alla diversa visione, tra i vari membri, degli scopi che esse si dovrebbero prefiggere. Non di rado il baricentro d’interesse si è spostato su tematiche per loro natura divisive e non strettamente attinenti allo scopo dell’organizzazione, con l’esito di agende sempre più dettate da un pensiero che rinnega i fondamenti naturali dell’umanità e le radici culturali che costituiscono l’identità di molti popoli. Come ho avuto modo di affermare in altre occasioni, ritengo che si tratti di una forma di colonizzazione ideologica, che non lascia spazio alla libertà di espressione e che oggi assume sempre più la forma di quella cancel culture, che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche. In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità. Si va elaborando un pensiero unico costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca. La diplomazia multilaterale è chiamata perciò ad essere veramente inclusiva, non cancellando ma valorizzando le diversità e le sensibilità storiche che contraddistinguono i vari popoli. In tal modo essa riacquisterà credibilità ed efficacia per affrontare le prossime sfide, che richiedono all’umanità di ritrovarsi insieme come una grande famiglia, la quale, pur partendo da punti di vista differenti, dev’essere in grado di trovare soluzioni comuni per il bene di tutti”.

Non è il mondo dei buoni contro i cattivi, del bene contro il male, quello che indica Francesco. Non accettare questa visione multipolare significherebbe eterizzare le guerre per procura che dilagano in tante parti del mondo e che il papa ha elencato, come fosse un triste rosario. Lo sforzo di vedere, capire, dialogare, Francesco lo ha fatto benissimo lui stesso quando si è soffermato sulla Siria. Sotto il costante pressing di chiese locali molto comprensive col regime e con la sua richiesta di alleviare le sanzioni internazionali, il papa ha ricordato che queste sanzioni colpiscono anche una popolazione già gravemente sofferente e che non dovrebbero influire sulla vita quotidiana, ma ha ricordato anche, e una voce religiosa in tal senso è certamente importantissima, che “sono necessarie riforme politiche e costituzionali, affinché il Paese rinasca”. Lo stesso criterio ha usato al riguardo di tante altre crisi e colpisce che il suo discorso abbia isolato la crisi libanese, ponendola nella scaletta del suo intervento subito dopo il prologo sulla pandemia, da sola. Un segno probabilmente che per il Vaticano il disastro del piccolo Libano è la spia del fallimento del grande Mediterraneo, Europa inclusa.

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