Questa maggioranza ha solo due possibili colpi in canna: il bis di Mattarella o la “promozione” di Mario Draghi da presidente del Consiglio a Capo dello Stato. Questo secondo scenario, però, dato ancora per favorito, è ostacolato da Silvio Berlusconi…

Per il Colle, il perimetro di gioco non è cambiato: resta obbligatoriamente quello definito dalla coalizione di pseudo larghe intese che regge il governo di Draghi e che va da Salvini a Conte passando per Letta, Renzi, Berlusconi e centristi vari. Questa maggioranza ha solo due possibili colpi in canna: il bis di Mattarella o la “promozione” di Mario Draghi da presidente del Consiglio a Capo dello Stato. Partiamo da questa seconda possibilità, per i bookmaker ancora quella prevalente.

Nelle prime tre votazioni, quando serve il quorum dei due terzi, l’elezione del Presidente della Repubblica è frutto di un accordo bipartisan. Stavolta tanto più auspicabile e necessitata visto che nessuno degli schieramenti di centrodestra o centrosinistra ha i voti per fare da solo. Eleggere SuperMario in questo modo avrebbe il significato che la politica, seppur indicando un tecnico, è in grado di mettere in campo saggezza e lungimiranza e dunque di far prevalere gli interessi generali rispetto a quelli singoli delle varie forze politiche. In sintesi: Draghi al Colle per evitare il caos con il fondamentale corollario di una intesa sul suo sostituto a Palazzo Chigi al fine di gestire in modo ordinato e fruttifero il periodo che manca alla fine della legislatura. Questo scenario è allo stato reso impraticabile dalla determinazione di Silvio Berlusconi di volersi contare negli scrutini segreti, convinto di poter avere i numeri non nei primi tre scrutini bensì dal quarto in poi, quando il quorum scende a poco più di 500 Grandi elettori. Il Pd ha fatto sapere che se la candidatura del Cav è in campo, il centrosinistra abbandonerà l’aula anche per far emergere eventuali franchi tiratori del fronte opposto e pure per evitare che qualcuno dei suoi si faccia persuadere dalle sirene di Arcore.

Dunque si va al quarto scrutinio e a quelli che potrebbero seguire. Se Berlusconi verifica che non ha i  numeri, sarà costretto a fare un passo indietro e il centrodestra – che ha l’occasione storica di essere determinante per il Quirinale – rischia di frantumarsi. Il Cav potrebbe indicare  l’attuale premier vestendo i panni del king maker e in questo caso il senso politico dell’operazione verrebbe rovesciato: non più Draghi per evitare il caso bensì Draghi frutto del caos che si determinerebbe se una personalità come la sua venisse messa nel tritacarne delle votazioni senza un minimo di regia. Oppure Berlusconi potrebbe indirizzarsi verso un’altra personalità, per esempio la presidente del Senato, Casellati. In questo caso l’eventuale sua abdicazione trascinerebbe via con sé anche le residue possibilità di SuperMario, difficilmente a quel punto recuperabile come soluzione di riserva dell’insuccesso di Silvio.

La seconda cartuccia, che in realtà avrebbe dovuto essere la prima nei desideri di molti leader di partito, concerne la possibilità di rieleggere Mattarella. L’attuale inquilino del Colle ha da tempo escluso una simile possibilità, salvo arrendersi ad un invito esplicito di tutto il Parlamento. In questo caso avrebbe dovuto essere eletto al primo scrutinio. Tuttavia questa traiettoria è impraticabile sia per la presenza di Berlusconi sia perché a partire da Meloni allo stesso Salvini hanno fato capire che è una soluzione che non gradiscono.

Ma anche qui potrebbe cambiare il segno della ricandidatura: non per evitare il caos bensì come soluzione disperata per non farsene inghiottire. Nel barometro politico giornaliero, il bis sembra guadagnare consensi: non tanto e non solo per convinzione quanto perché il fragilissimo equilibrio esistente è tale che se tocchi anche solo una pagliuzza viene giù tutto. Ma sempre per come si stanno mettendo le cose, rieleggere Mattarella dal quinto-sesto scrutinio in poi avrebbe lo stesso significato di Draghi: carta di riserva ad un passo dal baratro. Con a quel punto Berlusconi, Salvini, Letta, Conte eccetera disposti a fare fronte comune in nome dell’emergenza istituzionale. Mattarella dovrebbe accettare, sia rimangiandosi i tanti motivati dinieghi, sia accontentandosi di essere non la prima né la seconda bensì la scelta successiva. Piegandosi allo schema che fu di Giorgio Napolitano dopo il collasso della politica di allora. Che farebbe anch’essa il bis.

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