Vedere il tennista serbo fermato dalle autorità australiane di confine ha risvegliato il ricordo di una frustrante situazione vissuta da molti fino a poco tempo fa e che ancora continua a condizionare gli spostamenti di milioni di persone, anche in Europa. Il commento di Igor Pellicciari, ordinario di Relazioni internazionali all’Università di Urbino

Come le vicende che riassumono in sé i temi del momento, quella di Nole Djokovic in Australia è diventata terreno di scontro di opinioni formatesi prima ancora di una precisa narrazione dei fatti.

Nell’attuale pandemonio pandemico senza andare troppo per il sottile si è aggiunto un nuovo capitolo della discussione sui vaccini e sui limiti dell’autorità statuale nell’imporli alla (pur consistente) minoranza della popolazione a loro contraria.

Accanto alle numerose critiche rivoltegli, al tennista serbo sono arrivati anche attestati di solidarietà non solo dalla madrepatria ma in gran parte da quell’Est Europa distintosi per un’opposizione di massa alle campagne vaccinali. Fenomeno diffuso ad est di Trieste e Berlino – in un continuum che arriva idealmente fino a Mosca.

Tuttavia, in Occidente sta passando inosservato che, accanto allo scontato sostegno dei “No-Vax”, al tennista serbo è andata la simpatia di un movimento informale più trasversale del tipo

No-Visa”, diffuso e radicato nelle stesse aree geografiche Orientali.

Vedere Djokovic fermato dalle autorità di confine ha risvegliato il ricordo di un profondo senso di frustrazione per una scomoda situazione simile vissuta da molti fino a poco tempo fa e che ancora continua a condizionare gli spostamenti di milioni di persone, anche in Europa.

Intere generazioni di viaggiatori dell’Est, cittadini di nuove statualità nate dopo il crollo del Muro di Berlino e portatori di passaporti “deboli” hanno per anni affrontato con ansia ed incertezza il passaggio per i controlli di frontiera. Spesso intimoriti dagli ufficiali doganali; circondati da un alone di sospetto e pregiudizio.

A questo si aggiungeva l’ansia che si verificasse quanto toccato a Djokovic: ovvero l’annullamento sic et nunc dell’agognato visto del Paese di destinazione; ottenuto dopo notevoli peripezie e costi (dalle interminabili file e attese davanti ai consolati, alle interviste-interrogatorio, alle umilianti verifiche come il possesso di proprie fonti di sostentamento).

È triste a dirsi ma uno dei principali volani dal basso che ha spinto molti paesi dell’Est verso la Ue è stato – prima ancora che l’adesione ai supremi valori dell’integrazione europea – il desiderio di entrare finalmente nella White Schengen List e vedersi applicato il visa-free regime.

Inoltre, sviluppi politici della recente pandemia (a volte palesemente slegati da un ragionamento medico-sanitario, come nel caso del mancato riconoscimento di alcuni vaccini) hanno di fatto reintrodotto pesanti limitazioni agli spostamenti da e per alcuni paesi più che verso altri. Vissute da molti come decisioni arbitrarie, risultato di un doppiopesismo.

Poiché le eventuali ingiustizie alla frontiera dell’uomo qualunque (vere o percepite come tali) restano inascoltate (rarissimi sono i casi dove una lamentela sortisce un effetto – anche solo mediatico), è comprensibile che Djokovic sia suo malgrado diventato paladino del riscatto del viaggiatore senza colpe vessato dall’autorità, ben rappresentato da Tom Hanks nel film “The Terminal”.

Un altro elemento sottovalutato dell’intera vicenda è l’escalation geopolitica che incombe sui rapporti bilaterali serbo-australiani, già segnati dall’incidente diplomatico con la convocazione da parte di Belgrado dell’ambasciatore di Sydney.

Ad un primo sguardo il peso politico tra i due paesi (benché il loro centro di interessi orbiti su contesti regionali diversi e lontani) è sbilanciato a favore dell’Australia anche se vi è un pesante dato demografico che gioca a vantaggio serbo.

Gli australiani presenti in Serbia sono una rarità; mentre (come avviene per molti altri Paesi balcanici) vi è una consistente comunità serba in Australia, arrivata oramai alla seconda\terza generazione e con il doppio passaporto. Legata fortemente al proverbiale spirito patriottico serbo; ma anche radicata localmente a tal punto da avere un notevole peso politico interno.

Per questa comunità – aumentata dopo la crisi dei Balcani e con i classici problemi di integrazione in un Paese nuovo e lontano – le vittorie di Djokovic (ben 9) agli Open di Australia sono state un momento di orgoglio nazionale e anche di rivalsa rispetto ad una cultura anglosassone che a lungo li ha additati come i “cattivi” della ex-Jugoslavia; primi responsabili della guerra civile.

È probabile che l’obiettiva goffaggine delle autorità australiane nel gestire con prontezza l’affaire Djokovic sia dovuta anche al timore della reazione di malcontento della comunità serba, già resasi rumorosa nelle manifestazioni di questi giorni a sostegno del tennista.

Tanto più che Djokovic è allenato dall’ex-campione spalatino Goran Ivanisevic; il che ha tirato in ballo, anche se indirettamente, la molto più consistente (ed influente) comunità croata in Australia, nonostante le sue pesanti rivalità storiche con la Serbia.

Proprio l’accoppiata del tennista e del suo allenatore fa da spunto ad un’ultima considerazione, meno geopolitica e più di carattere sportivo-culturale, riferita al cortocircuito in cui è entrata la raffigurazione di un particolare modello di campione sportivo, al contempo esaltato e messo in discussione dai media.

A Djokovic viene imputato un’eccesso di confidenza tipico del mito dell’eroe sportivo individualista che ha una tradizione di esaltazioni narrative che vanno –  limitandosi ai soli Balcani – dallo stesso Ivanisevic fino al recente caso (obiettivamente esagerato) di Zlatan Ibrahimovic.

Non è lo stesso stigmatizzare il sarcasmo con cui il tennista risponde al funzionario dell’immigrazione con il plaudere al monologo auto-celebrativo del calciatore a Sanremo. Di certo, però, aggiunge una notevole confusione presso un audience già piuttosto disorientata.

Dando l’impressione che oramai il principale argomento rimasto in mano ai No-vax sia proprio il tipo di comunicazione istituzionale Pro-Vax e le sue notevoli contraddizioni.

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