Il presidente della Federal Reserve interviene al Senato e annuncia l’anticipo del tapering. L’inflazione corre troppo veloce e la banca centrale vuole starle dietro prima che crescita e posti di lavoro vengano divorati. Ma Wall Street mugugna…

Jerome Powell non è più l’uomo prudente che gli Stati Uniti hanno imparato a conoscere, fin dal suo insediamento al vertice della Federal Reserve con Donald Trump capo della Casa Bianca. Ora teme l’inflazione, al 7% negli Usa, più di ogni altra cosa al punto da mettere le mani avanti e paventare un rialzo dei tassi anticipato. Mentre gli scivoloni col trading hanno fatto saltare tre prime linee della banca centrale americana, per Powell sembra essere arrivato il momento di agire.

Perché l’inflazione non solo è la nemica giurata dei salari fissi, ma anche dei posti di lavoro: più un’azienda spende per le materie prime, meno c’è capacità di investire in risorse. Più i prezzi al consumo salgono, più i cittadini rivedono e riassestano la loro domanda. Questo Powell lo sa fin troppo bene, al punto da imprimere una forte accelerazione al tapering.

E così, dinnanzi a un Senato americano che ancora non riesce ad approvare il Build Back Better, il piano pandemico per transizione energetica e infrastrutture di Joe Biden da 1.750 miliardi, Powell ha detto basta. “Se l’inflazione continuerà a essere più alta delle previsioni, dovremo aumentare i tassi d’interesse più volte. E se sarà necessario un aumento più aggressivo dei tassi, la Fed lo farà”. Perché, è il messaggio di fondo, “è giunto veramente il momento di muoversi da condizioni eccezionalmente accomodanti di politica monetaria”.

Powell ha ripetutamente sottolineato che l’inflazione elevata è in cima alle priorità della Fed, affinché quanti più lavoratori possibile traggano vantaggio dalla crescita economica americana. Per fare ciò, la Fed aveva promesso di astenersi dall’aumento dei tassi fino all’arrivo dell’inflazione, in modo da non rallentare le assunzioni e gli aumenti salariali. Appunto. Ora, “se l’inflazione diventa troppo persistente, se questi alti livelli di inflazione si radicano nella nostra economia e nel pensiero della gente, allora inevitabilmente ciò porterà a tassi molto più alti da parte nostra: l’inflazione elevata è una grave minaccia al raggiungimento della massima occupazione”.

Ma c’è chi mugugna. Molti senatori, legati a Wall Street, pare non abbiano gradito la tempistica di Powell. Prima colomba, poi improvvisamente falco, spiazzando così i mercati, così sensibili alle decisioni di politica monetaria, specialmente se connesse alla crescita. Di inflazione elevata hanno comunque parlato anche altri esponenti della Fed.

In particolare il numero uno della Fed di Atlanta, Raphael Bostic, in un’intervista rilasciata a Reuters, ha detto chiaro e tondo che, “se le cose continueranno ad andare come stanno andando, sarà ragionevole iniziare ad alzare i tassi a marzo. Esiste il rischio che l’inflazione rimanga elevata per un periodo di tempo lungo – ha detto il banchiere, sottolineando di prevedere per il 2022 tre rialzi dei tassi. “La Fed ha bisogno di agire in modo diretto, chiaro e aggressivo – ha detto ancora Bostic – e c’è bisogno di una riduzione veloce del suo bilancio”. Ci siamo?

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