Personalità come quella di Francesco Paolo Fulci lasciano l’Italia più forte per la strada che tracciano, non per la meta a cui arrivano. Il ricordo dell’ambasciatore Stefano Stefanini

“Stefano, vorrei parlarti dell’Ambasciatore Fulci”.

Era un pomeriggio di fine luglio, durante una lunga gita di famiglia dopo i campi estivi delle nostre figlie in North Carolina. Tornavamo a Washington. Il mio amico, Karl Inderfurth, era uno dei vice di Madeleine Albright, Rappresentante Permanente americana alle Nazioni Unite dell’amministrazione Clinton.

L’Italia stava per entrare nel Consiglio di Sicurezza. Ma Inderfurth non mi chiedeva dell’Italia, o della nostra politica estera. Non ne aveva bisogno né davano alcun motivo di preoccupazione alla potenza di fuoco Usa al Palazzo di Vetro. Mi chiedeva solo di Francesco Paolo Fulci, la cui personalità ingigantiva il peso dell’Italia con quasi altrettanta potenza di fuoco. Quello sì, li preoccupava.

Inderfurth ed io eravamo amici da quando, a Mosca, avevamo condiviso la fine dell’Urss e del comunismo sovietico. Senza reciprocamente rivelarci alcun segreto di Stato, ne parlammo per piu’ di due ore, mentre intorno a noi scorreva la lussureggiante campagna della Virginia.

Difficile per me spiegare che, sì Fulci rappresentava e interpretava fedelmente l’Italia, ma la trascinava anche. Era lui la politica estera italiana all’Onu. Non potevo dirlo. Ma feci del mio meglio per dargli delle istruzioni per l’uso che, essenzialmente, si condensavano in un “prendetelo sul serio, fa quello che dice”. Il nostro governo lo appoggia. Sarebbe stato più esatto dire “il governo italiano lo segue”. Non potevo. Ma non ho dubbi che gli americani, e non solo loro – la lista è lunga – abbiano preso Fulci sul serio.

La politica estera italiana ha perso un gran protagonista. Nei circuiti assestati della diplomazia, nazionale e internazionale, Fulci passava come un ciclone di energia. Nei corridoi della Farnesina, come in quelli dell’Onu o della Nato. Molti, a New York come a Bruxelles, lo ricordano ancora.

Sergei Lavrov, collega alle Nazioni Unite, ne era grande estimatore. Dopo il passaggio di Fulci le cose non tornavano più come prima, forse con qualche coccio per terra. Con perfetto garbo nei modi, sempre scrupolosi fino al dettaglio dell’etichetta, con la conoscenza a memoria di nomi di circa 190 colleghi stranieri, e dei loro coniugi, non esitava a rompere gli schemi. Quando i rapporti di forza quando a suo svantaggio, li cambiava. Se la corrente era contraria, cercava, e spesso trovava, un motore ausiliario.

La lezione di Fulci non sta tanto nell’essersi opposto con successo ad un allargamento del Consiglio di Sicurezza Onu che lasciava fuori l’Italia. Il problema dell’inadeguatezza di un formato P5 che rispecchia gli equilibri del dopo seconda guerra mondiale trascende l’Italia. La lezione sta nel modo in cui Fulci l’ha condotta: con determinazione, spirito di squadra e capacità di guadagnarsi il rispetto, magari riluttante, delle controparti straniere.

Personalità come quella di Fulci lasciano l’italia più forte per la strada che tracciano non per la meta a cui arrivano. La sua strada è poi continuata a lungo quando lo ha visto presidente della Ferrero. Sempre con identica tenacia e abilità nell’allacciare contatti e rapporti costruttivi. Robert Louis Stevenson scrive che “viaggiare bene è una cosa migliore che non arrivare”. Ma c’e’ una destinazione alla quale tutti arrivano. L’Ambasciatore Fulci, direi oggi al mio amico Inderfurth, ha finito di viaggiare bene per riposare in pace.

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