Nel 1970 Alvin Toffler preconizzava che per sopravvivere l’individuo deve diventare infinitamente più flessibile e capace che mai. E intravedeva chiaramente lo tsunami che avrebbe investito la nostra società. Pubblichiamo un estratto del volume L’uomo interrotto. L’altra faccia del digitale di Marco Franco (De Ferrari Editore )

La serie Black Mirror mostra gli esiti distopici di un uso smodato della tecnologia. La morbosa connessione che instauriamo con la tecnologia non si limita soltanto a semplificare le comunicazioni ma influenza il nostro modo di pensare, scegliere e ricordare. Black Mirror è lo specchio nel quale guardare l’immagine distorta di un domani ipnotizzato dalla tecnologia. Ma è anche la quintessenza della società in cui viviamo, di un futuro già presente in noi.

Nel 1970 Alvin Toffler in Future Shock preconizzava che per sopravvivere, per evitare ciò che abbiamo chiamato shock del futuro, l’individuo deve diventare infinitamente più flessibile e capace che mai. Toffler intravedeva chiaramente lo tsunami che avrebbe investito la nostra società. Anticipa concetti e conia termini, come il termine prosumer, poi ripreso in The Third Wave, del 1980, predicendo l’attuale fusione tra i ruoli di produttore e consumatore in un mercato di produzione di massa in saturazione.

Prima di Ray Kurzweil e dei teorici della singolarità tecnologica e dell’accelerazionismo, Toffler spazia dalla spinta acceleratrice della civiltà postmoderna alla logica dell’usa-e-getta passando dall’obsolescenza tecnologico-commerciale. Parla di mentalità a breve termine, di nostalgia del passato o della difficoltà che alcune persone avranno nell’adattarsi ai cambiamenti: quando l’individuo viene immerso in una situazione che muta rapidamente e irregolarmente, o in un contesto saturo di novità, la sua capacità di prevedere con accuratezza crolla.

Viaggiando nella macchina del tempo toffleriana si intravede l’affermarsi di una élite transcontinentale, eterni pendolari per far carriera e affari. Trasferimenti continui, sradicamento, legami instabili, in un mondo del lavoro iperflessibile e nel totale disinteresse per la comunità, la politica, i valori. E ci avverte che non ci occorre né una cieca accettazione né una cieca resistenza, ma tutta una serie di strategie creative per forgiare, deviare, accelerare o decelerare selettivamente il mutamento.

Una buona annata

John Naughton sul Guardian mette il 2007 alla pari del 1789, anno della Rivoluzione francese, o del 1914, anno della Prima guerra mondiale. Thomas Lauren Friedman usa infatti quest’anno come testata d’angolo nel suo saggio Grazie per essere in ritardo: la guida di un ottimista per prosperare nell’era delle accelerazioni. Ma c’è voluto un decennio per capire realmente la portata rivoluzionaria del 2007, bloccati dalla crisi finanziaria e dalla conseguente paralisi politica. Intanto l’era delle accelerazioni aveva avuto inizio ed era inarrestabile. Friedman paragona l’accelerazione tecnologica, con tutte le sue implicazioni sociali, economiche e ambientali, a un ciclone in cui ci è chiesto di ballare; la sfida credo sia trovare l’occhio del ciclone, cioè costruire comunità sana e flessibili, in grado di convivere con le accelerazioni, trarne energia e fornire una piattaforma per la stabilità dinamica dei cittadini al loro interno.

Gli smartphone, con il loro uso quotidiano, sono una sostanza psicotropa. L’Homo Deus dal 2007 ha così fatto iniziare la fase dell’Uomo Interrotto a livello psichico (quali saranno adesso le conseguenze del cambio di paradigma imposto dalla pandemia?).

Erik Peper e Richard Harvery hanno pubblicato sulla rivista «NeuroRegulation» l’articolo Digital Addicition: increased loneliness, anxiety and depression, in cui si sostiene che l’uso prolungato dello smartphone attivi (in misura simile) le stesse parti del cervello attivate dall’uso di droghe quali l’oppio, ed è in grado di generare senso di solitudine, ansia e depressione.

Un interaction designer della Silicon Valley, Tristan Harris, ha pubblicato l’articolo How technology hijacks people’s mind – from a Magician and Google’s Design ethicist in cui parla del motivo per cui si resta con lo sguardo fisso su Facebook, controllando il cellulare fino a 150 volte al giorno, o del perché una coppia preferisca dedicarsi ai propri cellulari a letto invece di fare altro: i social replicano il meccanismo delle slot machine, ovvero quel meccanismo psicologico detto propriamente intermittent variable rewards, cioè delle ricompense intermittenti a ricompensa variabile. Quando tiro una leva non so che tipo di ricompensa riceverò. La ricompensa è massimizzata quando è la più variabile possibile: “La parola addicition fa riferimento all’abuso di sostanze solo da due secoli a questa parte, ma gli ominidi sono stati dipendenti da sostanze per migliaia di anni. Le prove del DNA mostrano che gli uomini di Neanderthal, quarantamila anni fa, avevano nel loro corredo un gene, noto come DRD4-7R. Questo gene è responsabile di tutta una serie di manifestazioni comportamentali che differenzia i Neanderthal dagli ominidi più antichi, come per esempio l’assunzione di rischi, la ricerca di novità e di sensazioni. Laddove gli ominidi pre-Neanderthal si dimostravano timidi e non disposti al rischio, gli uomini di Neanderthal erano sempre disposti a esplorare e raramente soddisfatti. Pare che una variante del gene DRD4-7R, nota come DRD4-4R, sia ancora presente in circa il 10% della popolazione e che questi individui siano, di gran lunga, quelli che hanno maggiore probabilità di risultare temerari e dipendenti in maniera seriale.”

L’American Psychiatric Association (APA) circa ogni 15 anni pubblica una nuova edizione della sua Bibbia: il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM). Il DSM cataloga i segni e i sintomi di decine di disturbi psichiatrici, dalla depressione all’ansia, dalla schizofrenia agli attacchi di panico. Quando nel 2013 l’APA ha pubblicato la quinta edizione del DSM ha inserito l’addiction comportamentale nelle diagnosi ufficiali, eliminando l’espressione “abuso di sostanze e dipendenza” per introdurre quella di “addiction e disturbi correlati”.

L’utilizzo reiterato e persistente nel tempo può provocare uno stravolgimento comportamentale. La rapidità di evoluzione tecnologica ha superato quella d’adattamento della società. Il “mi piace” è il nirvana delle nostre inquietudini.

“Ero in Cina nel 2007, alla prima convention assoluta di fantascienza e fantasy approvata dal Partito nella sua sto- ria. A un certo punto ho preso da parte un funzionario e gli ho chiesto: “Perché? La fantascienza è stata ufficialmente bandita per tutto questo tempo. Cosa è cambiato adesso?” E lui mi ha detto che il motivo era semplice. I cinesi erano eccellenti a replicare qualsiasi cosa quando gli altri gli forni- vano il progetto. Ma non innovavano e non inventavano. Mancavano d’immaginazione. Allora hanno mandato una delegazione negli Stati Uniti, a parlare con le persone che progettano il futuro in Apple, in Microsoft, in Google. E così hanno scoperto che tutti loro avevano letto fantascienza da ragazzi”. Neil Gaiman

Un cambiamento incoraggiato dalle nuove tecnologie riguarda la modalità con cui il nostro cervello accede alle informazioni. Dalle prime memory card all’avvento delle memorie esterne molti dati sono stati esternalizzati e ciò sta cambiando il nostro modo di ricordare. Dai circuiti neurali ai circuiti informatici, questo spostamento ha riprogrammato il percorso usato per reperire informazioni e dati. Inutile occupare energia e spazio mentale memorizzando ciò che si può tranquillamente (e con maggiore precisione) trovare nei nostri smartphone, PC, in cloud o direttamente nel web, ovunque e in ogni momento. Non sappiamo più ricordare, ma siamo in grado di trovare ciò di cui abbiamo bisogno. È l’Effetto Google.

Internet è la sostituzione, e non soltanto l’integrazione della memoria personale. Il cervello adulto, meno plasmabile di quello dei giovani, mantiene comunque ampi spazi di variazione neurale. Gary Small della University of California di Los Angeles nel 2009 ha analizzato con la risonanza magnetica funzionale cosa accade nel cervello di 24 soggetti adulti (di età compresa tra i 55 e i 76 anni) mentre effettuano delle ricerche su Google: tra questi, metà avevano un’esperienza limitata di ricerche su internet, l’atra metà usava abitualmente i motori di ricerca. I risultati hanno evidenziato che i due gruppi attivavano due regioni cerebrali diverse mentre digitavano le parole su Google: chi era esperto attivava la corteccia prefrontale dorso laterale sinistra, mentre questa stessa regione non si attivava nelle persone che non utilizzavano abitualmente questo strumento. Dopo un periodo trascorso a fare ricerche online (un’ora al giorno per cinque giorni), anche nei meno esperti si è attivato lo stesso circuito neuronale.

Nel prossimo futuro capiremo se questo cambio delle attività cognitive, questa trasformazione antropologica digitale, sarà stato un bene o meno per la salute mentale dell’essere umano; se, quindi, tutto questo sarà l’inizio di una “nuova intelligenza”: l’intelligenza digitale. In mancanza di una adeguata (e avveduta) normativa rivolta all’uso improprio delle piattaforme digitali di vecchia e nuova generazione, si innescherà una spirale negativa esponenziale di disagi psichici (compresa l’ascesa di comportamenti pericolosi per emulare gli influencer di turno).

Se i mestieri passavano per le mani, ora le trasformazioni passano per i pattern neuronali. Da lavoro artigianale a lavoro “artigitale”. “Pensiamo che l’intelligenza digitale si fondi su un’operazione cognitiva che permette al soggetto la selezione di un’alternativa semplice: sì/no. Possiamo chiamarla opzione click ed è l’unità fondamentale dell’intelligenza digitale (ad esempio ciò che permette la scelta tra un link, o un tasto piuttosto che un altro). Si tratta di un’abilità di carattere eminentemente pratico e pragmatico non teorico. Dobbiamo constatare che la crescita di questa “abilità digitale” è stata rapidissima ed esplosiva negli ultimi due decenni con la diffusione senza precedenti dei personal computer, degli smart phone e dei tablet”.

 

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