Nino Aragno Editore pubblica la nuova edizione degli “Elementi di scienza politica”, un volume fondamentale per rompere, di nuovo, il muro del silenzio che era stato eretto faziosamente intorno all’opera del “conservatore Mosca”

Nel nostro Paese solamente alcuni ambienti accademici, proseguendo nella tradizione nata all’inizio del secolo scorso e consolidatasi tra le due guerre mondiali, sono andati avanti nella ricerca e dell’approfondimento di quel filone di pensiero che oramai in tutto il mondo ha assunto il nome di “elitismo”.

Qualche interesse intorno alle teorie elitiste rifiorì nel 1991, in occasione del cinquantenario della morte di Gaetano Mosca. Mentre è soprattutto nella cultura politica dell’America del Nord e in genere in tutti i Paesi di lingua anglosassone che l’elaborazione dottrinale intorno a questo complesso di idee, che studia l’origine, la natura e il ruolo dei dirigenti (élite), divenne, oltre che una visione teorico-intellettuale, un indirizzo di ricerca e un sistema di pensiero rivolto alla definizione dell’azione politica e all’interpretazione delle strutture del “potere”.

È proprio in quell’area geografica e linguistica che si affermò e diffuse in un primo tempo il termine “elitismo”, nel senso anche di teoria “delle élite” o “elitistica”, così come era stata già intravista e abbozzata dalla scuola italiana di Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Roberto Michels.

Come noto, era stato Pareto nei suoi Les systèmes socialistes (1902-1903), nel Manuale di economia politica (1906) e nel Trattato di sociologia generale (1916) a introdurre nel linguaggio scientifico, sociologico e storico-politico il termine élite: “Facciamo dunque una classe di coloro che hanno gli indici più elevati nel ramo della loro attività, alla quale daremo il nome di classe eletta (élite), precisando, però, che questa non è immutabile e fissa, anzi non può durare oltre un certo periodo e ben presto sparisce dalla scena della storia”. “Per via della circolazione delle classi elette, la classe eletta di governo è in uno stato di continua e lenta trasformazione, essa scorre come un fiume, e questa d’oggi è diversa da quella di ieri”.

In una visione così mobile della società e così fluttuante dell’organizzazione del potere è evidente che la classe eletta rappresenta solamente una piccola minoranza rispetto alla generalità della popolazione, dalla quale di volta in volta emergono elementi capaci di affermare la propria attitudine di comando e di direzione.

Per questo Pareto, già per sua natura polemico, legato all’attualità del tempo, partecipe appassionato delle vicende storiche e politiche contemporanee, non dissimulò mai le sue simpatie per il nazionalismo e per il fascismo, in ossequio, appunto, alla sua impostazione teorica della circolazione delle élite.

A integrare le analisi e le costruzioni paretiane, nell’elaborazione di una prima teoria dell’elitismo politico, intervenne Mosca con la sua “dottrina della classe politica”, che in Elementi di scienza politica cercò di stabilire le regole di comportamento dell’azione politica e di definire i rapporti intercorrenti tra politica ed etica. (Per maggiori informazioni si veda il capitolo nono Mosca, Pareto, Michels: La grande intuizione dell’elitismo in I proscritti. Pensatori alla sfida della modernità di Riccardo Pedrizzi, Edizione Pantheon, Roma, 2005).

Anche per Mosca il potere viene esercitato sempre da una minoranza di “governanti”, capace, però, d’interpretare i valori e la mentalità della maggioranza dei “governati” e, quindi, pure per lui il potere ha una natura essenzialmente e innegabilmente antiegalitaria e discriminatrice, anche se è sempre auspicabile che in ogni caso si cerchi di garantire una certa partecipazione democratica.

Per questo egli con il suo “normativismo” suggerisce un sistema di controlli, equilibri e contrappesi che se, da un canto, dovrebbe garantire “la difesa giuridica” della libertà, dall’altro, si pone di fatto a presidio dello status quo e di un potere sostanzialmente statico e poco permeabile.

Le due “intuizioni”, perciò, quella paretiana dell’equilibrio e del ricambio sociale delle élite e quella moschiana della conservazione dell’ordine, si completano a vicenda, così come, del resto, aveva anche propiziato la contestuale pubblicazione delle seconde edizioni delle due loro opere principali: il Trattato e gli Elementi.

Tutti e due, avendo completato la loro elaborazione dottrinale a cavallo degli anni Venti, non potevano non essere influenzati dalle medesime condizioni ambientali, nell’ambito delle quali si muovevano, e non potevano non risentire dello stesso clima politico culturale e psicologico, del quale essi stessi erano l’espressione più significativa.

Per questo senza alcuno sforzo è facile individuare nelle opere e nella costruzione teoretica dei due elitisti elementi comuni.

Il rifiuto della dottrina marxista, il sospetto verso ogni tipo d’ideologie, il realismo nel giudizio sui componenti delle élite che non sono affatto considerati migliori in senso assoluto, ma soltanto “i vincenti” della storia (nessuno dei tre pensa, infatti, a un’aristocrazia di tipo tradizionale e storico), il ricorso costante all’esperienza storica per individuare e definire gli schemi dei comportamenti sociali e politici, l’interesse oltre che per i fenomeni sociali anche per le indagini psicologiche dei popoli e degli individui, il pessimismo antropologico e la sfiducia nell’evoluzione morale del­l’umanità e nell’ineluttabilità del progresso civile, sono tutte coordinate che hanno reso possibile la costruzione di un vero e proprio modello d’interpretazioni della vita politica e sociale, costituendo così la premessa indispensabile per lo sviluppo dell’elitismo politico durante gli anni Trenta e Quaranta del Novecento.

Ora con la pubblicazione della nuova edizione degli Elementi di scienza politica di Mosca per Nino Aragno Editore (594 pagine, 35 euro) – che era stato dato alle stampe per la prima volta alla fine dell’Ottocento e poi riproposto nel 1923 – si cerca di rompere, di nuovo, il muro del silenzio che era stato eretto faziosamente intorno all’opera del “conservatore Mosca”, per riprendere il cammino interrotto e per raggiungere nuovi traguardi nel campo delle scienze sociali e politiche da perseguire ora più che mai che si assiste al degrado della politica ed allo svilimento di qualsiasi ruolo del Parlamento.

(Nella foto: Louis-Charles-Auguste Couder, Le Serment du Jeu de Paume)

Condividi tramite