Diversi recensori e spettatori hanno paragonato la vicenda raccontata da “Don’t look up” (2021) alla pandemia che stiamo vivendo, oppure a una eventuale guerra mondiale. Ma Hollywood ancora una volta, insieme al possibile pericolo, ci trasmette la speranza della fede nell’uomo e in Dio. La lettura filmico-teologica dello storico del cinema Eusebio Ciccotti

Raramente succede che una opera d’arte preveda il futuro. Ma accade. In ambito letterario tale “filone” va sotto l’espressione “letteratura di anticipazione”. Gli storici fanno i nomi di Aldous Xuley, R. H. Benson, George Orwell, Isaac Singer. Nel cinema, il film anticipatore del futuro per antonomasia è 2001: Odissea nello spazio (1968), di Stanley Kubrick, scritto insieme ad Arthur C. Clarke. Lo stesso potrebbe dirsi per Don’t look up (2021), scritto e diretto, da Adam McKay, già considerato il film dell’anno.

Qui si profila la possibilità che una mega stella, con tanto di coda, scoperta dalla brava e bella dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence: ironica, drammatica, poetica, con la calda voce di Valentina Favazza), stia per schiantarsi sul pianeta Terra. Distruggendolo. La decisa ricercatrice è sostenuta dal suo professore, Randall Mindy (il posato Leonardo Di Caprio: con i toni caldi, impacciati e poi giustamente ribelli di Francesco Pezzulli).

Tramite un serio funzionario governativo responsabile dalla sicurezza, Clayton Oglethorpe (Rob Morgan: compassato e rassicurante, doppiato serenamente da Alberto Angrissano) i due studiosi sono chiamati dalla Casa Bianca. Debbono collaborare con il variegato staff della presidente, Janie Orlean (Meryl Streep: distratta, nevrotica, superficiale. Precise e perfettamente basculanti le modulazioni vocali di Maria Pia di Meo), un capo di stato-pupazzo, in mano a incompetenti collaboratori e a subdoli finanziatori di ricerche scientifiche “ufficiali”.

Tale evento apocalittico, ci induce a riflettere, per tutta la spiazzante sceneggiatura di McKay, su come reagirebbero le potenze mondiali, la scienza al servizio del potere, le mega industrie dei software, i media. Don’t look up propone due soluzioni. Alcuni (come i media) ignorano il pericolo non prendendolo sul serio. Il noto programma RIP, per esempio, porte aperte ai personaggi del momento, seguitissimo, pur invitando Mindy e Dibiasky, ovviamente preferisce non allarmare il pubblico, tramite i suoi due conduttori di punta (un nero e una bianca: impaginazione politically correct), pronti ad interrompere, e a giocare con battutine, se il discorso degli ospiti si fa allarmante.

Nella seconda soluzione il governo, dopo averlo inizialmente sottovalutato, è costretto a riconoscere il pericolo scoperto da Kate Dibiasky e Randall Mindy. Decide, con l’accordo della Nasa, di deviare la corsa della stella fuori dall’orbita terrestre, intervenendo con dei missili.

Tutti d’accordo, torna la serenità, soprattutto per Randall e Kate. Ma la presidente Orlean, completamente soggiogata dal finanziatore Peter Isherwell (Mark Rylance, la sua ipocrisia è impareggiabile anche grazie al tono da finto santone di Mino Caprio), affida una indagine ulteriore agli astrogeologi del centro privato di Peter (i due si danno del tu e si chiamano per nome in riunioni ufficiali). Ebbene, si scopre che la stella è composta di ittio, terbio, osmio, disprosio, ed altri rari componenti. Materiali pregiati ormai in esaurimento sulla terra, ma necessari per continuare a costruire cellulari e computer, cioè tecnologia digitale. Ossia “progresso”.

Si cambia. Invece di deviare la pericolosa stella si decide di colpirla con dei Bead (sono droni che la “aggredirebbero”), scomponendola in trenta meteoriti di piccole proporzioni. Questi “sassi giganti” impattando sulla Terra non creerebbero danni e, una volta recuperati, risolverebbero la deficienza di detti materiali. Anzi, secondo Peter, in una autoesaltazione da folle scienziato-dittatore, “risolverebbero il problema secolare della fame, della povertà, delle malattie!”. In realtà varrebbero 140 trilioni di dollari: questa la motivazione di fondo del cambio di strategia. Randall, promosso Capo Consulente Scientifico della Casa Bianca, la appoggia. Kate batte i pugni, la ritiene vana, «se noi si devia la stella, ci colpirà!». Il feeling scientifico tra prof e dottoranda si interrompe.

Il progetto di aggredire la stella va avanti. Ma fallisce, poiché il missile lanciato manca il bersaglio, i droni non agganciano la stella, impazziscono e precipitano nel vuoto. La stella continua la sua corsa per schiantarsi contro la Terra.

La presidente (dimenticandosi suo figlio Jason nella stanza Ovale), Peter e altri duemila ricchi, fuggono a gambe levate: si imbarcano su un’astronave dedicata, con volo inter-galattico, telepilotata verso un pianeta simile alla Terra.

Una didascalia informa lo spettatore che dopo 22.740 anni la navicella atterra sul nuovo pianeta. Ci appare eccessivamente luminoso e lussureggiante. I sopravvissuti scendono dalla navicella. Tutti nudi, come Adamo ed Eva. Dei begli struzzi giganti, coloratissimi, animano questo apparente Paradiso terrestre dai colori disneyani. Ma dietro la stucchevole cartolina si nasconde un tragico coupe de théâtre…

Diversi recensori e spettatori hanno paragonato il possibile disastro interstellare di McKay, di fronte alla quale l’uomo è quasi impotente, alla crisi pandemica che il genere umano sta vivendo da due anni. Il cinema, in altre parole, ci invita a riflettere sulla nostra labilità leopardiana. Da un momento all’altro, una pandemia, una stella impazzita, un conflitto mondiale, ci condurrebbero all’apocalisse come la si intende comunemente. Ossia alla fine della vita sulla terra.

Ma l’apocalisse di Don’t look up la si può leggere anche secondo il significato letterale, ossia quello giovanneo di “rivelazione” sui destini degli ultimi tempi. E McKay ce lo dice chiaramente. Siamo vivendo immersi nell’egoismo, nella falsità (la Tv che ci stordisce con notizie, prima che “fake”, inconsistenti), nella sete incessante di ricchezze (Peter e i centri di ricerca al soldo del capitale), nella superficialità (il presidente degli Usa, Janie Orlan), nella incompetenza più truce di chi ci governa (il capo gabinetto, suo figlio Jason Orlean). Stiamo trasformando il nostro tempo, insomma, in cupi ultimi tempi. Stiamo distruggendo il mondo e i suoi valori. Viviamo con il capo chino sui nostri vizi, ingiustizie, egoismi e disvalori. I fake media e la corrotta politica ci hanno drogato dicendoci “don’t look up!”, “non guardare verso il cielo!”. Invece dobbiamo “alzare gli occhi; non guardiamo più verso il cielo” avverte papa Francesco:” (6 gennaio 2021). È “l’apocalisse cristiana”, l’allontanamento da Cristo, di cui parla il saggista e teologo Padre Livio Fanzaga.

Don’t look up è un film fortemente etico e sorprendentemente religioso. Randall Mindy, stordito dalla celebrità televisiva e dal nuovo ruolo governativo, lascia la moglie e vive una storia di lenzuola con la spregiudicata conduttrice Brie (Cate Blanchett: magnifica la sua silhouette plastificata), collezionista sessuale, animale televisivo composto di finte faccette e forzati sorrisini. Tornato in sé capirà l’importanza della fedeltà coniugale, il ruolo insostituibile della famiglia.

Nel sottofinale, i tre amici separati dalle vicende, si riuniscono a casa del professor Randall, pronto a chiedere perdono alla moglie. La tavola imbandita, è l’ultima cena prima della fine. Randall con la moglie e i due figli universitari; Teddy Oglethorpe; Kate è con Yule, un giovane capellone disoccupato, innamoratosi di lei e ricambiato. Mentre tutti cercano di essere sereni Yule, inaspettatamente, aiuta la situazione, diventando protagonista. Inizia a pregare.

“Padre Nostro e Onnipotente abbi pietà di noi stasera e chiediamo la tua grazia, perdona il nostro orgoglio, perdona i nostri dubbi, ma soprattutto Signore, ti chiediamo di amarci in questo momento buio. Affronteremo ciò che ci aspetta secondo il tuo divino volere con coraggio e accettazione. Amen”.

McKay intreccia una sceneggiatura ricca di inattese svolte narrative, di ironia, di allusioni sottili. Tra queste ultime, segnaliamone una. Il programma televisivo più seguito si chiama RIP. Allude all’acronimo “Rest in Peace”, “Requiescat in Pace”? Quello che ci facciamo vergare, con lettere dorate, sovente ipocritamente, sulle nostre tombe? Il regista e sceneggiatore vuole sottolineare che se continuiamo a vivere egoisticamente, immersi nella falsità, incollati al Carpe diem della conduttrice Brie, estromettendo i valori etici e la fede in Dio, siamo già morti. E sicuramente non riposeremo in pace.

Nei momenti difficili il cinema americano sa riscoprire la fede. Dopo la Grande Guerra arriva sugli schermi il muto I dieci comandamenti (1923) di Cecil B. DeMille; dalle macerie fumanti la seconda guerra mondiale germoglia La vita è meravigliosa (1946) di Frank Capra. Dopo le guerre del Golfo e nella ex Jugoslavia, e la globalizzazione digitale che ci ha illuso d’essere i padroni del mondo, ecco The Passion (2004) di Mel Gibson, la storia per eccellenza della sofferenza e risurrezione del Figlio dell’Uomo. Don’t look up (2021), giunge quando siamo ancora dentro lotta contro la pandemia. Quattro opere d’arte che, in momenti storici difficili, riportano Dio nel cinema e serenità tra gli spettatori.

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