Lamberto Dini, ex presidente del Consiglio e già direttore della Banca d’Italia, ha un consiglio non richiesto per Mario Draghi. Se resta a Palazzo Chigi i partiti non gli renderanno la vita facile. Ma sulla strada per il Quirinale c’è ancora un ostacolo…

Sulla strada che separa Mario Draghi dal Quirinale c’è un ostacolo chiamato Omicron. Da ex premier a premier, Lamberto Dini ha un consiglio non richiesto per l’inquilino di Palazzo Chigi e il suo governo: basta temporeggiare con i no-vax. E un avvertimento: se resta dov’è un altro anno i partiti potrebbero imbrigliarlo nei giochi elettorali.

Dini, chi va al Quirinale?

Un nome sicuro non c’è. I partiti non hanno neanche iniziato a confrontarsi, le posizioni sono distanti. Se vogliono trovare un candidato che non sia Draghi possono imboccare una sola direzione.

Sarebbe?

Il centro. In quell’area ci sono personalità autorevolissime che hanno ricoperto alti incarichi istituzionali e possono aspirare al Colle.

Fuori i nomi…

Va bene: io dico Pierferdinando Casini e Marcello Pera. Poi c’è Marta Cartabia, che temo non avrebbe i numeri. E più a sinistra rimane in campo Giuliano Amato.

Ma la prima strada porta a Draghi, che in queste settimane si è proposto senza troppe esitazioni. Un errore?

Non sono d’accordo. Ha detto di essere al servizio del Parlamento e delle istituzioni.

Appunto. Lei lo vede meglio al Colle o a Palazzo Chigi?

Ci ho pensato a lungo, e mi sono convinto che l’Italia abbia bisogno di Draghi al Quirinale.

Perché?

Manca più di un anno alle elezioni, i partiti già hanno la testa ai calcoli elettorali. Chiunque sarà premier nell’ultimo tratto di legislatura non avrà vita facile. Per non parlare del dovere, anzi dell’obbligo di portare avanti il Pnrr e mettere a terra i fondi europei.

Eppure Draghi ha detto che fin qui gli obiettivi sono stati raggiunti…

Credo abbia usato questa espressione perché inizia a sentire la pressione dei partiti contro di lui e l’azione del governo. I distinguo della Lega sul nucleare sono solo l’inizio. Al Quirinale Draghi darebbe all’Italia sette anni di garanzia di un sistema politico in subbuglio.

Bloomberg, Financial Times, ora Goldman Sachs. La finanza mondiale dice il contrario: Draghi resti dov’è.

Conosco quel mondo, e so di cosa ha paura. Sanno che con l’uscita di Draghi da Palazzo Chigi l’azione del governo si può insabbiare nell’ultimo anno, i partiti inizieranno i loro giochi elettorali. Ma ci sono altre voci, penso a Bill Elmott, che si sono convinte del contrario.

Lei è sicuro che il governo regga? Anche nella Lega Salvini e Giorgetti sembrano tentati dal voto anticipato.

Inutile girarci intorno: Giorgia Meloni è l’unica che vuole le elezioni subito. È comprensibile, vuole capitalizzare i consensi dell’ultimo anno e in più mal sopporta di avere un partito che in Parlamento conta il 4%. Il voto anticipato è nel suo interesse, non è nell’interesse nazionale.

Torniamo al Colle. Draghi è il premier dell’unità nazionale, dunque è un nome che deve uscire nelle prime tre votazioni. Se così non fosse, un voto frammentato potrebbe sembrare una sfiducia al suo governo. Ha davvero i numeri?

Suvvia, sappiamo entrambi che è ancora presto per dirlo. I partiti hanno due settimane per trovare un’intesa su un nome trasversale. Se, come credo, non lo troveranno, Draghi rimarrà l’unica persona in grado di ottenere quella maggioranza in aula. Se rimane a Palazzo Chigi, il premier verrà pensionato dai partiti nel 2023.

Quindi strada spianata?

Quasi. C’è un ostacolo che non si può ignorare.

Ovvero?

Omicron. Il Cts e il governo sono stati troppo lenti. Hanno scelto un approccio graduale. Eravamo sulla giusta strada, serviva solo il coraggio di introdurre l’obbligo vaccinale, hanno preferito temporeggiare. Un grave errore che può avere conseguenze.

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