Classe 1965, esponente dell’élite tory, già assistente di Margaret Thatcher e storico braccio destro di David Cameron, il Lord arriva da Parigi. Scelto dal premier Boris Johnson, prende il posto di Jill Morris

Il suo nome circolava con insistenza da qualche tempo ormai. Poi ha rilanciato il tweet del 22 novembre scorso con cui il contrammiraglio Steve Moorhouse ha annunciato che “l’Italia diventa la terza nazione a far atterrare i suoi F-35B sul ponte della HMS Queen Elizabeth”, la più grande portaerei d’Europa, simbolo della Global Britain, che guida il Carrier Strike Group comandato dall’ufficiale della Royal Navy su una di 26.000 miglia, da Portsmouth (partenza il 22 maggio scorso) a Portsmouth (rientro previsto tra poche settimane), attraversando il Mediterraneo e il Medio Oriente per raggiungere l’Indo-Pacifico.

A molti quel retweet è sembrato una conferma, in attesa di quella ufficiale. Che è arrivata oggi dal Foreign, Commonwealth and Development Office, il ministro degli Esteri britannico: Edward Llewellyn, il barone Llewellyn di Steep, sarà il prossimo ambasciatore del Regno Unito in Italia e, non residente, a San Marino. Raccoglie il testimone di Jill Morris, che ha lasciato l’Italia e la guida dell’ambasciata a Roma dopo cinque anni e mezzo di servizio alla sua vice Eleanor Sanders, charges d’affaires fino all’arrivo di Llewellyn, atteso nella Città eterna a fine febbraio.

Llewellyn, per tutti Ed, ha passato gli ultimi mesi, come da tradizione degli ambasciatori britannici, a imparare la lingua del Paese in cui presterà servizio. Prima era stato in Francia, nominato nel settembre del 2016 dall’allora ministro degli Esteri, Boris Johnson, che oggi è primo ministro ed è stato tra i principali promotori del suo incarico a Roma (un upgrade per la capitale italiana?, se lo chiedono in molti). Era reduce da undici anni al fianco di David Cameron come capo di gabinetto. Prima, tra il 2005 e il 2010, quando il politico tory era leader dell’opposizione sotto i governi di Tony Blair e Gordon Brown. Poi quando è stato primo ministro, cioè dal 2010 fino alle dimissioni dopo la sconfitta – del Remain e sua – al referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016.

Il sodalizio tra Llewellyn, classe 1965, e Cameron, classe 1966, è nato sui banchi di scuola. Non una qualsiasi, bensì l’Eton College, dove hanno studiato venti primi ministri nella storia del Regno Unito, cinque dalla fine della Seconda guerra mondiale, tra cui gli ultimi due, lo stesso Cameron e Johnson. Lì, nel Berkshire, hanno studiato anche i principi William e Harry, rompendo per la prima volta una tradizione che aveva sempre visto i membri della famiglia reale in linea diretta di successione frequentare il college navale o la scuola di Gordonstoun, o venire affidati a un tutore privato.

Uscito da Eton e dopo un breve passaggio politico, al quartier generale del Partito conservatore, è entrato al New College di Oxford. Tra i suoi compagni di banco, anche Steve Hilton, uno degli artefici del cameronismo, quel tizio “un po’ visionario, un po’ santone” (come l’ha descritto Antonio Gurrado sul Foglio) che al grido “big society” (contro il “big government” laburista) ha capovolto il mantra di Margaret Thatcher secondo cui “there is no such thing as society”; che si è sentito tradito da Cameron e l’ha scaricato dopo due anni al numero 10 di Downing Street; e che più recentemente si è schierato tra gli irriducibili sostenitori dell’ex presidente statunitense Donald Trump fino a mettere in dubbio i risultati delle elezioni del novembre 2020 vinte da Joe Biden.

Finiti gli studi, per Llewellyn è stato tempo di tornare alla politica, ovviamente tra i tory. Dal 1988 al 1992 è stato al Conservative Research Department e private secretary di Margaret Thatcher nel 1991, l’anno dopo l’addio della Iron Lady al numero 10 di Downing Street che era stata la sua casa dal 1979. L’8 aprile 2020, nel settimo anniversario della sua morte, Llewellyn l’ha ricordata con un tweet e una fotografia che li ritrae assieme, qualche anno dopo aver lasciato la politica, alla Government House di Hong Kong, “quando è venuta a trovarci”.

Allora Llewellyn era nel Porto profumato al fianco di Chris Patten, presidente del Partito conservatore e artefice di una vittoria elettorale a sorpresa nel 1992. Per cinque anni, fino al 1997, Patten è stato governatore di Hong Kong, l’ultimo, quello che ha trasferito la sovranità su Hong Kong alla Repubblica Popolare Cinese. In quell’anno, con quell’atto che ha segnato la fine dell’Impero britannico, Llewellyn è stato nominato membro dell’Ordine dell’Impero britannico, promosso ufficiale nel 2006, dopo aver lavorato presso l’ufficio dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina (1997-1999), essersi riunito a Patten anche nella sua esperienza da commissario europeo (1999-2002) ed essere tornato a Sarajevo come capo di gabinetto dell’Alto rappresentante Paddy Ashdown (2002-2005).

Ad agosto 2016, la nomina a Lord in occasione dei Resignation Honours di Cameron con cui l’ex primo ministro ha suggellato il sodalizio con il suo storico braccio destro. Il mese dopo, l’annuncio di Johnson: Llewellyn nuovo ambasciatore a Parigi, dov’è nata la moglie Anne, che gli ha dato tre figli che definisce “franco-britannici”, e dov’è stato fino allo scorso agosto passando il testimone a Menna Rawlings, prima donna a ricoprire questo prestigioso incarico. Ha raccontato il suo periodo francese pochi giorni prima di lasciare l’Hotel de Charost, la residenza ufficiale dell’ambasciatore britannico in Francia situata a pochi passi dall’Eliseo, su The Connexion. “Sono successe così tante cose negli ultimi cinque anni che è difficile sapere da dove cominciare”, ha scritto. Ma dal testo emerge come l’uscita dall’Unione europea sia stata stata inevitabilmente al centro del suo lavoro, ogni giorno. Dalle questioni consolari fino alle tensioni con il governo francese sui diritti della pesca, cinque anni difficili: ma lasciare sarebbe stato “un duro colpo”, ha scritto lui stesso, la cui vita ben rappresentata la relazione franco-britannica, che definisce “viva, respirante e complessa “vissuta, viva e complessa”.

Invece, per Jill Morris, originaria di Chester, città fondata dai romani nel primo secolo nel Nord-Est inglese sulle sponde del fiume Dee, una nuova avventura in una capitale – probabilmente d’Europa –, dove si presenterà come una delle più apprezzate diplomatiche del servizio britannico. Prima di arrivare in Italia nei giorni immediatamente successivi alla vittoria del Leave al referendum del 2016, aveva diretto il dipartimento Affari europei del ministero degli Esteri britannico.

La sua nomina, annunciata a fine 2015, quando aveva 48 anni, ha rappresentato un cambio di passo di Londra verso Roma, sede non più percepita dalla diplomazia britannica come un buen retiro per i suoi ambasciatori. E, visto l’esito del referendum e le sue conseguenze, quella scelta viene oggi rivendicata con orgoglio da Londra e sottolineata anche dalla diplomazia italiana.

Nei suoi cinque anni e mezzo nel nostro Paese, l’ambasciatrice, prima donna a ricoprire questo incarico, ha visto alternarsi cinque governi, di tutti i colori (per pochi mesi quello di Matteo Renzi, quello di Paolo Gentiloni, i due guidati da Giuseppe Conte e infine quello di Mario Draghi). Ha accolto in due occasioni il principe Carlo e la duchessa Camilla. La prima nel 2017, di cui rimangono le immagini del principe di Galles che cammina da solo nel silenzio delle macerie della zona rossa di Amatrice, devastata dal terremoto del 24 agosto 2016. La seconda poche settimane fa, in occasione del G20 organizzato a Roma in un anno definito “delle presidenze” per Regno Unito e Italia, alla guida rispettivamente di G7 e G20, assieme al timore della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la Cop26 tenutasi a inizio novembre a Glasgow. Lascia in eredità al successore un accordo bilaterale ampio e ambizioso, che parte da affari esteri, difesa e sicurezza, dove la prassi è più collaudata, per estendersi a temi come ambiente ed educazione. È “il primo nel suo genere tra i due Paesi, un documento di natura strategica fondamentale per le relazioni anglo-italiane del prossimo futuro”, ha spiegato l’ambasciatrice nel corso di un’audizione alla commissione Esteri della Camera.

C’è da scommettere che la rivedremo spesso in Italia. Un po’ per il suo amore per il Paese, in particolare per il centro di Napoli. Un po’ per stare con il marito, Giovanni Melillo, capo della Procura di Napoli e tra i candidati in corsa per la guida della Direzione nazionale antimafia. Lasciano Roma anche Ombra e Piccione, i gatti neri dell’ambasciatrice, presenze fissa alle sue spalle – una vera ombra – durante le videoconferenze tenute nei mesi del lockdown. Anche a lui mancheranno i giardini e le piante della bellissima Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale dell’ambasciatore britannico in Italia sull’Esquilino.

(Foto: Twitter @EdLlewellynFCDO)

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