È scomparso a ottant’anni il vescovo emerito della Diocesi di Ferrara-Comacchio. Voce scomoda, alfiere di un cattolicesimo mai anestetizzato dalla melassa odierna. Fu vicino a don Giussani. Il ricordo di Sgarbi: “Negri parlava di Dio e rifiutava il cattolicesimo populista”

Conquistata l’ottantesima primavera, ha compiuto il passo senza ritorno. Si è spento, alla casa di riposo Sacra Famiglia di Cesano Boscone (Milano), monsignor Luigi Negri. L’ultimo giorno dell’anno, l’arcivescovo emerito della diocesi di Ferrara-Comacchio ha lasciato, in solitudine, questa terra. Con la sua dipartita si affievolisce ulteriormente quella parte di Chiesa cattolica che non si rassegna a vivere il cristianesimo in senso terzomondista e pauperista. Negri è stato un alfiere e un fervente sostenitore dell’esperienza di Fede più granitica e autentica. Una posizione, la sua, sempre più minoritaria ma che don Luigi (per gli amici più stretti) difendeva con il suo fare burbero e con il piglio pugnace che lo caratterizzava. Tra i primi allievi di don Luigi Giussani, Negri fu ordinato sacerdote nel 1972. Studiò al liceo Berchet di Milano, aderendo al movimento di Gioventù studentesca.

Gemmò probabilmente in quegli anni il suo amore profondo per i giovani con i quali aveva un rapporto strettissimo. Memorabili furono i suoi incontri di approfondimento su I promessi Sposi. Anche sul Manzoni, il vescovo emerito di Ferrara-Comacchio rifuggiva la melassa che propinano gli istituti superiori di un’Italia impoverita sui valori e latitante nell’approfondimento. La sua era un’esaltazione degli aspetti più reconditi del padre del romanzo degli italiani, permeato di quella fede della quale Negri seppe interpretare l’essenza più profonda. Non il cattolicesimo “degli ultimi” come lo si vuole ora, bensì un cattolicesimo popolare. E non populista. La pratica che Negri, anche nell’esercizio del suo magistero, volle proporre alle anime per le quali fu un irripetibile pastore.

Dall’esperienza nella diocesi di San Marino-Montefeltro a quella estense che, in un’intervista al Carlino Ferrara (firmata da Cristiano Bendin), definì “bellissimi e terribili”. Fu proprio durante il suo episcopato ferrarese che Vittorio Sgarbi e don Luigi ebbero modo di rinsaldare il loro rapporto partecipando, in diverse occasioni, a conferenze e incontri culturali. Per chi c’era, come chi scrive, si percepiva dagli sguardi che i due si scambiavano, una forma di stima reciproca. Di complicità implicita. Un idem sentire pervasivo che aveva sostanza nella sublimazione della fede da un lato e nel racconto dell’arte sacra dall’altro.

Troppe volte, a don Negri, fu affibbiato in senso dispregiativo l’epiteto di conservatore. È stato dipinto come un prete reazionario, un convinto alfiere delle istanze più retrive. Fino addirittura a infangare la sua integrità con un’intercettazione telefonica artatamente diffusa, attraverso la quale si restituiva l’immagine di un Negri in aperta ostilità all’attuale pontificato. “Monsignor Negri rappresentava la chiesa di Dio – sentenzia il critico d’arte Vittorio Sgarbi – . Non la chiesa degli uomini. Lui fu un illuminato, ma non un conservatore: non si può essere conservatori quando si parla di Dio”. Semplicemente il suo era un rifiuto convinto “al cattolicesimo populista, pauperista e terzomondista che in questo momento storico è tanto in voga”. A Luigi Negri “mi legava una profonda amicizia – chiude Sgarbi – . Scoprii casualmente che era un mio ammiratore. Più che altro, abbiamo sempre condiviso la linea del politicamente scorretto”.

Nella complessa e irriducibile personalità di Negri, ci fu un bella parentesi di “riscoperta” dell’ebraismo. Un testimone diretto in questo senso è Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del tribunale rabbinico del centro Nord Italia, e allievo del rabbino Giuseppe Laras. “Rav Laras e monsignor Negri erano diversamente burberi – spiega Bendaud – . I due si piacquero molto, pur nel profondo radicamento reciproco nelle due fedi. Condividevano senz’altro il giudizio poco commendevole sulla liquefazione dei valori occidentali e sulla progressiva consunzione delle tradizioni”. Di Laras, Negri apprezzò in particolare “la potente denuncia che fece sulle persecuzioni dei cristiani d’Oriente. Cosa che invece non fece una Chiesa sempre più remissiva e timorosa nella quale l’arcivescovo non si riconosceva”.

L’eterno saluto meneghino verrà dato a don Negri mercoledì, nel suo Duomo. Si chiuderà dove tutto è cominciato. Anche se avremmo preferito vederlo incanutire sul crinale di una saggezza mai ostentata ma sempre condivisa “al servizio” degli altri, in una chiesetta accogliente ricolma di quell’amore eterno per il Cristo che, tra un rimprovero e un monito, solo lui seppe insegnare.

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