L’ecologia mentale è un meccanismo logico che ci richiede di ristabilire le giuste priorità della nostra vita. Solo così possiamo, fermandoci un attimo, cambiare prospettiva. Riccardo Cristiano ha letto per Formiche.net il volume “È ora di trovare pace. Diario di ecologia mentale”, pubblicato da Ancora, a firma di don Federico Tartaglia

Per chi volesse impiegare bene il tempo durante queste festività c’è un bel libro di don Federico Tartaglia, che si intitola “È ora di trovare pace. Diario di ecologia mentale”: possiamo leggerlo? O siamo presi in un vortice del quale non possiamo e non vogliamo liberarci?

Questo libro presenta molti casi – presumibilmente veri – emblematici di come non riusciamo a trovare pace: possibile trovare quella più ampia, che coinvolge il mondo in cui viviamo e come lo facciamo, senza trovarla dentro di noi? L’ecologia mentale è un meccanismo logico che ci richiede di ristabilire le giuste priorità della nostra vita. Solo così possiamo, fermandoci un attimo, cambiare prospettiva.

I casi di inquinamento mentale che l’autore presenta sono molto interessanti e ognuno può riguardarci direttamente, o indurci a pensare “questo non mi riguarda”. Ma quello da cui voglio partire non è il fondamentale caso del coniuge che attribuisce alla persona con cui vive tutte le colpe del loro rapporto in crisi, colpe poi condivise dai figli e magari dagli amici. È soltanto uno dei tanti casi di scuola davanti ai quali l’autore ci invita a cambiare prospettiva, sguardo. I diversi fattori mentali, sensoriali ed emotivi contano e se ci sedessimo ogni giorno a una diversa sedia del nostro tavolo da pranzo per fare colazione assumeremmo ogni volta una diversa prospettiva sulla giornata che stiamo per cominciare.

Siamo condannati a sopportarle, oppure possiamo “sognare a occhi aperti”? È quello che l’autore dice di aver fatto in un pomeriggio romano, ritrovandosi all’improvviso a Gerusalemme, tra i “pellegrini” che si recano al Santo Sepolcro: “Assetati e frastornati nei loro ritmi serrati che li portano da un luogo all’altro a un altro della Città santa, non trovano mai il tempo di fermarsi e sostare”. Qualcosa non va? No, è soltanto che “bisogna stare in un luogo, bisogna sostare fin quando non ci si appropria di quel luogo”. E in effetti cosa vuol dire andare? “Che cosa fai?” Gli ha chiesto una volta un collega e alla risposta “penso” lui ha replicato, “beato te che hai tempo”.

Non accade anche a noi frequentemente? Nessuno ha più interesse a pensare? È tempo perso? Ecco perché è tempo perso anche sostare, senza saper so-stare. Nessuno va più da qualche parte, ma sembra lecita l’impressione di vivere una fotografia, o in una fotografia, che richiama l’attenzione per un momento, poi scatta la successiva. Corriamo da una fotografia all’altra, senza “andare” nei posti. E invece un vero romanzo può nascere dal viaggio che l’autore compie al bar sotto casa, o in una taverna da poco, non necessariamente quel posto che attira per il nome, la fama. Il bivio tra lentezza e frenesia è solo uno dei tanti. Ma l’uomo-criceto, uno dei tanti di cui il volume ci parla e che è quello che non può scendere dalla ruota ma deve per forza continuare, ha difficoltà a immaginare “il battello che per ore ha solcato il fiume Giallo in Vietnam portandomi in Cambogia, i campi, i colori, i silenzi, la fissità dello sguardo, di quella storia”? La frenesia ci appartiene o siamo noi che ne siamo schiavi? Difficile non convenire che ci possieda, impedendoci di entrare nel tempo del Santo Sepolcro, o in altri tempi nei quali se entrassimo possederemmo noi quegli spazi, per sempre, perché ormai dentro di noi, parte di noi.

Ora è più facile tornare indietro e ritrovarsi tra chi incolpa di tutto la vita. Qui l’autore parte da sé, da un giorno in cui il malumore lo portò a sommergere un suo amico di lamenti. Erano partiti dal centro di Roma e arrivati sulla lontana Boccea, non aveva dato il modo al suo amico di proferire parola e stava ancora a lamentarsi di tutto, era arrivato addirittura ai troppi egiziani che aprono negozi di frutta e verdura nella capitale. Perché? Qui il volume spiega un concetto fondamentale, l’in-mozione. Che cos’è? “Le emozioni sgorgano libere come una sorgente e arrestarle sembra difficile e anche pericoloso. Il suono della sirena, giungendo ai miei orecchi, può subito provocare nella mente il ricordo del mio incidente in motorino, dell’operazione subita, dell’errore del medico, delle lotte con l’assicurazione e con l’investitore che non si era fermato. E dopo alcuni momenti si sarà prodotto dentro di me un proprio vortice emotivo che non sono riuscito a controllare e che determinerà una reazione spesso inconsapevole e non del tutto preventivata. Il Dalai Lama parla di «emozioni distruttive» veleni della nostra mente che ci impediscono di vedere la realtà per quello che è. Invece di uno spazio interiore liberante si produce un vortice da cui non riusciamo più a vedere la realtà. Ci sono finito tante volte in quel vortice che mi sono sentito come vittima di un’invasione. Giungevano certe sensazioni, insorgevano certe emozioni che non riuscivo né a riconoscere né a controllare”.

Segue un elenco di emozioni spiacevoli, piacevoli e mediane, come la vaghezza, l’esitazione, l’impaccio, la titubanza. Divenire consapevoli delle emozioni è indispensabile per trovare pace. Ma quando uno ti dice “questo è tutto e io non posso farci niente”, è difficile fargli cambiar idea, portarlo su un’altra sedia del suo tavolo da pranzo e assumere così un’altra prospettiva. No si può: questo è tutto, nulla mi è possibile… Come entrare in questa camicia di forza?

Lo stesso vale per chi si trova a vivere come una foca, seconda la spassosa catalogazione dell’autore (il criceto lo abbiamo citato, ci sono molti altri esempi). Cosa fa la foca? Ama sperando in una ricompensa. L’autore cita il grande Leonard Cohen, che in un’intervista dichiarava genialmente di desiderare di “essere più famoso e più amato”. Ecco perché si può andare in depressione, sebbene con un patrimonio di 295 milioni di euro – come fu per Kate Perry – per la riduzione dei follower.

L’ecologia dunque sta a Oriente? Sta nella Baghavad Gita, testo sacro dell’induismo? Vi si legge, ci dice don Tartaglia, che “la rinuncia ai frutti dell’azione permette di raggiungere la pace, perché l’uomo che agisce libero da ogni desiderio di gratificazione dei sensi è da considerarsi situato nella piena conoscenza”. È tutto? No, non è tutto. È importante, ma è importante anche quanto suggerì papa Leone Magno, che invitava a fare come i bambini, “far passare rapidamente le emozioni, tornare subito alla pace”.

Non è facile, c’è tutto un sistema da capire, e magari sfidare. Servono dei maestri. Degli esempi da seguire. Tutti seguiamo qualcuno, direi io, l’importante è sapere chi sia. Così alla profondità culturale dell’Oriente si uniscono tanti esempi della nostra cultura che l’autore cita in modo coinvolgente e affascinante. Ma mai escludente. Ci sono anche maestri là fuori da noi. E leggendo troviamo il modo di altri arricchimenti, di altri “frutti”. C’è un racconto che mi ha colpito però più di altri. L’autore è andato a vedere l’alba nel deserto e ovviamente c’è andato in maglietta. Poi si è accorto che, come sapeva, si trovava a 3mila metri d’altezza. Ma per noi deserto vuol dire “caldo”, c’è poco da fare. E anche capire che a 3mila metri d’altezza forse tanto caldo all’alba non ci sarà può risultare complesso per chi segue una logica che sembra indiscutibile.

Leggere questo libro aiuta a capire che governare le emozioni è importante e che in realtà siamo tutti capaci di farlo senza saperlo: infatti tutti diciamo che un tramonto emoziona eppure emoziona molto di più l’alba, ma non lo diciamo perché preferiamo dormire, rendendo evidente che dormire conta di più di emozionarsi.

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