L’accerchiamento militare, le milizie nel Donbas, la guerra ibrida e i piani per destabilizzare il governo a Kiev. Tutte le mosse di Vladimir Putin indicano che una guerra è in arrivo. E invece forse non è così. L’analisi del generale Mario Arpino

Un’occhiata veloce alle notizie di Agenzia di questi giorni non induce certo all’ottimismo, anzi. Anche soffermandosi solo sui titoli, si ha quasi l’impressione che qualcosa stia per sfuggire di mano. Di fronte alla dialettica internazionale ed alle mosse di Mosca, la Gran Bretagna tra i Paesi della Nato sembrerebbe la più attiva: valuta l’invio a scopo di deterrenza di centinaia di soldati (ma non migliaia) nelle località più prossime all’Ucraina e in ambito Nato è il principale “avvocato” per il rafforzamento militare nei Paesi Baltici ed in Polonia. Altrettando dura anche la risposta di Sofia e di Bucarest, dopo la richiesta di Mosca di far rientrare le “truppe straniere” attualmente sul territorio.

La Spagna ha spedito una fregata ed un dragamine verso il Mar Nero ed i Paesi Bassi, che già avevano inviato armi, hanno annunciato ora un “contributo aggiuntivo” di due cacciabombardieri F-35 da schierare in Bulgaria, mentre la Danimarca ha offerto un incremento di sorveglianza aerea nei cieli del Baltico.

Tutte iniziative importanti, ma di valenza soprattutto politica piuttosto che militare, a fronte dell’imponente schieramento di blindati, corazzati e artiglieria semovente (migliaia di mezzi e decine migliaia di uomini, questo si con ampia valenza militare) attorno ai confini dell’Ucraina. Desta sospetto ed apprensione anche la rinnovata attività di forze paramilitari nel Donbass.

Ma non basta. Mentre il Covid anche in Occidente imperversa e continua a trasformarsi, le iniziative diplomatiche, che tra molte ombre e qualche raro segnale si speranza assomigliano ogni giorno di più ad un dialogo tra sordi, continuano a moltiplicarsi a tutti i livelli e Vladimir Putin, evidentemente non soddisfatto dello scenario sinora predisposto, mostra di ampliare i suoi interessi verso l’Artico ed i deserti sub-sahariani. Un tempo si diceva che sino a quando si sta seduti a discutere attorno ad un tavolo non si spara, ma oggi anche questo non è più vero, e la fulminea spedizione delle forze speciali russe in Kazakistan lo ha dimostrato.

Ma, allora, a cosa serve tutto questo subbuglio? È tattica o grande gioco?

Probabilmente, ma i fatti potrebbero accidentalmente smentirci già domani mattina, ne l’uno, ne l’altro: potrebbe essere solo un “piccolo gioco” tra grandi potenze che si comportano come furbetti da mercato rionale, cercando di guadagnare qualcosa senza spendere troppo rimescolando nel caos, avversari poco convinti, indecisi, divisi da difficoltà di dialogo e differenti interessi.

Una delle parti (purtroppo, la nostra), a volte si mostra così compresa in se stessa e così convinta (a parole) della propria incrollabile fede nei principi universali da non essere in grado nemmeno di comprendere ciò che in effetti chiede la controparte. Doppia arroganza, bilaterale e, con uno schieramento militare sul campo, potenzialmente assai pericolosa. Intendiamoci, nessuno dei due vuole davvero una guerra, ma la storia è caratterizzata proprio dagli incidenti di frontiera, voluti o presunti.

Ma di solito sono intenzionali e mirano ad un risultato parziale che salvi la faccia e comporti il minimo dei rischi. Oggi, questi “incidenti” vanno sotto il nome di “false flag”. In effetti, alcune attività che stiamo notando in questi giorni, apparentemente condotte attraverso ben note tecniche di manipolazione delle masse, avvalendosi dei social, della ritrasmissione di mezze frasi lasciate cadere durante le conferenze stampa dei leader dopo gli eventi, l’insistente opposta interpretazione da parte degli “esperti”, la macchina del fango sempre pronta, le sospette manifestazioni di buonismo dopo un’azione od un’operazione altrettanto sospetta, l’utilizzazione abituale di proxi o di compagnie militari private, il ricorso ai famosi “omini verdi” durante le operazioni di annessione della Crimea, i miliziani del Donbass, sono tutti fatti che possono far pensare ad un imminente “colpo grosso”. Ma non ad una guerra.

Sembra una frase fatta, ma non è cosi: una Guerra in questo momento non conviene a nessuno, tant’è vero che sarebbe persino difficile identificarne univocamente un motivo. Morire per il Donbass? Poco credibile. Tutti sarebbero perdenti, a meno che l’obiettivo non sia quello di fare tutti assieme, coralmente, un grosso regalo alla Cina, che è consapevole che, prima o poi, potrebbe dover fare i conti con perturbazioni sociali assai serie.

Non conviene agli Stati Uniti, che vanno incontro a problematiche interne ben superiori a quelle della litigiosa Europa ed a quelle indotte dal prevalere dall’assetto ideologico della componente democratica, ivi compreso l’entourage della stessa presidenza. Non conviene alla Russia che, già stremata dalle spese per la Difesa e dalle aspirazioni interne di una popolazione certamente patriottica, ma che culturalmente si sente assai più vicina a noi (ed i effetti lo è) che non alla sua componente asiatica.

E allora, come andrà a finire? Facciamo una previsione non bella, ma nemmeno catastrofica. Putin, alla fine della grande sceneggiata, si annetterà anche il Donbass, mantenendo la Crimea. Nessuno piangerà, nemmeno l’Ucraina, che si accontenterà di entrare prima o poi nell’Unione Europea, ma, per ora, non nella Nato.

L’Alleanza prima o poi avrà una serie di Segretari Generali non nordici, e comincerà a capire che la guerra fredda con l’Unione Sovietica è ormai finita da trent’anni e che oggi ci sono anche altre cose a cui pensare. Gli Stati Uniti, se vogliono perseguire un conveniente decoupling tra Cina e Russia affrontando selettivamente quest’ultima nell’Indo-Pacifico, capiranno che è sciocco “morire per il Donbass” mettendo nei guai anche la Nato e, di conseguenza, l’Unione Europea. Per quanto riguarda l’allargamento a est dell’Alleanza, Nato e Usa finiranno per ammettere che è già completato, che procedere oltre non è conveniente e che la Storia ormai pretende che vada congelato cosi com’è.

Putin è nato a San Pietroburgo e sa bene dove comincia e dove finisce l’Europa. Ed è proprio a questa Europa unificata anche come continente “politico” che, negli anni, dovrebbe tendere il “nostro” Occidente per sopravvivere come tale all’invadenza di altre culture.

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