Tra Pnrr e un’elezione al Quirinale più rilevante che mai, occorre da subito guardare avanti, dicendo con chiarezza che sarà molto probabilmente necessario un nuovo governo. Un patto di legislatura aggiornato e poi solennemente confermato, che potrebbe essere il “booster” per un Draghi bis

Mentre tutti si appassionano (comprensibilmente) alle vicende quirinalizie, l’anno secondo del Pnrr è iniziato ed ha tutte le caratteristiche per risultare decisivo.

Prendiamo, tanto per fare un esempio, il bando “Italia a 1 giga” pubblicato ieri dal Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale. Si tratta di 3,7 mld di euro divisi in 15 lotti, con scadenza  il 16 marzo. Guardiamo però anche alle date di esecuzione dei lavori, perché ci dicono molto della sfida che attende l’intero sistema nazionale di qui in avanti.
Entro giugno 2023 dovrà essere completato il 15 % degli allacci di numeri civici sull’intero territorio nazionale, prima tappa di una corsa alla chiusura dei lavori entro giugno 2026. Ebbene tutto ciò è fattibile (sperando che gli operatori del settore partecipino alla gara, evitando cioè quanto accaduto per il bando da 60,5 milioni per le isole minori che è andato deserto) a patto di aggiudicare i lotti nei tempi stabiliti ed iniziare quanto prima i lavori, cioè già nell’estate di quest’anno. In caso contrario scatteranno le penali prevista da Infratel, ma si tratta di uno scenario pessimo che va assolutamente evitato, perché gravido di conseguenze negative nel rapporto (politico e finanziario) tra Roma e Bruxelles.
Ebbene l’esempio appena ricordato è valido per quello che è, ma è anche perfetta rappresentazione di come andranno le cose su tutti i fronti. Anzi è per certi versi un esempio tra i meno “sfidanti”, poiché le opere saranno in capo a pochissimi operatori (probabilmente due), quindi anche le azioni di stimolo e controllo saranno relativamente semplici. In molti altri casi invece (penso ai bandi che coinvolgono enti locali) vi sarà una pluralità di soggetti sottoposti alle stringenti regole d’ingaggio e non sarà una passeggiata mantenere elevato il ritmo dell’esecuzione lavori.
Siccome però tutto le opere finanziate dal Pnrr dovranno vedere conclusi i lavoro per il 2026, appare subito chiaro il ruolo centrale del biennio 2022/2023: sono gli anni buoni per chiudere tutti i procedimenti di gara con relative aggiudicazioni (contenzioso compreso) per poi correre come matti nell’esecuzione, che però deve già dare segni concreti e misurabili nel medesimo biennio.
Insomma è fuori discussione l’enorme valore che contengono i prossimi 24 mesi, periodo nel quale l’Italia dovrà anche eleggere un nuovo Capo dello Stato (entro la fine di questo mese) ed andare alle elezioni politiche (al più tardi nei primi mesi del 2023, poiché abbiamo votato il 4 marzo del 2018).
Siccome i due passaggi sono decisivi e tutt’altro che politicamente neutri, conviene capire bene come ci arriviamo, dato riassumibile in poche righe.
Ci presentiamo all’ultimo anno di legislatura e con il successore di Mattarella da trovare e con un governo guidato dall’italiano più “solido” al mondo, più autorevole a dalla riconosciuta competenza, cioè Mario Draghi. Egli è quindi risorsa preziosa e (allo stato) imperdibile, ma è anche diventato premier senza alcun tipo di partecipazione precedente alla vita politica nazionale ed è alla guida di una larga coalizione composta da partiti pronti a sfidarsi all’ultimo voto nell’imminente campagna elettorale. È quindi forte della sua credibilità personale, ma anche, complice la pandemia tornata aggressiva, costretto a equilibri precari per varare provvedimenti in grado di evitare una crisi parlamentare, pericolo dietro l’angolo tutte le settimane tra il martedì e il giovedì (sono i giorni di significativa attività di Camera e Senato).
In questa condizione dunque si apre il nuovo anno, con il passaggio del voto a Camere riunite per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Qui bisogna essere onesti, proprio perché siamo alla vigilia delle votazioni (che inizieranno il 24 gennaio). Siccome mai come questa volta l’esito del voto per il Quirinale sarà politicamente rilevante, occorre da subito guardare avanti, dicendo con chiarezza che sarà molto probabilmente necessario un nuovo governo.
Lo sarà ovviamente nel caso di elezioni di Draghi a Capo dello Stato, ma a mio avviso ciò si renderà necessario anche con esiti diversi, senza necessariamente fare riferimento all’ipotesi Berlusconi (che sarebbe uno tsunami di non facile gestione).
Penso cioè che anche nello schema Draghi premier sino alla fine della legislatura servirà dare una registrata al governo, innanzitutto perché gli equilibri politici di oggi non sono quelli di un anno fa. Le cose sono cambiate a destra (basti vedere cosa sta accadendo in questi giorni), sono cambiate nel Pd (Letta è segretario da metà marzo 2021, mentre il governo ha giurato a metà febbraio), sono cambiate nel M5S (Conte nel frattempo ha preso le redini del movimento).
E poi tutti, Salvini in primis, hanno preso le misure a Draghi. Il quale ha anche articolato la sua attività in modo più consapevole delle esigenze dei soggetti politici che formano la sua maggioranza (del tutto atipica e quindi litigiosa).
Ma proprio per questo, proprio per fare bene nell’ultimo anno di legislatura, il patto di governo va aggiornato e poi solennemente confermato, agendo anche, con saggezza e misura, sulla composizione del governo. È la lezione francese, se vogliamo metterla in termini comparativi, dove il Presidente “aggiusta” l’esecutivo a seconda degli accadimenti.
È materia risolvibile in pochi giorni ed otterrebbe anche un secondo effetto benefico, cioè dare al Draghi bis un booster (va di moda peraltro) capace di portarlo con più serenità alla fine dell’anno ed alla gestione della campagna elettorale.
Non un governo stravolto dunque, ma aggiustato e irrobustito. L’alternativa, cioè far finta di niente, potrebbe condurre ad esiti indesiderabili.
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