L’Aula di Parigi adotta una risoluzione che impegna il governo di Macron. Ma non è vincolante. Così l’Eliseo sceglie una soluzione “italiana”: lasciare alle organizzazioni internazionali la patata bollente

L’Assemblea nazionale francese ha adottato una risoluzione in cui viene denunciato il “genocidio” della popolazione uigura da parte della Cina. La risoluzione, che non ha carattere vincolante, è stata approvata con 169 voti a favore, cinque astensioni e un contrario. Quest’ultimo è Buon Tan, membro del partito macroniano La République En Marche e presidente del gruppo parlamentare di amicizia Francia-Cina.

La decisione arriva a pochi giorni dall’inizio dei Giochi olimpici invernali di Pechino (su cui incombe il boicottaggio diplomatico di alcuni Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Belgio e Lituania). Con questa mossa, il Parlamento francese mette pressione sul presidente Emmanuel Macron. Il testo “riconosce ufficialmente che le violenze perpetrate dalle autorità della Repubblica popolare cinese contro gli uiguri costituiscono crimini contro l’umanità e genocidio”.

Inoltre, i deputati chiedono al governo francese di fare lo stesso. Prima del voto, Franck Riester, ministro del Commercio, aveva condannato le violazioni dei diritti umani della Cina, ma aveva anche sottolineato che dovrebbe spettare soltanto alle organizzazioni internazionali definire quali sono genocidi e quali no, come ricorda Politico.

L’ambasciata cinese in Francia, un’ottimo esempio di diplomatici “lupi guerrieri”, ha espresso in una dichiarazione “la sua profonda preoccupazione” che la risoluzione “danneggerà seriamente le relazioni Cina-Francia e la credibilità e l’immagine della Francia agli occhi dei cinesi”. La Francia, si legge ancora, “è pienamente consapevole dell’assurdità e della nocività di questa risoluzione. Deve mostrare coerenza tra le parole e i fatti e intraprendere azioni concrete per salvaguardare il sano sviluppo delle relazioni sinofrancesi”.

Con questa risoluzione i deputati francesi si uniscono ai colleghi di Regno Unito e Paesi Bassi nella definizione del trattamento riservato agli uiguri dal governo cinese come genocidio.

Altri Paesi si sono fermati un passo prima, limitandosi a condannare le politiche di Pechino verso le minoranze dello Xinjiang, regione nord-occidentale cinese fondamentale snodo della Via della Seta vista la sua posizione geografica. Tra questi, ci sono il Belgio e l’Italia.

A maggio dell’anno scorso, la commissione Esteri della Camera dei deputati aveva approvato una risoluzione unanime per condannare la persecuzione degli uiguri da parte della Cina e chiedere al governo di agire, anche in sede europea. Dopo settimane di stallo, dal testo finale era stata tolta la parola “genocidio”, inserita da Lega e Fratelli d’Italia ma su cui Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Italia Viva avevano espresso dubbi.

La posizione del governo di Parigi, lasciare il compito di definire le politiche cinese come “genocidio” alle organizzazioni internazionali, è la stessa assunta da quello di Roma. Lo conferma il fatto che a fine ottobre, nell’incontro con l’omologo cinese Wang Yi alla vigilia del vertice G20, il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio non era andato oltre la sottolineatura delle “preoccupazioni italiane per la situazione in Xinjiang”, come recitava il comunicato della Farnesina.

In questo quadro, è da rilevare che a dicembre le Nazioni Unite avevano definito “profondamente inquietante” il rapporto presentato da un gruppo di avvocati di Londra ed esperti di diritto, che avevano accusato la Cina di “genocidio” contro gli uiguri nello Xinjiang. Rupert Colville, portavoce dell’Ufficio diritti umani delle Nazioni Unite, aveva precisato che l’organismo non si è espresso formalmente in merito al verdetto emanato dal Tribunale degli uiguri. Inoltre, aveva definito “estremamente importante” garantire piena protezione alle “molte vittime” e ai testimoni “che hanno corso grandi rischi nel farsi avanti” e che potrebbero cadere vittime di rappresaglie da parte della Repubblica popolare.

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