Dai giocattoli ai vestiti da sposa, sono tanti i prodotti che mancano sul mercato internazionale a causa dei problemi nella catena di produzione e approvvigionamento cinese. Ma il Paese si trova alle strette, con vaccini che non funzionano e la ricerca, lenta, per passare a un farmaco a mRNA

La Cina non demorde, vuole restare fedele alla politica di zero Covid. Mentre il resto del mondo continua ad allentare misure per contenere il virus, molte città cinesi sono ancora in lockdown (qui l’articolo di Formiche.net sulla linea dura di Pechino per combattere il Covid).

Ora però il governo di Xi Jinping si trova in una difficile situazione, con l’imminente arrivo di atleti, giornalisti e pubblico per i Giochi olimpici invernali a febbraio e la minaccia della variante omicron.

Inoltre, si sta studiando ancora l’impatto dei vaccini cinesi, poco efficaci contro le nuove varianti. Sebastian Ulbert, esperto di vaccini dell’Istituto Fraunhofer di terapia cellulare e immunologia, ricorda che circa l’85% dei cinesi è vaccinato con Coronavac (Sinovac) e BBIBP-CorV (Sinopharm), che contengono il virus inattivo. “Il modo in cui la Cina supererà l’ondata omicron dipende dall’efficacia di questi vaccini, che ancora non è stata verificata”.

Secondo il Financial Times, la Cina è partita nella corsa per sviluppare il proprio vaccino a mRNA. “I progressi verso un vaccino mRNA in Cina sono stati lenti, poiché le aziende farmaceutiche del Paese hanno inizialmente deciso di utilizzare la tradizionale tecnologia dei virus inattivati. A novembre, la società biotecnologica cinese Suzhou Abogen Biosciences e il suo partner Walvax Biotechnology hanno ricevuto l’approvazione normativa per testare il loro farmaco mRNA in una prova di richiamo. Il loro vaccino utilizza lo stesso tipo di tecnologia utilizzata da Moderna e BioNTech/Pfizer, che forniscono livelli di protezione più elevati contro la variante Omicron rispetto ai colpi di fabbricazione cinese esistenti”.

La situazione in cui si trova la Cina riguarda il resto del mondo e colpisce particolarmente l’economia. Bloomberg racconta come la situazione della Cina impatta sulla catena di produzione e approvvigionamento del mercato mondiale, mentre aziende e spedizionieri si preparano per nuove interruzioni a causa della diffusione della variante omicron.

Nei primi due anni della pandemia, la politica “Covid-zero” del governo cinese permetteva alle fabbriche di rimanere aperte per continuare a produrre apparecchiature sanitarie, pezzi di laptop e altro. “Ma ci sono stati casi confermati di infezione locale ogni giorno da metà ottobre ed è probabile che saranno necessarie restrizioni ancora più severe per frenare la diffusione di omicron, con conseguenze a catena per porti e fabbriche man mano che più città si bloccano”, sostiene Bloomberg.

Dalle alette di pollo ai giocattoli, ma anche palle da tennis, tavole da surf, birra e vestiti da sposa. Sono tanti i prodotti che mancano nel mondo (qui un reportage di Moises Naim). Finora la Cina non sta affrontando i problemi che si presentano in Australia e in Giappone, per esempio, dove mancano alcuni alimenti. Tuttavia ora la questione non riguarda la gravità della malattia ma il rallentamento delle attività produttive per l’assenza di manodopera (con il Covid o in quarantena preventiva). Solo negli Stati Uniti, circa cinque milioni di persone sono rimaste a casa la scorsa settimana.

Nelle ultime settimane, focolai sparsi su tutto il territorio cinese hanno innescato la chiusura di fabbriche di abbigliamento e il blocco delle consegne a Ningbo, uno dei più grandi porti della Cina, con la conseguente interruzione di forniture a produttori di chip per computer. Anche il centro tecnologico e manifatturiero di Shenzhen ha imposto nuove limitazioni, e ci sono ritardi nel porto di Yantian, uno dei più grandi porti per container dell’Asia.

I costi dei container continuano a raggiungere livelli mai visti, il che si riflette sui prezzi delle materie prime. Secondo un’analisi di Oxford Economics, questo fenomeno continuerà per tutto il 2022.

Thomas O’Connor, esperto di supply chain al Gartner Inc. di Sydney, ha sottolineato a Bloomberg come tutto parta dalla dipendenza della produzione globale dalla Cina: “Se ci fossero interruzioni significative della produzione o della logistica in Cina associate a sfide legate al Covid, ciò avrebbe un impatto enorme sull’economia globale”.

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