Nelle prime due settimane dell’anno ci sono state altrettante occasioni di confronto del Quint, formato che riunisce gli Usa e i quattro grandi d’Europa. Il 2022 potrebbe sancire il ritorno dell’Italia attorno a questo tavolo

La situazione in Ucraina e i dialoghi su più tavoli tra Occidente e Russia potrebbero rappresentare per l’Italia l’occasione di rafforzare la sua presenza nel formato Quint, il formato di dialogo che coinvolge anche gli Stati Uniti e gli altri tre grandi dell’Europa occidentale, cioè Francia, Germania e Regno Unito.

Nel 2021 l’Italia di Mario Draghi, alla guida del G20 con un rinnovato slancio europeista e atlantistica, era tornata a questi tavoli. Luigi Di Maio aveva partecipato ad aprile a una riunione dei ministri degli Esteri dei Cinque sull’Afghanistan. A inizio dicembre, il presidente del Consiglio aveva incontrato gli altri capi di Stato e di governo nel Quint per affrontare questione ucraina.

Su Formiche.net, l’ambasciatore Gabriele Checchia ha auspicato che il 2022 possa sancire un “coinvolgimento non reversibile” dell’Italia in questo formato di dialogo.

E negli ultimi giorni, le diplomazie dei Cinque hanno avuto due occasioni di confronto.

La prima è stata una telefonata di giovedì 6 gennaio che ha visto impegnati Wendy Sherman, vicesegretaria di Stato e numero due della diplomazia statunitense, Francois Delattre, segretario generale del ministero degli Esteri francese, Tjorven Bellmann, direttore Affari politici del ministero degli Esteri tedesco, Ettore Sequi, segretario generale del ministero degli Esteri italiano, e James Cleverly, ministro di Stato per il Medio Oriente e il Nord Africa del Regno Unito. I cinque “si sono impegnati a continuare uno stretto coordinamento Stati Uniti-Europa per scoraggiare ulteriori aggressioni russe contro l’Ucraina e hanno riaffermato il loro impegno a imporre massicce conseguenze e pesanti costi alla Russia per le azioni destabilizzanti”, si legge in una nota diffusa dal dipartimento di Stato americano.

Stesse questioni affrontate nell’incontro di mercoledì 12 gennaio, giorno del Consiglio Nato-Russia, a Bruxelles tra Sherman, Delattre, Cleverly e Pasquale Ferrara, direttore affari politici del ministero degli Esteri italiano, e Andreas Michaelis, segretario di Stato tedesco. I cinque, spiega un comunicato di Washington, hanno anche “invitato la Russia alla de-escalation, sottolineando il loro impegno condiviso alla diplomazia”. Oltre alle “massicce conseguenze” e ai “pesanti costi” in caso di invasione russa dell’Ucraina, i cinque hanno concordato su “misure economiche restrittive”. Cioè sanzioni.

Due appuntamenti nelle prossime due settimane sembrano un indizio. Sostenendo l’importanza del ritorno italiano nel Quint, l’ambasciatore Checchia citava tre “carte importanti” per il nostro Paese. Prima: la consapevolezza statunitense che “tra i grandi Paesi europei il nostro è al momento il solo in grado di coniugare impeccabili credenziali “atlantiste” con una visione della istituenda difesa europea tale da rassicurare Washington (e gli alleati di area centro-orientale) circa il fatto che mai quest’ultima porterà a un decoupling sul terreno della sicurezza tra le due sponde dell’Atlantico”. Seconda: la “perdurante buona qualità della nostra interlocuzione” con la Russia di Vladimir Putin. Terza: la “centralità geografica, e geopolitica, nello scacchiere mediterraneo”.

C’è poi il fatto che, con il Regno Unito fuori dall’Unione europea, quest’ultima rimarrebbe rappresentata nel Quint dal “solito” asse franco-tedesco. Per questo, aggiungeva Checchia, la chiusura del triangolo Parigi-Roma-Berlino sarebbe “naturalmente” nell’interesse italiano. Ne deriverebbe, finalmente, una collaborazione strutturata tra i tre principali Paesi dell’Europa post Brexit: una soluzione per molti versi naturale nella quale l’Italia potrebbe rappresentare l’ago della bilancia” anche per la conoscenza di Draghi della forza e delle criticità dell’asse franco-tedesco.

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