L’Italia è allineata agli Usa sulla possibile estromissione della Russia dal sistema di pagamento Swift, ma i pagamenti di metano e petrolio si fanno attraverso il sistema bancario internazionale. Senza uno, non si possono avere gli altri. Intanto le banche europee si fanno i conti in tasca sulla loro (es)posizione pericolosa

C’è la guerra combattuta sul campo. E poi c’è la guerra meno visibile, rumorosa ma non per questo, a volte, meno pericolosa. Con la bandiera russa pronta a sventolare su Kiev, le sanzioni dell’Occidente stanno per stringere la morsa intorno al Cremlino e le sue banche.

A cominciare dalle quattro banche statali russe, tra cui Sberbank e Vtb, la seconda più grande del Paese, nonché 13 società che si vedranno limitare le operazioni finanziarie sul mercato statunitense e Occidentale: tra queste il colosso statale del gas Gazprom. Attenzione però, perché le sanzioni sono un’arma a doppio taglio.

Si dà il caso, infatti, che gli istituti italiani, al pari dei francesi, siano tra i più esposti con il Cremlino e i suoi asset. Colpire le banche russe, in modo violento, potrebbe causare non pochi problemi al sistema finanziario italiano esposto, per quanto riguarda le sole banche, per lo 0,5% degli attivi, circa 25 miliardi. Obbligazioni, titoli, investimenti, prestiti, sono gli anelli di congiunzione tra la finanza italiana e russa. Azzoppare la seconda, potrebbe significare far male alla prima.

Tanto per essere chiari – le cifre sono del Credit Suisse – per gli istituti italiani e francesi l’esposizione verso Mosca ammonta a oltre 30 miliardi di dollari, circa 26,5 miliardi di euro, per quelli austriaci si aggira sui 22-23 miliardi di dollari. Riguardo ai singoli istituti l’esposizione più elevata è quella dell’austriaca Raiffeisen Bank International con una quota di ricavi del 20% realizzata in Russia e con un ammontare di prestiti di 10,5 miliardi, considerando anche l’Ucraina. La banca austriaca precede Société Générale, che ha una quota di ricavi in Russia del 4% con 8,7 miliardi di prestiti.

La terza banca per esposizione è l’italiana Unicredit, presente in Russia dal 2005 dopo la fusione con Hvb che aveva nel paese una propria controllata. La banca ha attualmente circa 2 milioni clienti retail e circa 30 mila corporate, con una rete di 72 sportelli che erogano circa 8 miliardi di euro di prestiti. Nel 2021 la controllata russa ha fruttato al gruppo Unicredit circa 180 milioni di utile, una piccola parte rispetto ai 3,9 miliardi totali. E pensare che recentemente Unicredit aveva mostrato interesse per Otkritie Bank, una banca privata oggetto di un salvataggio pubblico e poi rimessa sul mercato. Una realtà da 477 sportelli con 44 miliardi di attività.

Insomma, la posta in gioco è alta e si vuol far del male davvero alla Russia, bisogna mettere nel conto anche la sponda italiana che volge verso dell’Urss. Gli analisti di Allianz, primo gruppo assicurativo d’Europa, consigliano prudenza, non tanto ai governi, quanto agli investitori che si interfacciano con la Russia. “Con l’invasione su larga scala dell’Ucraina avviata dalla Russia, gli investitori già attenti dovrebbero adottare una posizione ancora più cauta in merito agli asset rischiosi. Sebbene nessuno sa come si evolverà in definitiva il conflitto, quel che è certo è che avrà implicazioni di ampia portata per i mercati, come dimostra l’aumento dei prezzi dell’energia che già da ora sta alimentando la crescita dell’inflazione”.

Perché l’Europa tentenna su Swift

Sullo sfondo rimane però la madre di tutte le sanzioni, su cui Stati Uniti ed Europa non sembrano essere compatti. Ovvero l’estromissione delle banche russe dal circuito dello Swift, la piattaforma che muove i pagamenti di tutto il mondo. Si tratta di un acronimo che sta per Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications una piattaforma belga di messaggistica che connette migliaia di istituzioni finanziare di tutto il mondo per i trasferimenti di denaro.

Su Swift viaggiano i messaggi con le istruzioni necessarie per trasferire i fondi: non il denaro vero e proprio, dunque, ma l’indirizzo a cui spedirlo. E avviene attraverso un codice, considerato tra i meccanismi più efficienti per verificare l’identità della banca o dell’ente finanziario che fa da tramite ai pagamenti. Ora, come rivela a Formiche.net una fonte Consob, la fuoriuscita delle banche russe da circuito Swift, su cui l’Italia sarebbe molto più allineata agli Usa di quanto non si creda, sarebbe certamente una mazzata per la finanza dell’ex Urss. E potrebbe esserlo anche per quella tedesca.

Ma oltre ai problemi che già abbiamo sottolineato su Formiche.net, il punto di cui pochi vogliono parlare è che il sistema Swift garantisce i pagamenti su gas e petrolio. Se salta il primo, saltano anche i secondi. E l’Europa non è ancora pronta a staccarsi dal tubo di Putin. Non è un caso che anche la Francia abbia riconosciuto la potenza devastante di tale sanzione. “L’ipotesi du estromettere la Russia dal circuito di comunicazioni interbancarie Swift è l’arma nucleare finanziaria, bloccherebbe l’accesso da parte di istituzioni russe a qualunque istituzione nel mondo impedirebbe qualunque pagamento. Nel nostro comunicato dichiariamo che tutte le opzioni sono sul tavolo. Ma quando si ha una arma nucleare nelle mani si riflette prima di usarla, alcuni paesi hanno manifestato riserve e ne teniamo conto”, ha affermato il ministro delle Finanze della Francia, Bruno Le Maire.

“La Francia, e voglio dirlo, non è tra i Paesi che hanno espresso riserve. Ma in quanto presidenza di turno dell’Ue teniamo conto delle riserve espresse e delle conseguenze dell’uso di questa arma nucleare finanziaria. Si tratta di valutazioni però – ha precisato – da fare non nei prossimi giorni ma nelle prossime ore. Bisogna trovare consensus“. Stesso pensiero della Germania. A Berlino stanno facendo i calcoli sui possibili effetti di tale sanzione, pur non essendo contrari a usarla.

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