“Serve integrazione legge per salvaguardare i servizi essenziali per i cittadini e tutelare pubblico e privato”, dice il membro del Copasir e della segreteria nazionale dem. Ecco la proposta che l’avvocato Stefano Mele aveva lanciato da Formiche.net

“La guerra ibrida lanciata dalla Russia fa emergere un nodo scoperto anche in Italia: oggi gli attacchi cibernetici non sono normati come minacce alla sicurezza nazionale”, ha avvertito il deputato Enrico Borghi, membro della segreteria nazionale del Partito democratico con delega alle politiche di sicurezza e membro del Copasir, su Twitter. “Serve integrazione legge per salvaguardare i servizi essenziali per i cittadini e tutelare pubblico e privato”, ha aggiunto.

GLI ATTACCHI DI MARTEDÌ

Martedì un attacco informatico aveva colpito i siti di rivatbank e Oschadbank, due delle più grandi istituzioni finanziarie dell’Ucraina, del ministero della Difesa e delle forze armate del Paese. L’obiettivo per Kiev era “creare un disagio”. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, si è affrettato a prendere le distanze dopo che i sospetti puntavano dritto a Mosca: “Come previsto, l’Ucraina continua a incolpare la Russia per tutto. La Russia non ha nulla a che fare con gli attacchi cibernetici”, ha dichiarato.

LA RISPOSTA OCCIDENTALE

Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno fatto sapere di essere pronti ad azioni di ritorsione o sanzioni a seconda della gravità degli attacchi cibernetici. Tuttavia, la portata degli stessi e le difficoltà nell’attribuzione delle responsabilità rappresentano una zona grigia già sfruttata dalla Russia, come evidenziamo su Formiche.net.

LA PROPOSTA DELL’AVVOCATO MELE

Spiegando le ragioni per cui l’attacco di martedì non può essere definito “come una minaccia alla sicurezza nazionale”, l’avvocato Stefano Mele, partner e responsabile della cybersecurity dello Studio Gianni&Origoni, ha evidenziato a Formiche.net “quanto sia urgente aprire un dibattito politico per arrivare a classificare come minacce alla sicurezza nazionale anche gli attacchi cibernetici che abbiano come obiettivo quello di colpire i soggetti pubblici e privati che erogano un servizio essenziale per i cittadini”.

I TIMORI DI NATO E KIEV

Nei giorni scorsi Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, aveva sottolineato che “gli attacchi informatici sono uno scenario molto probabile” nella gamma di azioni aggressive della Russia contro l’Ucraina. L’aveva detto in seguito a un’altra offensiva che aveva colpito proprio l’Ucraina a metà gennaio. Quel convincimento era stato poi dettagliato anche dal Wall Street Journal, che aveva parlato di una guerra “ibrida”, fatta di pressione economica, falsi allarmi bomba e cyberattacchi. Da inizio crisi ci sarebbero stati attacchi informatici contro oltre 60 agenzie governative, aziende e organizzazioni ucraine. L’obiettivo di Mosca, riportava il quotidiano statunitense citando fonti di Kiev, è indebolire l’Ucraina e seminare panico, provocando malcontento e proteste simili a quelle fomentate nell’Est del Paese nel 2014 per giustificare un intervento armato.

LE PAROLE DI IEZZI (SWASCAN)

Come ha osservato Pierguido Iezzi, amministratore di Swascan, polo italiano della cybersicurezza del britannico Tinexta Group, “da almeno un decennio i leader del Cremlino stanno utilizzando con successo mezzi militari e non militari come un tutt’uno”: i battaglioni russi ora schierati al confine con l’Ucraina “hanno efficacemente integrato ai mezzi corazzati un’intrinseca capacità di cyber warfare”. Si tratta di “veri e propri cyber-soldier in appoggio alle truppe, in grado di compiere azioni di disturbo digitale”, ha spiegato il manager. “Mosca ha efficacemente integrato il reame digitale in quello bellico creando unità che possono colpire le comunicazioni, le infrastrutture, le reti energetiche avversarie”.

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