Il politologo e direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: “Di Maio si è istituzionalizzato ma farà fatica a rastrellare i voti”. Conte? “Leadership debole”. Nei prossimi mesi la previsione è che “la Lega si stacchi dal governo e Draghi diventi il leader dei moderati”

C’è già chi vaticina sia la fine del Movimento 5 Stelle per come lo abbiamo conosciuto fino a ora. Lo spartiacque è stato l’elezione del Presidente della Repubblica. Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, rispettivamente ministro degli Esteri il primo e capo dei pentastellati il secondo, sembra abbiano giocato due partite differenti quando si tratta del Quirinale. Ormai è una lite su tutti i fronti, e per capire le frizioni di queste ultime settimane occorre fare un passo indietro. Perché sono “il frutto di lacerazioni che partono da lontano”, sostiene Damiano Palano, politologo e direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in una conversazione con Formiche.net.

Professore, come si suole dire, vecchie ruggini? 

Si, sono malumori che si trascinano da almeno quattro anni. In una prima fase acuite dall’alleanza con la Lega, poi con il cambio di orizzonte con il Pd nel secondo governo Conte. La ferita, a oggi, è davvero profonda.

Si rimarginerà?

È difficile fare questa previsione. Peraltro in un contesto nel quale la figura di Grillo gioca un ruolo assolutamente ambiguo in questa sorta di “diarchia” che si è creata fra Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Ambigua in che senso?

Nel senso che il fondatore del Movimento da un lato ha sostenuto l’operazione Draghi e il successivo governo, segnando l’epilogo dell’esperienza di colui che avrebbe dovuto incarnare il rilancio del Movimento stesso. Salvo però, in questa fase, sostenerlo in chiave anti-Di Maio.

Nello scontro fra i dioscuri pentastellati, chi trionferà?

Conte appariva molto “affidabile” alla guida del governo del Paese. Appare molto meno credibile e assai poco incisivo come leader di partito. D’altra parte Luigi Di Maio ha operato una vera e propria palingenesi ridisegnandosi come quintessenza dell’establishment. In questo modo è riuscito a costruirsi un’immagine e una cerchia di persone fedelissime che lo supportano. Detto questo, la vedo una difficile prospettiva quella di tentare il rastrellamento, anche solo di un quarto, dei voti che prese il Movimento 5 Stelle alle scorse elezioni politiche.

In questo scenario vulcanico, fa capolino anche Di Battista. 

Lui ha conservato, in questi anni, una forma di purezza. Si è coltivato una rete di persone che l’ha seguito, ha incrementato la sua popolarità e la sua opinione, seppur da outsider, ancora conta. Sicuramente è più vicino all’ex premier che a Di Maio, tuttavia non penso rientrerà nel Movimento. Chiaramente, per i dimaiani, una presenza così ingombrante è difficile da mandar giù.

Al Pd, in ottica di alleanza, converrebbe che trionfasse la parte “governista” di Di Maio o la parte “movimentista” incarnata da Conte?

I dem si dovrebbero staccare dal Movimento e ripensarsi come partito egemone dell’area di centrosinistra. Specie se la direzione è quella di un cambio di legge elettorale in salsa proporzionale.

Permane tuttavia il problema delle alleanze. 

Se rimane questa legge elettorale è chiaro che occorrerà lavorare di coalizione. E dunque per forza l’asse coi 5 Stelle andrà rinsaldato. Anche se è evidente che questa alleanza convenga più ai pentastellati che al Pd. La formula dell’Ulivo 4.0 non funziona. Ad ogni modo i prossimi mesi chiariranno tante cose.

Che scenario prevede?

Che la Lega si stacchi dal governo, poco prima dell’inizio dell’estate. Così, le forze residue si ritroveranno di fatto a essere una nuova coalizione.

Forza Italia col centrosinistra?

Forza Italia è l’enigma. Pur rimanendo nel centrodestra, non ha nulla a che spartire con Lega e Fratelli d’Italia. Per cui, è possibile che Draghi diventi il punto di riferimento di una sorta di “grosse koalition” per i moderati. Di centrodestra e centrosinistra.

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