La lettura della sentenza della Corte Costituzionale che ha respinto il referendum sull’eutanasia. Nella diversità delle visioni si può sempre trovare un punto di incontro che non realizza la nostra idea ma consente a tutti un bene maggiore o un progresso

Siamo nello scontro tra bianco e nero? Sembra di sì, ad alcuni. Eppure in mezzo c’è un dato di fatto che risale appena a pochi giorni fa: grazie alla sentenza della Corte Costituzionale sul famosissimo caso di Dj Fabo, è stato individuato il farmaco con cui porre termine alle sofferenze di Marco, un uomo affetto da male progressivo e incurabile e che ora può porre termine a una sofferenza che non sopporta più in base a una sentenza della Corte Costituzionale. La stessa corte che ha ritenuto non ammissibile il referendum sull’eutanasia. Come è possibile?

Un milione e trecentomila italiani hanno firmato per il referendum che legalizza l’omicidio del consenziente, modificando il relativo articolo del Codice penale, e che i promotori hanno definito “eutanasia legale”. Ecco il testo del nuovo articolo del codice proposto dai referendari: “Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con le disposizioni relative all’omicidio [575-577] se il fatto è commesso: Contro una persona minore degli anni diciotto; Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno [613 2].”

Dunque non si parla di malati. Leggendo possiamo immaginare tanti casi: un giovane maggiorenne che dopo una rottura sentimentale per lui insopportabile decida di uccidersi: otterrebbe il diritto ad essere assistito? Possiamo altrettanto facilmente immaginare il caso di chi, perso il lavoro, veda fallito il suo desiderio di metter su famiglia e decida di farla finita. Anche lui avrebbe diritto all’eutanasia legale? Questi si possono immaginare “desideri” che poi si abbandonano. Sempre? Ma il vero punto è un altro: immaginare il caso di una persona che in piena consapevolezza e senza problemi contingenti decida di non voler più vivere.

Il referendum risponde a questa domanda, a questa idea di libertà, non ha a che fare con la tutela del diritto al suicidio assistito del malato in gravissime condizioni che scelga di farsi accompagnare alla morte senza ulteriori e dolorosissime giornate di strazio. O meglio, avrà a che fare anche con questo , ma potremmo dire “per riporto”. Prevedendo l’eutanasia essa non può che riguardare anche il malato senza prospettive di guarigione.

Entrare nella disamina dei numerosissimi casi di malati in gravissime condizioni e con terribili malattie non è possibile, ma è chiaro che la mutevolezza dei casi e delle condizioni cliniche e la loro certificabilità rende necessaria una scelta: se la scienza attesta che comunque il mio male è irreversibile e io ritengo di non poter più sopportare, posso chiedere assistenza al mio suicidio? Lo Stato può darmi torto? E perché?

Nel caso del disoccupato, ad esempio, io credo che lo Stato non possa solo consentirgli di togliersi la vita, ma potrebbe anche aiutarlo a cercarsi un lavoro. Nello stesso caso del giovane abbandonato lo Stato potrebbe assisterlo nella sua vulnerabilità psicologica oltre a dargli il diritto ad uccidersi. Ma nel caso dell’uomo che prescindendo da fatti congiunturali decida di farla finita? Ecco il punto. Siamo legati alla difesa della vita sempre e comunque o siamo legati al diritto di ognuno di fare ciò che ritiene per sé?

Davanti a due visioni, mai aiuto-sempre aiuto, si finisce nel pozzo dell’incomunicabilità. La linea del “mai aiuto” è quella che di solito viene attribuita alla Chiesa, sebbene rifiuti l’accanimento terapeutico. La linea del “sempre aiuto” è quella di chi ritiene che ognuno è pienamente padrone di se stesso, punto. Anche il disoccupato.

In mezzo c’è l’idea della legge sul suicidio assistito che è già in discussione alla Camera dei Deputati. Qualcuno, sbagliando, potrebbe ritenere che la Corte Costituzionale ha risolto il problema. E invece no. Il problema esiste e va affrontato.

La Proposta di legge in discussione alla Camera lo fa, trovando un compromesso che molti cattolici e molti laici condividono. Variamo la legge sul suicidio assistito limitatamente ai casi clinici, cioè a quei pazienti che senza prospettive soffrono pene che non sopportano più. Quando la Chiesa dice che bisogna accompagnare alla morte, non dare la morte cosa dice? Un importante articolo de La Civiltà Cattolica, del quale su Formiche.net abbiamo parlato diffusamente e che è stato condiviso dall’ex Presidente della Corte Costituzionale, il cattolico Giovanni Maria Flick, su Avvenire, sostiene la legge sul suicidio assistito, che l’articolo definisce “legge imperfetta”.

Cosa vuol dire? L’articolo non afferma che il consentire il suicidio assistito a una persona gravemente malata e senza speranze di guarigione che non ce la fa più equivalga ad accompagnare questa dolorosa attesa. Non è proprio la stessa cosa, ma la accetta come legge imperfetta perché limita il campo rendendola imperfetta anche per chi ritiene che si debba poter comunque scegliere come si voglia. Dunque entrambi, scegliendo questa visione, farebbero un vero compromesso, andando un po’ al di là del proprio limite. Nel nome di quello che i gesuiti chiamano “bene maggiore”, e che un laico dovrebbe chiamare “sforzo al servizio del progresso”. Non sarebbe un bene maggiore se si convenisse su questo? Non sarebbe un progresso rispetto a ciò che accade a tanti malati di oggi?

Ciò che è grave è che invece tutto questo non emerge. Da una parte si vede l’oscurantismo dell’uno, dall’altra parte si vede il relativismo assoluto dell’altro. Esistono entrambi, certamente, ma in mezzo io vedo un’ampia area di credenti e non credenti disposti a capirsi. Nella diversità delle visioni si può sempre trovare un punto di incontro che non realizza la nostra idea ma consente a tutti un bene maggiore o un progresso, non la perfezione, che non è di questo mondo. Non apprezzo invece usi di un dramma per far prevalere un’ideologia, sia o non sia la mia.

Condividi tramite