I russi tengono alla loro immagine. Potrebbero accettare a fatica quella di un Paese isolato, avviato al collasso economico, senza veri alleati. Vladimir Putin ha una sola persona da accusare per il lunedì più nero della sua vita: se stesso. Il commento di Stefano Stefanini

“Via Putin”. Chi me lo dice non ha la minima idea – neanch’io a dire la verità – che fra poche ore il presidente russo metterà le forze nucleari russe in stato di allerta. Non stavamo parlando della guerra in Ucraina. Incontro Ivan, macedone, stamattina all’angolo della strada. Mi ferma chiedendomi “venti centesimi”. Non ha l’aria del mendicante di professione ma di chi è stato trattato duramente dalla vita. Mi vuoto le tasche degli spiccioli. Mi ringrazia con dignità. La sua opinione non richiesta sul presidente russo, due parole e pollice verso, vuol dimostrarmi che sa cosa sta succedendo nel mondo.

“Via Putin” è un problema russo. Ho conosciuti tanti russi.  Non amano la guerra. Vogliono essere stimati. Adesso il loro presidente sta trascinando la Russia in un baratro. Chi ha venduto l’anima al diavolo si tappa gli occhi. Sono una minoranza. Gli altri? Vorranno liberarsene? Solo loro possono farlo. Ma fermarlo è diventato in pochi giorni un problema internazionale e, in primis, europeo.

Meno di una settimana fa europei e americani avevano offerto al presidente russo un’onorevolissima – e conveniente per la Russia – via d’uscita negoziale dalla crisi ucraina, da lui stesso fabbricata e alimentata. Biden aveva accettato l’idea di un vertice bilaterale a breve. L’Ucraina si guardava bene da qualsiasi provocazione. Fino all’ultimo non è caduta nella trappola. Ha mantenuto la calma. Si è difesa solo quando aggredita.

Da ostico interlocutore col quale trattare, in cinque giorni il Presidente russo si è trasformato in nemico dal quale difendersi, in dittatore che sbandiera la minaccia nucleare. L’Unione Europea ha innalzato le sanzioni a un livello che chiunque avrebbe ritenuto impensabile. Venerdì il Consiglio europeo non aveva voluto escludere la Russia dal sistema Swift di pagamenti internazionali. Sabato, di fronte alla brutalità dell’invasione, i leader europei hanno dato rapidamente vai libera all’esclusione da Swift, sia pure selettiva.

L’elenco delle misure in arrivo comprende la chiusura dello spazio aereo e tutto quanto può servire al boicottaggio della Russia che, a differenza dell’Unione Sovietica tanto rimpianta da Putin, è incardinata nell’economia mondiale.

Per ora il gas russo continua ad arrivare ma l’Europa, e l’Italia si preparano fatalisticamente a scenari di taglio o interruzione delle forniture. Del resto, la stessa offensiva russa sta prendendo a bersaglio infrastrutture civili ucraine fra cui raffinerie e gasdotti, causando un possibile danno autoinflitto all’esportazione di idrocarburi.

I leader europei, in particolare dei Paesi ad alta dipendenza energetica da Mosca, come Germania e Italia, conoscono le pesanti conseguenze economico-sociali cui vanno incontro. Sono stati messi con le spalle al muro da tre fattori: disastro umanitario nel cuore dell’Europa; violazione flagrante di ogni parvenza di rispetto delle norme di condotta internazionale; minaccia geopolitica di un espansionismo russo senza più freni.

Per porre un argine allo straripamento militare messo in atto in atto da Putin sono giunti a provvedimenti che non avrebbero mai voluto prendere. L’impensabile decisione tedesca e italiana di fornire armi all’Ucraina è il riconoscimento che la resistenza ucraina all’invasione russa difende anche il resto dell’Europa.

Alessandra, giovane italo-ucraina di Roma, mi ha detto con voce rotta: grazie, non chiediamo all’Occidente di rischiare la terza guerra mondiale, combatteremo noi ma senza neanche aiuti militari l’Ucraina diventa un agnello sacrificale sull’altare della prepotenza russa.

Non sappiamo quanto gli aiuti militari, se arriveranno a destinazione in tempo, permetteranno all’Ucraina di resistere. Fallito il blitzkrieg, ignorato negli ultimatum e nelle richieste di resa, incapace di eliminare il legittimo Presidente ucraino per sostituirlo con un fantoccio di convenienza, Vladimir Putin ha dichiarato guerra totale. Ogni giorno, ogni ora, di resistenza di Volodymyr Zelensky è una sconfitta per il presidente russo.

La messa in stato di allerta del dispositivo nucleare russo è l’estremo atto di irresponsabilità di Vladimir Putin. Inimmaginabile se non con la paura di perdere una guerra d’aggressione contro un Paese non nucleare, che è soverchiato quanto a forze convenzionali, ma ha il torto di difendersi con insospettata tenacia.

Kiev resiste, così pure Odessa; la battaglia per Karkiv, seconda città ucraina, è in corso con alterne fortune. Sui campi di battaglia non c’è nessuna traccia di ordigni atomici. Lo spettro è stato ridestato solo dall’ebbrezza di potenza del Presidente russo.

Dopo qualche esitazione l’Europa ha capito che Putin va fermato. Questa la chiave di lettura delle incredibili misure di difesa e deterrenza adottate da Ue e Nato, alleanza puramente difensiva come ha ricordato il Segretario Generale Jens Stoltenberg. Hanno due conseguenze: blindano la nostra sicurezza dietro lo scudo dell’Articolo 5 del Trattato di Washington; tagliano i ponti fra Occidente e Russia riportando i rapporti a uno stato di guerra fredda. Resta de vedere quanto la mano cinese risparmierà a Mosca costi e umiliazioni dell’isolamento internazionale.

Pur spalleggiata dall’Occidente, l’Ucraina rimane sola sul campo di battaglia. Zelensky sembra aver saggiamente accettato lo spiraglio negoziale mediato dal Presidente bielorusso Lukashenko di un incontro ucraino-russo. Ma senza alcuna offerta russa di cessate il fuoco la guerra continua.

La Russia l’ha già persa. Putin potrà anche espugnare Kiev. Intanto ha creato e compattato una nazione antirussa. La mattina dell’invasione mi sono svegliata ucraina, mi ha detto Alessandra. L’identità nazionale è una via a senso unico.

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