Georgia e Moldavia rischiano un secondo round adesso che Putin ha saltato lo squalo con l’Ucraina? Il Cremlino potrebbe sfruttare i militari lanciati all’attacco contro Kiev per regolare altri “conflitti congelati”

Dopo aver negato per mesi che l’ammassamento delle truppe ai confini ucraini fosse un piano di invasione, il presidente Vladimir Putin ha prima ordinato martedì alle Forze armate russe di posizionarsi come missione di peacekeeping nei territori separatisti di Donetsk e Luhansk, e poi giovedì di lanciare un’invasione di terra che sembra puntare verso Kiev.

La mossa di Putin si inserisce in un recente modello di operazioni militari russe studiate per sottomettere i vicini e contrastare le loro aspirazioni verso l’Occidente. Azioni che si combinano con le necessità dell’autocrate russo di spingere la narrazione costruita per interessi di carattere interno (mantenere la presa sul potere) e per ragioni connesse di tipo esterno (bloccare la potenzialità di qualsiasi ulteriore espansione verso est della Nato), per poter ricostruire la sfera di influenza lungo i confini russi.

Il Cremlino ha a lungo usato i cosiddetti “conflitti congelati” per estendere la sua portata oltre i confini russi. Negli ultimi tre decenni, ha sostenuto un regime filorusso nella regione separatista moldava della Transnistria. Nel 2008, ha lanciato un’invasione convenzionale della Georgia a sostegno dei governi separatisti in Ossezia del Sud e Abkhazia, due province con grandi popolazioni russofone. Sei anni dopo, la Russia ha preso la Crimea dall’Ucraina e ha iniziato a sostenere un’insurrezione di separatisti russi nel Donbas. Ora ha di fatto invaso l’Ucraina lasciando dubbi su cosa ne sarà di questi altri dossier pendenti.

I timori di un allontanamento dalla sfera di influenza della Russia e lo scarrellamento di varie aree ex sovietiche verso visioni occidentaliste ha indebolito le reali capacità di Mosca in politica internazionale, mentre la presenza di popolazioni di etnia russa ha fornito al Cremlino un pretesto per intervenire come loro protettore. La stessa logica mostrata apertamente da Putin durante un discorso sconclusionato di lunedì, in cui ha affermato, senza prove, che i cittadini russofoni dell’Ucraina sono stati sottoposti a “genocidio”, mentre annunciava che per difendere i russi avrebbe riconosciuto l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche di Donestsk e Lugansk.

L’ultima mossa di Putin, che ha lasciato la gran parte degli analisti spiazzati in quanto tutti puntavano su una sorta di ragionevolezza strategica, segue mesi di tensioni altalenanti durante i quali il presidente russo ha accumulato una forza di primo livello lungo i confini dell’Ucraina. Forza che ha ora lanciato verso Kiev e che pone davanti a un interrogativo: alla luce di quanto successo, il presidente russo coglierà l’occasione per allargare la sua opera?

La mossa di Putin ha segnalato “un inquietante déjà vu per i georgiani”, fa notare in un’analisi AFP, che si stanno ancora riprendendo dalla livida sconfitta del loro Paese per mano della Russia. Coincidenza amara: nel 2008, la guerra della Russia con la Georgia è scoppiata all’inizio delle Olimpiadi estive di Pechino, con grande dispiacere dei funzionari cinesi. Ora, come previsto dalle intelligence americane, per evitare di sconvolgere la Cina ancora una volta, Putin ha aspettato fino a dopo la cerimonia di chiusura dei giochi invernali di Pechino, prima di colpire di nuovo in Ucraina.

In Georgia il riconoscimento delle due entità separatiste del Donbas era atteso, quasi scontato, anche alla luce dell’aumento dell’assistenza russa alle due entità autoproclamatesi indipendenti. Assistenza arrivata anche attraverso forme di sharp-power come il riconoscimento di passaporti russi accompagnato dall’aumento di una presenza militare clandestina ma che i militari ucraini hanno costantemente evidenziato. La decisione di Putin sembra una conclusione logica del processo.

La Russia si considera come avente diritto a una sfera d’influenza storica, e – come ha minacciato anche Putin in questi giorni – non permette violazioni alla stessa. Si tratta di una sfera di influenza innanzitutto culturale, per questo appare semplicemente inaccettabile per l’etnonazionalismo russo putiniano che Tblisi o Kiev o Chisinau preferiscano i luccichii occidentali a Mosca. È una preoccupazione costante questa penetrazione culturale occidentale all’interno di quello che considera il suo cortile di casa.

Sotto quest’ottica le cosiddette “rivoluzioni colorate” che hanno portato al potere governi filo-occidentali in Georgia (2003) e Ucraina (2004) sono state percepite dal Cremlino come strumenti dell’Occidente per allontanare quei Paesi dalla Russia, e Putin stesso le ha definite come operazioni orchestrate dalle intelligence occidentali. Passaggi storici alterati a uso e consumo della propria narrazione e paranoia.

Questa logica è alla base della continua presenza della Russia nella provincia separatista moldava della Transnistria, dove i tentativi di imporre la lingua romena all’inizio degli anni ’90 sono stati ferocemente contrastati dalla popolazione prevalentemente russofona della regione. Lo stesso concetto – proteggere l’etnia russa – ha poi dato a Putin un modello per giustificare gli interventi in Georgia e Ucraina.

Mentre la Russia non ha riconosciuto l’indipendenza della Transnistria ha lavorato attraverso operazioni ibride per indebolire costantemente la sovranità moldava, congelando la sua integrazione occidentale negli ultimi 25 anni. Confinarla in questa terra di nessuno è servita a intrappolare Chisinau, porla “in una zona grigia geopolitica tra est e ovest e l’ha costretta a fungere da veicolo per la corruzione e il riciclaggio di denaro russo”, ha scritto Erik Grossman in un’analisi per lo US Army War College Quarterly.

Sia la Georgia che l’Ucraina rischiano ora di essere risucchiate nella stessa “zona grigia” geopolitica, strette tra le loro speranze di entrare un giorno nell’alleanza militare della Nato – speranze che in queste ore diventano sempre più evanescenti per Kiev – e che possano con quella sposare un futuro ancora più occidentalista, e la consapevolezza che la Russia non le lascerà andare.

Dal punto di vista occidentale, la strategia aggressiva della Russia ha avuto un chiaro costo per Mosca, sotto forma di sanzioni pesanti – che sono destinate a diventare più pesanti, nonostante l’Ue potrebbe avere problemi in allineamenti futuri su questioni come l’energia o l’esclusione russa dal sistema Swift. Mosca con l’operazione ucraina ha però alzato notevolmente l’asticella del confronto con l’Occidente. Si è di nuovo mostrata in grado di azioni spregiudicate nonostante forme di deterrenza fossero già in campo. Sulla carta, le potenze occidentali decidono chi entra nella Nato, ma Putin ha voluto dimostrare che in queste decisioni non può essere ignorata la posizione della Russia. Il costo è il sangue degli ucraini – e moldavi e georgiani temono di essere i prossimi.

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