Un tavolo per parlarsi e siglare una tregua. Il governo cinese vuole lanciare un nuovo comitato di lavoro sui microchip con i campioni nazionali, le università e i ministeri, e invitare i principali player europei e americani. Il piano, la strategia e le resistenze

Se non puoi battere il tuo nemico, alleati con lui. La Cina cerca una sponda americana nel mercato dei microchip. A rivelarlo è Nikkei Asian Review, che racconta di una “organizzazione speciale” che il governo cinese vuole mettere in piedi per “facilitare la collaborazione tra aziende nazionali e i grandi campioni esteri dei semiconduttori”.

Si chiamerà “comitato di lavoro transfrontaliero per i semiconduttori” e sarà supervisionato dal ministero del Commercio e dal ministero dell’Industria, dell’Informazione e della Tecnologia. A coordinare i lavori un laboratorio specializzato nei microchip dell’Università di Tsinghua, dove si è laureato il presidente Xi Jinping.

La mossa cinese è l’ultimo tassello della competizione globale per i microchip, i “cervelli” digitali nanometrici al centro di un braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti per accaparrarsi i principali siti di produzione. Una corsa che vede l’ex Celeste Impero arrancare e non poco. Se infatti la Cina è sul podio mondiale come acquirente di semiconduttori, fatica molto di più nella produzione, specialmente dei microchip più tecnologicamente avanzati. In questo settore, secondo un report della Georgetown University di gennaio, Pechino vanta solo una quota del 6% del mercato globale.

Così il governo cinese negli ultimi anni si è mosso in due direzioni: da una parte potenziare il mercato interno e sostenere le principali aziende nazionali con una politica di sussidi e agevolazioni di Stato, dall’altra mettere gli occhi sulle realtà più all’avanguardia del mercato europeo e americano.

A questo servirebbe secondo Nikkei il nuovo comitato del governo per rafforzare la supply chain cinese nei semiconduttori. In cima alla lista ci sarebbero l’americana Intel, colosso del settore guidato da Pat Gelsinger molto attivo in questi mesi in Europa, dove vuole costruire un impianto in Germania e uno in Italia. Ma anche l’americana Micro Devices, la tedesca Infineon e l’olandese Asml.

Il tavolo sui semiconduttori imbandito da Xi, se confermato, potrebbe aprire un varco nella cooperazione con gli Stati Uniti nel settore tecnologico più competitivo e conteso al mondo a causa della pandemia che ha scosso le catene di produzione globali. Al tavolo, spiega il giornale asiatico, siederanno anche aziende cinesi come Smic, compagnia leader del Paese, Advanced Micro-Fabrication Equipment e il produttore di telefonini Xiaomi, insieme a una serie di fondi di investimento pubblici del settore. Tra le istituzioni di ricerca, insieme a Tsinghua, l’Università di Pechino e l’Accademia cinese delle Scienze.

Il potenziamento del mercato dei microchip è un pilastro della strategia cinese “China Manufacturing 2025” e della Via della Seta digitale (Digital Silk Road). Dal 2020 al 2022 il numero di aziende cinesi registrate nel settore dei semiconduttori è aumentato vertiginosamente, ma gli investimenti cinesi per acquistare know-how ed aziende europee sono andati a rilento anche a causa delle sanzioni del governo americano e dei timori che lo stesso ha espresso in merito alla sicurezza dei dati e della supply chain.

Già l’amministrazione Trump ha imposto alle aziende americane del settore (e, attraverso le sanzioni secondarie, alle aziende dei Paesi alleati) il divieto di vendere microchip americani alla cinese Huawei. La stessa Smic su cui oggi Pechino vuole puntare non ha accesso all’equipaggiamento prodotto negli Stati Uniti.

Anche l’Europa mantiene un atteggiamento guardingo verso il mercato cinese. Il “Chips Act” presentato la settimana scorsa dalla Commissione Ue ha infatti come obiettivo quello di rendere le supply chain europee più resilienti e autonome dal mercato asiatico, dove a dettar legge prima ancora della Cina sono Taiwan e la Corea del Sud.

L’Italia da parte sua ha deciso di tenere gli investimenti cinesi fuori dalla filiera nazionale dei semiconduttori: il primo veto con il golden power del governo Draghi è stato imposto nel marzo del 2021 proprio per fermare l’acquisto dell’italiana Lpe di Baranzate da parte della cinese Shenzen Invenland Holdings.

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