L’invasione di Putin dell’Ucraina non è un elemento isolato, e fa parte di un disegno strategico del Cremlino che va dal Medio oriente, al Mediterraneo, all’Africa centrale, ha spiegato ad Airpress Salvatore Farina, già capo di Stato maggiore dell’Esercito. Le armi in campo e la strategia di breve e lungo periodo di Nato e Ue

L’invasione dell’Ucraina è solo il passo più eclatante di una strategia russa di ampio respiro, che si dispiega dall’Africa al Medio oriente, riportando sullo scenario internazionale lo spettro di una seconda Guerra fredda tra l’Occidente e il blocco orientale. Nato e Unione europea dovranno essere pronte ad affrontare questa sfida a tutto campo con nuovi strumenti e rafforzando le proprie capacità di deterrenza. Il generale Salvatore Farina, già capo di Stato maggiore dell’Esercito, spiega ad Airpress la situazione sul campo e gli scenari futuri.

Generale, quali conseguenze strategiche si aprono con l’invasione dell’Ucraina?

L’invasione decisa da Putin costituisce un attacco a tutto campo sul territorio Ucraino. È guerra! Un vero e proprio cappio intorno a Kiev. Si apre così una nuova pagina negli scenari strategici sul Vecchio continente. Se sarà una seconda Guerra fredda di lunga durata, diversa, non più basata sulla contrapposizione ideologica, lo vedremo. Certo è che questo conflitto è da inquadrare in un percorso a tappe, marcato dalla grande assertività della Federazione Russa con proattività militare in molte aree dell’ex impero zarista-sovietico (Crimea, Ossezia, Abkazia, Trasnistria, Nagorno-Karabachk, Kazakistan), nonché in Mediterraneo, in Siria, Libia, in Africa centrale, in Mali. Un ampio disegno dunque, che trova la sua narrativa nel lungo discorso in diretta del leader russo del 21 febbraio scorso.

Quali sono le forze attualmente in campo?

La Russia dispone di una netta superiorità tecnologica e numerica, potendo contare su forze terrestri di circa 850mila militari, di cui 160mila con 190 gruppi tattici già in parte all’interno del territorio ucraino, più una forza aerea con 500 caccia-bombardieri e 50 bombardieri pesanti, nonché su un robusto dispositivo navale nei mari Nero e d’Azov, senza trascurare poi le forze speciali e le capacità cyber. L’Ucraina dispone di forze Armate con poco più di 200mila effettivi, un totale di 2500 carri armati (un quinto di quelli di Mosca) forze aeree di gran lunga inferiori in numero e tecnologia e di forze di riserva (pari a circa 900mila soldati) da poco allertate e comunque equipaggiate per lo più con armi portatili.

Dal punto di vista tecnico questa evidente preponderanza delle forze russe (probabilmente supportate anche da unità bielorusse) può garantire l’acquisizione di molti obiettivi in varie aree dell’Ucraina. La schiacciante superiorità aerea gli permetterà di manovrare dall’aria con attacchi mirati a basi militari, di comando e infrastrutture critiche, mentre le forze di terra potranno facilmente manovrare e conseguire gli obiettivi prefissati.

Ciò non significa tuttavia avere il pieno controllo sul vasto territorio di quel Paese. C’è da supporre che l’obiettivo strategico dell’attacco sia composito: la neutralizzazione di buona parte del dispositivo militare di Kiev, la continuità territoriale tra Donbass e Crimea con l’annessione dell’area di Mariupol, la destabilizzazione dell’attuale dirigenza e l’insediamento di un nuovo ordine filo-russo, con un governo “cuscinetto” che scongiurerebbe il contagio democratico dell’attuale Ucraina sulla stessa Russia e gli altri paesi ex Urss ancora legati al Cremlino.

Kiev ha dichiarato la mobilitazione generale. Basterà a fermare i russi?

Il richiamo delle riserve e l’appello alla popolazione ucraina di difendere il proprio Paese significa per Kiev impostare una resistenza all’occupante. Sarebbe una campagna di logoramento delle forze russe che avrebbero grandi difficoltà ad avere il pieno controllo del territorio, in special modo nelle aree urbanizzate. Qui entra in gioco la volontà del popolo ucraino di difendere la propria Patria. Ciò richiederà la determinazione e la coesione della dirigenza politica di Kiev e il supporto dall’esterno (armi, aiuti umanitari) per sostenere una lotta di durata non breve. Il rovesciamento del regime renderebbe tutto ciò assai più difficile.

I Paesi Nato vicini al fianco orientale sono preoccupati, con la Lituania che ha già dichiarato lo stato di emergenza. C’è il rischio di una escalation incontrollata?

La dichiarazione dello stato di emergenza da parte della Lituania deriva dall’elevata percezione del pericolo russo, che è comune a tutti e tre gli stati Baltici e anche alla Polonia. In particolare la Lituania separa attraverso una striscia di terra, il Suwalki Gap (di circa 100 chilometri), la Bielorussia dall’exclave russo di Kaliningrad da sempre considerato un possibile obiettivo di Mosca per isolare i Baltici e garantirsi una sostanziale continuità territoriale. La decisione di Vilnius è quindi dettata da considerazioni difensive, ma non deve in alcun modo assumere caratteri provocatori.

Come giudica la postura mantenuta dall’Alleanza atlantica e dall’Unione europea?

La Nato e l’Ue hanno fermamente condannato l’aggressione russa e hanno già deciso un importante pacchetto sanzionatorio. Ora devono continuare a mantenere la coesione e la sinergia tra le due sponde dell’Atlantico e la compattezza tra i Paesi europei (la cui divisione costituisce un altro fondamentale obiettivo di Putin). Alle pesanti sanzioni potrà essere associato un importante supporto al governo e al popolo ucraino. Al tempo stesso occorrerà passare a una robusta postura, con potenziamento di forze a difesa dei confini orientali dell’Alleanza (Forze di reazione rapida quali Vjtf, Nrf, piani di difesa graduata, eccetera).

Una deterrenza credibile, che è poi il prerequisito per qualsiasi azione diplomatica e di negoziazione che comunque bisogna ricercare con Mosca. Ma ciò non basta. È importante impostare anche un nuovo corso. Una pagina nuova che, partendo dai valori e dagli ideali fondativi della Nato e dell’Unione europea, delinei un approccio deciso, multidimensionale e ad ampio raggio nel settore est, a sud est e a sud dello scacchiere europeo.

Si tratta di implementare in modo integrato azioni diplomatiche, di intelligence, presenza militare e misure economiche (Dime) in tutte quelle aree, dal Mediterraneo (Balcani compresi) al Medio Oriente, al Golfo, al Nord Africa, al Sahel, dove l’assertività di Mosca è stata già ben evidente. Si tratta insomma di misure immediate, di medio e di lungo termine condotte con lo sviluppo dei tre “core tasks” dell’Alleanza (collective defence, crisis response, cooperative security) e con un concreto “comprehensive approach” tipico dell’Unione europea. Un’azione decisa, ben articolata, coesa e di lungo respiro riporterà Mosca a migliori consigli. Tutto ciò richiederà volontà politica e risorse, ma nulla si ottiene senza sforzi e sacrifici.

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